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Joseph Fiennes: Il golden boy di Hollywood

Joseph Fiennes č figlio d’arte, ma non ci sta a crescere all’ombra del fratello Ralph. E in Italia torna in scena con ‘Risorto’, la storia della Passione vista dagli occhi di un centurione romano

Gio 24 Mar 2016 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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La ritrosia di Joseph Fiennes è del tutto giustificata. Non dev’essere facile sentirsi ripetere come il fratello Ralph abbia conquistato la scena mondiale dando vita al super cattivo più temuto della letteratura contemporanea, Lord Vordemort, arcinemico di Harry Potter. Eh no, non dev’essere facile ricordare i trionfi di un tempo e ripensare all’Oscar mancato - ma che avrebbe meritato - per il film  “Shakespeare in love”, che di statuette ne ha vinte 7. Eppure l’attore britannico ha deciso di infischiarsene di giudizi e pregiudizi e ha scelto progetti sul piccolo e sul grande schermo capaci di lasciare un segno o, quantomeno, di lasciare nel pubblico qualche punto interrogativo. Come con il suo ultimo ruolo controverso, in una delle storie più imponenti del genere umano, quella della passione e resurrezione di Gesù. “Risorto” non è un dramma biblico nel senso classico del termine, perché mette in scena i dubbi di un centurione romano (a cui lui presta il volto) in un viaggio metaforico e fisico senza precedenti.

Per il film è stato ricevuto in Vaticano da Papa Francesco. Cos’ha provato?
«Quando ho accettato di girare questo film non avrei immaginato che mi avrebbe condotto fin qui, da Papa Francesco, una persona splendida. Essere in Vaticano ha rappresentato un momento speciale per me, ho provato grandissima gioia, ma non abbiamo parlato della pellicola, non mi sembrava il momento giusto, ne ho invece approfittato per godermi la vicinanza con un signore così particolare».

Alcuni lavori, come “Risorto”, sono quasi un percorso di vita, concorda?
«La prima cosa che mi ha regalato questo personaggio sono le bruciature (Ride - ndr), perché ho fatto un duro allenamento a Roma con maestri di combattimento per comprenderne le tecniche fino in fondo, che ovviamente mi hanno regalato vesciche e piedi doloranti per colpa dei sandali. A parte questo, ho vissuto un viaggio interiore a dir poco interessante, che mi ha insegnato l’importanza delle seconde chance».

È una coincidenza che sia arrivato al cinema durante il Giubileo della Misericordia?
«In questo preciso momento storico che l’umanità sta vivendo risulta difficile conoscere l’impatto che questo progetto può avere sul pubblico. Dal canto mio mi auguro che sia illuminante, stimolante e divertente. E non parlo solo per i credenti, mi riferisco anche agli scettici che possono apprezzare il nostro lavoro a prescindere dalla religione. Spero che chi ha a cuore le scritture le condivida con chi non ci crede».

Le piace variare, infatti ha anche interpretato il film “Luther”.
«Sono attratto dai personaggi interessanti, che siano storici o no. E tra questi rientra anche Lutero, che ha portato la riforma nella Chiesa. E sai perché? Sono quel genere di uomo che alza l’asticella dell’integrità e della consapevolezza di sé, in questo caso guidati dalla fede. Affrontano la tempesta con uno spirito che non ho e che ammiro, perché dotati di una moralità notevole. Ancora non ho capito se invece ad attrarmi sia la loro fede…».

Eppure, il punto di vista del suo personaggio è quello del non credente.
«In effetti narrare questa storia dal punto di vista di un uomo che non crede, un centurione, affascina perché drammatizza con la fiction un racconto così noto: sicuramente ci sono elementi polizieschi, una dose d’invenzione, ma il risultato è un matrimonio riuscito tra storia e invenzione».


Impossibile non chiederle in cosa crede...
«Sono stato battezzato cattolico, ma dopo mi sono un po’ perso, lo ammetto. Quando però ho incontrato Papa Francesco mi sono sentito scosso, ha quasi innescato un ragionamento. In effetti quando entro in un luogo di culto, che sia una basilica o altro, sento quanto vacillante sia la mia fede e sono toccato da quanta gente sia lì riunita a pregare, da secoli. Avverto quasi che le pareti del luogo sono impregnate di quel fervore, si respira aria di spiritualità. E che sia l’incenso o meno, mi colpisce ogni volta».

Ci sono altri luoghi in cui avverte questa sacralità?
«Sul set: lì siamo come in un tempio e ci devi entrare con rispetto. Ovunque aleggiano emozioni che arrivano a tutti quelli coinvolti, fino ad arrivare al pubblico. È successo durante le riprese di “Risolto”, ad esempio, con una troupe internazionale: gli operatori erano italiani, le controfigure ad esempio spagnole. Quello che conta e unisce è la passione, che trascende le culture e i credi differenti».

Nel prossimo film sarà Michael Jackson, una scelta singolare…
«Anche a me questa sceneggiatura di Sky Arte ha scioccato abbastanza: è una comedy di 20 minuti, satirica, quasi uno sketch televisivo, che racconta – non so se sia vera o no – la storia in cui il giorno dopo l’attacco alle Torri Gemelle Marlon Brando ed Elizabeth Taylor scappano da New York. Quello che mi ha colpito è il rapporto con la celebrità, per non parlare della follia a cui possono arrivare i fanatici che trasformano i personaggi famosi in icone».

Come si cala in un personaggio?
«A volte cerco di partire dall’esterno, dagli abiti o dal profumo, mentre altre volte inizio dalla sua interiorità. In entrambi i casi cerco una chiave di lettura».

Scambia consigli con suo fratello Ralph?
«... Assolutamente no, ammiro i suoi lavori e sono affascinato dal suo talento, per questo mi comporto in maniera molto rispettosa della sua professione. Quando ci vediamo parliamo solo di questioni personali».

Lei è figlio d’arte, mai stato influenzato a diventare attore?
«Il DNA creativo evidentemente è un tratto di famiglia, devo ringraziare il cielo per aver avuto genitori tanto eccezionali che mi hanno insegnato la disciplina dell’arte. Non immaginatevi degli artisti bohemien e romantici, mi hanno trasmesso rispetto e passione dandomi l’esempio. Prendevano il loro lavoro a teatro molto seriamente, mostrandomi con la loro vita che essere un artista è un privilegio incredibile da non sprecare».

 



FIGLIO D’ARTE

Joseph Alberic Twisleton-Wykeham-Fiennes, classe ’70, è un attore britannico nato da una famiglia d’artisti. Il padre è fotografo, la madre pittrice e scrittrice, mentre la sorella lavora come regista e il fratello Ralph gli contende la scena a Hollywood, soprattutto dopo aver interpretato Lord Voldemort nella saga di Harry Potter. Ha debuttato con “Io ballo da sola” di Bernardo Bertolucci, ma ha ottenuto il successo planetario con “Shakespeare in love”, che ha vinto ben 7 Premi Oscar (su 13 nomination, oltre a 3 Batfa e 3 Golden Globe, tra gli altri riconoscimenti). Ha una passione per l’Italia, dove ha sposato nel 2009 la modella Maria Dolores Dieguez, che l’ha reso papà di due bimbe, Sam e Isabel, e dov’è tornato per le riprese di “Risorto”, l’ultimo film in cui interpreta un centurione romano affascinato dalla figura di Cristo. Oltre ad alcune pellicole, come “Correndo con le forbici in mano” e “Il nemico alle porte”, ha recitato in tv nelle serie “FlashForward” e “American Horror Story”.


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