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La nuova morale del gioco

Barbie è curvy, i Lego non sono più gialli e le principesse si salvano da sole, ma ad essere soddisfatti delle novità sono solo i genitori

Gio 24 Mar 2016 | di Barbara Savodini | Attualità

C’ erano una volta gli inventori di giocattoli: qualche spunto dalla realtà, una buona idea, tanta creatività e la bambola era sfornata. A fare il resto, poi, ci pensava la pubblicità e per dieci anni il business era servito. Forme, razze, mestieri, religioni, oggi ogni particolare deve essere politically correct o gli effetti possono essere devastanti. Un piccolo errore, come quello della Playmobìl che per eccesso di realisticità aveva pensato di aggiungere un paio di birre al set “muratori in cantiere”, può essere fatale. La pensata azzardata e, secondo i detrattori, diseducativa, è infatti costata all’azienda tedesca, emblema del giocattolo Made in Europe, una lunga serie di attacchi anche per il colore nero della pelle del pupazzetto in catene e perfino per  la scatola “rapina” ai danni di una bionda che, per di più, dava il cattivo esempio. E a cavalcare le proteste sono quasi sempre gli stessi che, fino a qualche anno fa, hanno giocato magari con bambole top model e supereroi, tra i quali malattie e diversità erano perfette sconosciute. Ma i tempi sono cambiati e alla “Fiera del giocattolo di Norimberga”, la più importante esposizione a livello mondiale che quest’anno si è tenuta dal 27 gennaio al 1 febbraio, ogni creazione è stata a prova di bufera mediatica. Insomma, essere sempre aggiornati e seguire alla lettera le regole del giocattolaio politicamente corretto non è semplice, ma è senz’altro vantaggioso in termini economici e di immagine, dato che a comprare bambole e costruzioni sono pur sempre i genitori.

Barbie dice addio alla taglia 38
Antesignana in questo senso è stata la Mattel, autrice della bambola più famosa al mondo che, fino a qualche anno fa, incarnava la perfezione. Magra, alta, con le curve al posto giusto e incredibilmente ricca: Barbie era l’esempio irraggiungibile di ogni bambina che, giocando, magari immaginava di poter un giorno somigliare alla sua beniamina. Niente di più sbagliato secondo educatori, psicologi e genitori, perché anelare ad un modello così scostante dalla realtà stava causando disturbi, complessi e patologie preoccupanti in migliaia di bambine. Sarà stato realmente così? Difficile dirlo, ma sta di fatto che oggi Barbie è curvy, veste taglie comode, ha la pancia e i fianchi pronunciati.
Insomma, il modello da imitare è diventato più normale con le bambine che, guardandosi allo specchio, potranno sicuramente riconoscersi in uno degli ultimi 33 nuovi tipi disponibili entro la fine dell’anno. Forme sinuose oppure no, del resto, le bambole del XXI secolo seguono ugualmente la moda e quelle del 2016 hanno gonne e pantaloni a vita alta, zeppe e jeans strappati.  Il bisogno degli adulti di far giocare i propri figli con giocattoli identici alla realtà, tuttavia, sembra aver sortito un effetto inaspettato: gli abiti collezionati per anni si sono rivelati troppo stretti per le nuove bambole cosicché alcune bambine hanno cominciato ad inventare giochi di scherno in cui le vecchie Barbie più magre, e con più vestiti, prendevano in giro le nuove, grassocce e con solo un possibile look.

#toylikeme: la campagna nata da uno scivolone della Lego
La strada verso il politically correct è stata lunga e tortuosa anche per la Lego che, per mostrarsi al passo con i tempi, aveva audacemente provato a lanciare l’omino in sedia a rotelle. A pochi giorni dalla presentazione del nuovo personaggio però le polemiche sono arrivate a pioggia: era anziano, mentre la disabilità può colpire anche i giovani e a spingerlo era una badante donna.  Una bufera mediatica durata per settimane con tanto di hashtag #toylikeme che è rimbalzato alla velocità della luce da un social all’altro. Una vera beffa per i creatori che, prima di ogni altro, avevano rinunciato ad omini esclusivamente gialli facendoli diventare anche bianchi, neri e rossastri. Per nulla scoraggiata, l’azienda danese ha quindi controbattuto nel 2016 con un nuovo omino disabile, questa volta giovane, per poi arricchire i personaggi già presentati nel 2012 con modelli all’insegna della diversità e dell’emancipazione femminile. Basta a donnine bionde che fanno la spesa e curano i figli, le nuove lady Lego sono scienziate, dottoresse e manager in carriera; hanno la pelle e i capelli di tutti i colori, vivono in una villa da sogno, guidano cabriolet e ripugnano il colore rosa che ha contraddistinto le collezioni classiche degli anni Novanta. 
Ma non solo, fanno anche sport desueti, come il rafting ed il tiro con l’arco, guidano motociclette e gestiscono negozi.
 



TROPPO REALISMO?

Tra le bambole che rispecchiano la realtà c’è Lammily, nata dall’artista Nikolay Lamm, che, oltre ad avere proporzioni umane, è dotata di autoadesivi riutilizzabili che permettono ai bambini di aggiungere segni distintivi, come cicatrici, lentiggini, acne, graffi, cellulite... Ci sono, poi, le bambole Kimmie Cares che sono state create per aiutare i genitori a descrivere gli effetti della chemioterapia. E, come se non bastasse, c’è chi produce bambole che mostrano i tratti distintivi della sindrome di Down, provocando le polemiche del web.
 



L’EFFETTO DELLE BAMBOLE SULLE BAMBINE

In uno studio pubblicato nel 2006 sulla rivista Developmental Psychology, 162 bambine, dai 5 agli 8 anni di età, dovevano guardare le immagini di una bambola Barbie e di una bambola Emme (che ha forme del corpo più realistiche) o nessuna bambola. In seguito le partecipanti allo studio dovevano rispondere ad alcune domande circa l’immagine del corpo. Risultato: le bambine più piccole, che avevano guardato la Barbie, riferivano una scarsa autostima relativamente al proprio corpo e un “grande desiderio di avere una forma del corpo più sottile”.
 



Se la principessa non ha più bisogno del principe

Se il rosa è tacciato di sessismo, le bambole sono curvy e le donne della Lego sono emancipate, come la mettiamo con le favole? La rivoluzione non ha risparmiato film e libri con storie in cui l’assioma del principe che salva la principessa è confutato per sempre. La prova, la più eclatante di tutte, è arrivata con uno dei più grandi successi della Disney, “Frozen”, in cui il vero amore è quello tra le sorelle Elsa e Anna. E a sciogliere l’incantesimo non è più come una volta il bacio di un reale innamorato, ma un gesto d’amore fraterno. Le due principesse si salvano da sole e tutto il regno, finalmente scongelato, vivrà per sempre felice e contento. A differenza di Barbie curvy e dell’omino Lego sulla sedia a rotelle, la nuova morale della favola piace anche ai bambini, che ridono a crepapelle, seguendo le disavventure del principe Hans, e alle bambine, che hanno ben due principesse in cui immedesimarsi. Non è certo di un caso sporadico che stiamo parlando: la Disney, infatti, non “dimentica” di assegnare un ruolo da protagonista al principe soltanto in “Frozen”, ma anche in “Maleficent”, dove il bacio del vero amore è quello materno tra la strega cattiva e la Bella addormentata.


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