acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

L’infinito che ci salverà

I dotti dell’università, Dostoevskij e quella leggenda che mi ha ridato speranza

Gio 24 Mar 2016 | di Giacomo Meingati | Attualità
Foto di 3

Poco tempo fa andai a dare un esame all’Università. Un esame di letteratura italiana. 

Mentre sgomitavo con vigore per sedermi sul tram, pensavo che ero risoluto a scrivere su Dostoevskij. Sentivo dentro una spinta che non capivo ad esplorare questo enorme gigante, ad esplorare questo esploratore del mistero umano. Non capivo perché. Arrivato all’Università, mi precipitai allo studio del professore dove si sarebbe tenuto l’esame che dovevo dare. Era tardi, faceva un caldo pazzesco, era fine giugno ed ero nervoso, perché dovevo assolutamente passare. Questo nervosismo, però, non mi impedì di alzare gli occhi dal libro, che voracemente ripassavo, per dare un’occhiata a quel corridoio. 

Quanto vidi mi colpì e rattristò. 
Nell’immaginazione di tutti, infatti, l’Università è il luogo dove i grandi sapienti e “filo-sofi”, cioè amanti della sapienza, accendono le anime dei ragazzi, facendovi fiorire la personalità. 
Ma quanto avevo sotto gli occhi io, in quel corridoio di quella importante Università di Roma, davanti allo studio di quell’importante e rinomato docente, era l’esatto contrario di questa fioritura di vita. 
Vedevo ragazzi, tra cui me stesso, divorati dall’ansia e preoccupati di imparare le parole vuote di testi fiacchi, per poi foraggiare l’ego di docenti piccoli piccoli che, seduti tronfi su quelle cattedre gloriose, avrebbero “pagato” quelle attenzioni e foraggiamenti dell’ego con un numero da 18 a 30. 
Invece di vedere un amore della sapienza germogliare nei cuori, assistevo attonito allo spegnersi di quei cuori stessi, al sottrarre da essi tutta la luce che serviva poi a mercanteggiare un arido numero su un foglio. Certo, sbagliato generalizzare, ma quel pomeriggio era così. 
Io, ansioso tra gli ansiosi e senza poter nulla insegnare a nessuno, dentro di me dissi: “E questa sarebbe letteratura? E dov’è finita l’Anima Eterna di Dante? E lo struggimento, in cui pulsa vivo Dio, di Petrarca? E il silenzio di Ungaretti? Dove sono finite le anime?”. Questo mi chiedevo, quando uscì dalla stanza un uomo di bassa statura che chiamò il mio nome. Toccava a me. Entrato nella stanza, interrogato dal dotto in persona, mi venne chiesto di leggere un testo in cui, il poeta su cui mi si interrogava, citava il leggendario endecasillabo dantesco “di qua, di là, di su, di giù li mena” del V canto dell’Inferno. Mi commossi, profondamente, davanti a lui. Non trattenni le lacrime nel riconoscere la voce amica di Dante in mezzo a quel clima in cui non mi sentivo a mio agio. 
Il dotto, freddo e formale, mi disse testuali parole: “Su, Su, continui, forza! Questo non è Dante, sia scientifico”. 
“Sia scientifico”. Ma quanto è arida sta frase?! 
“Ma come? - pensai dentro di me -. Porca miseria ladra! Non dovrebbe essere il sogno della tua vita di insegnante che uno studente senta dentro di sé la commozione per i versi eterni di Dante!?”. 
Ma perché? Mi chiesi, ci si è ridotti a scartare l’anima delle persone e l’autenticità dei cuori per una sterile scienza? 
Ma perché, mi chiesi, non si vede più la vita e si riduce tutto a codici morti, svuotando proprio le opere di persone che hanno dato l’anima per gridare nei loro scritti che la vita vincerà?! 
Quanta piccolezza! Quanta povertà! 
Fu allora che, la sera, bevendo una buona birra, forte e fresca, con un mio caro amico, lui mi raccontò “casualmente” proprio una leggenda su Dostoevskij. 
Si racconta che, alla fine della sua vita, egli fosse uno spirito vibrante, altero, tormentato e che si aggirasse di notte, errante e inquieto come un fantasma, per le strade di San Pietroburgo. 
Si dice fosse dilaniato in se stesso da un’altissima tensione per la verità, per Cristo, per la vita vera e le rovinose cadute nell’alcool, nel gioco, nei tormenti. 
Si dice che una notte egli entrò disperato e in lacrime in un’antica chiesa dove un monaco era in preghiera. 
«Ah! Pietà padre - gridò il disperato -: io ho peccato! Io bevo, io gioco! Io cado! E ora padre - disse gridando e aggrappandosi con la forza della disperazione all’abito del vecchio monaco - ecco in espiazione dei miei peccati, io non scriverò mai più!». 
Il vecchio monaco ebbe un colpo al cuore. Alcuni dicono che i suoi occhi si rigarono di lacrime e che egli ringraziò il buio che poteva coprirle. 
Dicono infatti che il vecchio monaco, in gioventù, fosse stato travolto dai dubbi sulla sua vocazione. Dubbi provenenti dalle fortissime idee positiviste, nichiliste, atee che circolavano per tutta Europa. La leggenda vuole che, proprio leggendo le opere del grande scrittore, egli avesse salvato, ritrovato e rinvigorito la sua fede e la sua vocazione. Il vecchio monaco lo guardò, e teneramente lo amò. 
«Vedi figlio - disse celando in cuor suo d’averlo riconosciuto -, io credo, in verità, che poco importerebbe al Signore se tu smettessi di bere o di giocare. Certo, sarebbe bene, ma lo interesserebbe molto poco. Ma il giorno che tu smettessi di scrivere egli tingerebbe i cieli di lutto eterno, perché a un’eterna luce sarebbe tolta la parola. Forza, Figlio - disse il vecchio monaco scuotendo lo scrittore con tutto il vigore che aveva in corpo, con il suo sguardo, penetrandolo profondamente fino al midollo -. Mai taccia la tua voce. Mai taccia la tua luce. Rendi grida di sole i tormenti, rendi perle e diamanti gli errori, rendi gemme le tue lacrime e fulmini di luce le tue oscurità e, se cadi, figlio, ebbene sia! Ma ogni demone che ha provocato quella caduta, tu guardalo, comprendilo, illuminalo e trasformalo nei tuoi doni più profondi. Facci vedere le orme dei demoni! Stanali, figlio, manifestali, illuminali, spiegali. Perché un demone non odia, anzi spesso si serve della pur buona legge, ma detesta venire in superficie, alla luce. Ebbene figlio, rendi palesi i passi dei demoni! Perché non la legge che condanna, ma la luce dell’amore ti salverà». 
E così, dopo quella notte, nei suoi ultimi anni, con occhi gonfi di luce e di lacrime, il vecchio gigante regalò le sue gemme più profonde al mondo, proprio denunciando quella riduzione dell’uomo a materia, dell’anima a tecnica, della vita a mente e vuota biologia che purtroppo pare aver vinto nella cultura del nostro Occidente. Ogni volta, infatti, che un demone interiore lo assaliva egli lo osservava, lo comprendeva e lo rendeva dono, smascherandolo, denunciandolo affinché tutti noi potessimo vederlo, e affinché potessimo evitare quello che poi purtroppo è divenuto in larga parte pensiero dominante, ma che non ha vinto ne vincerà mai. 
Perché l’uomo non è fatto per essere ridotto a materia o mente, e quanto ha dentro di profondo, vivo ed infinito prima o dopo si desterà, lo scuoterà e lo salverà.   

Condividi su: