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L’invidia logora... se non la trasformiamo

Nessuno lo ammette, quasi tutti ne soffrono. Un vizio capitale che può diventare una spinta motivazionale

Gio 24 Mar 2016 | di Maurizio Targa | Attualità
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È il sentimento più diffuso e quello che si è meno disposti ad ammettere. Possiamo riconoscere di essere facilmente preda dell’ira, di non saper resistere alla gola, alla lussuria o crogiolarsi nella pigrizia, soffrire per gelosia, ma di rodersi dall'invidia nessuno ne converrà mai. Eppure, ne siamo più o meno tutti vittime. Da giovani per il o la compagna brava a scuola o per quella che piace ai ragazzi, mentre a noi rifilano il due di picche; alla terza età verso l'amico che non ha neanche un acciacco o quello dalla pensione più polposa; fino al triste dato emerso tra gli ospiti di una casa di riposo i quali, intervistati, confessavano di invidiare chi riceve più visite da figli e nipoti. È, insomma, la stretta che si prova quando si esce perdenti da un confronto sociale, la sofferenza dovuta a un confronto che ci vede soccombere in un campo per noi importante. È l’emozione negativa più rifiutata – dicono dall'Università di Stanford -, perché ha in sé due elementi disonorevoli: l’ammissione di essere inferiore e il tentativo di danneggiare l’altro senza gareggiare a viso aperto, ma in modo meschino.

Dagli amici mi guardi Iddio...
Un’altra caratteristica rende l'invidia difficile da ammettere persino a se stessi: si prova soprattutto per chi è simile a noi, per le persone che si considerano paragonabili come condizioni di partenza. Per una donna sarà bruciante il confronto con l'amica bella e corteggiata piuttosto che quello astratto e sproporzionato con la top model da copertina; all'impiegato rode perché il collega di stanza è stato promosso: è indifferente o quasi allo stipendio del direttore generale. Così, bersaglio diventano persone che ci sono vicine e a cui vogliamo bene: l’uguaglianza di opportunità rende doloroso l’essere inferiori a loro in un campo importante per noi. Ecco perché l’invidia è messa al bando e condannata dalla società: implica ostilità ed è socialmente distruttiva, perché la persona invidiosa è potenzialmente pericolosa. Non solo: minaccia lo status quo. «Non stupisce - afferma Richard Smith, psicologo della University of Kentucky (Usa) - che nella cultura cristiana sia uno dei sette peccati capitali».

Frustrati e inadeguati
L’invidia è velenosa anche per chi la vive. «È spiacevole – continua Smith -: si provano senso di inadeguatezza e inferiorità. Si ha la sensazione che il vantaggio dell’altro non sia meritato, con frustrazione, perché si pensa di non riuscire a ottenere la stessa cosa. Inoltre, chi tende a essere invidioso rischia, invece di apprezzare le proprie abilità in senso assoluto, di valutarle solo se confrontate con quelle di altri che appaiono migliori: questo diminuisce l’autostima». Ed è pure dolorosa: uno studio condotto da un team di scienziati giapponesi ha mostrato, in una risonanza magnetica funzionale, cosa accadeva nel cervello dei partecipanti a cui veniva chiesto di immedesimarsi in varie situazioni, con diversi personaggi. Di fronte a quelli simili a loro, ma più brillanti su aspetti per loro rilevanti, scattava l’invidia. E nel loro cervello aumentava l’attivazione della corteccia cingolata anteriore dorsale, la stessa del dolore: tanto maggiore quanto più intensa era l’invidia che il partecipante diceva di provare. Non basta: è dimostrato pure che chi invidia gode letteralmente delle disgrazie altrui. Ancora in Giappone il professor Hidehiko Takahashi ha condotto un'indagine presso l'Istituto Nazionale di Scienze Radiologiche allo scopo di svelare i processi neuronali legati proprio al piacere sottile generato quando si ride delle sventure degli altri. Le risonanze magnetiche hanno mostrato che l'area celebrale attivata in queste circostanze è nientemeno che la stessa che si accende durante il piacere sessuale. Secondo le ipotesi del team che ha pubblicato l'indagine sulla rivista Science, l'invidia, connessa a dolore e piacere, anticamente poteva tuttavia costituire uno stimolo in grado di potenziare l'attaccamento al gruppo sociale, fattore fondamentale per la sopravvivenza.

C’è ANCHE benigna
Non abbattiamoci troppo nel pensare che anche noi, quasi certamente, almeno una volta vi siamo incappati: c'è anche l'invidia benigna. È quella, dicono gli scienziati, che porta all’emulazione, che riesce a canalizzare le energie per cercare di avere un bene o il riconoscimento che è stato dato agli altri. Insomma, è una spinta a metterci in moto: sull'esempio di un altro che è riuscito, facciamo appello alle nostre capacità per raggiungere un traguardo. Possono spingere all’emulazione modelli “invidiabili” come sportivi o personaggi dello spettacolo per cui si prova stima o più concretamente per il collega che si è laureato lavorando, esempio che ci sprona ad imitarlo perché ha dimostrato che “si può fare”.

Come eliminarla
Tornando a quella "brutta", gli esperti concludono che gran parte degli effetti negativi dell’invidia nasce dai sogni e dalle aspirazioni disilluse: per salvaguardare il nostro ego invidiamo gli altri ed i loro successi. Il primo vero atto per superare questo è assumersi la responsabilità: l'invidioso affibbia la colpa  della propria situazione sempre agli altri, agli eventi e alla sfortuna, privandosi della capacità di dare risposte. Per superare l’invidia dobbiamo essere consapevoli che i risultati ottenuti dipendono solo da noi: solo in questo modo riotterremo il controllo sulla nostra vita, smettendo di preoccuparci di ciò che stanno ottenendo gli altri e focalizzandoci invece su ciò che vorremmo fare noi. Stop piangerci addosso e inveire contro il mondo, l'unico artefice della propria vita siamo noi. Chiediamoci: quel realtivo successo del nostro vicino è proprio ciò che vogliamo anche per noi? Magari possiamo ottenere qualcosa di meglio no? Non si può ridurre la nostra dignità fino a desiderare l’infelicità altrui, ci fa male e ci distoglie dall’impegnarci ad ottenere la nostra. L’invidia è il sintomo che stiamo troppo sugli altri. Dobbiamo staccarci e concentrarci su di noi. Abbiamo  potenzialità immense dentro di noi dobbiamo solo scoprirle e sperimentarle. Realizziamo il nostro personale successo, anche in piccole cose. Aumenterà la nostra autostima e arriveremo a stupirci di gioire anche per il successo altrui.

 



Occhio al “malocchio”!

Dal timore dell'invidia nasce la superstizione del “malocchio”: si teme infatti lo sguardo malevolo dell’invidioso, portatore di disgrazia, da cui l'esilarante espressione partenopea di essere “pigliati a occhio”. Non a caso la parola latina “invidia”, rimasta invariata, ha la stessa radice di videre, vedere. Dante, nella Divina Commedia, pone gli invidiosi in purgatorio con le palpebre cucite da fil di ferro: così finiscono gli occhi che invidiarono e gioirono dei mali altrui.

 



Pago purché tu perda!

L’invidia è spesso caratterizzata dall’ostilità verso l’altro, dal desiderio di danneggiarlo e di privarlo di ciò che lo rende, appunto, invidiabile. E non importa se paradossalmente possiamo rimetterci qualcosa pure noi. Un curioso esperimento della University of Warwick (Gb) ha dimostrato come dei partecipanti ad un gioco al computer, cui il calcolatore dispensava differenti somme di denaro e bonus casuali, avendo la possibilità di bruciare i guadagni degli altri, visibili sullo schermo e restando anonimi, ma sacrificando parte delle loro vincite, non esitassero a farlo in ben il 62% dei casi. Pagavano fino a 25 cent per ogni euro altrui bruciato, perdendo soldi pur di annichilire la ricchezza altrui per risentimento verso guadagni ritenuti ingiusti. Ed era guerra totale: non solo gli svantaggiati colpivano i più ricchi; questi ultimi, sapendo che sarebbero stati bruciati, colpivano tutti per rappresaglia. Dal test è emerso chiaramente, dicono gli autori, “il lato oscuro della natura umana”.


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