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Petrolio, un referendum per fermare il far west

Il 17 aprile si vota sull’assalto delle trivelle che distruggono la natura e non danno nulla al Paese

Gio 24 Mar 2016 | di Francesco Buda | Ambiente
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Il 17 aprile gli italiani sono chiamati a indicare, ancora una volta, quale via economica e quale sviluppo è bene che segua l'Italia. Si voterà per bloccare il nuovo assalto petrolifero, che spreme il territorio e nulla o quasi zero dà al Paese. Un "Sì" di grande valore, che potrà dare un grande slancio alle fonti pulite, oltre le tante ambiguità e i freni che i soliti "noti" - petrolieri e politici al potere - stanno mettendo al definitivo affermarsi delle fonti energetiche rinnovabili. 

Come è stato per il nucleare, ancora una volta i cittadini hanno preso in mano la situazione e devono rimettere il futuro del Paese sul binario dello sviluppo sostenbile: si sono messi insieme in un fronte ampio e compatto, si sono informati, hanno raccolto le firme ed hanno portato avanti il referendum contro l'ondata di vecchie e nuove trivellazioni che minacciano il nostro mare e la terraferma. Minaccia ben favorita dal cosiddetto decreto "Sblocca Italia", che tra i vari regali ai petrolieri escludeva dalle decisioni le comunità e gli enti locali. Non a caso è stato ribattezzato "Sblocca Trivelle". Il quesito referendario riguarda le concessioni alla estrazione di petrolio e gas entro le 12 miglia (22,224 km) dalla costa e chiede se vogliamo che le compagnie petrolifere possano continuare le loro attività senza limiti di tempo, quindi superando le attuali scadenze previste nelle concessioni, “fino all'esaurimento dei giacimenti”, appunto. La norma è stata introdotta dall'attuale governo con l’ultima Legge di stabilità, in vigore dal 1° gennaio scorso. Per dire "No" a ciò, occorre barrare la casella del "Sì" che esprime la volontà di abrogare tale trattamento di favore. Ma questo referendum ha una portata più ampia e può dare una raddrizzata alla deriva verso le fonti fossili in corso. Si sta infatti cercando di tarpare le ali al boom virtuoso delle energie verdi. Un dato è istruttivo e certifica che il piano anti rinnovabili sta mettendo a segno preoccupanti colpi: in Italia, nel periodo gennaio 2015 - gennaio 2016, le vendite di elettricità da fonti pulite sono scese del -4,6%. Mentre quelle di elettricità da gas - tra l'altro sussidiate dallo Stato - sono salite del +5,6% (dati GME).


CASTA E LOBBY NON VOGLIONO
Lobby di gas e petrolio insieme ai politici le hanno tentate tutte per sabotare il referendum anti-trivelle. Inizialmente la proposta referendaria contava 6 quesiti. Poi tre sono stati 'assorbiti' dalla Legge di stabilità con cui il governo Renzi ha recepito parte delle richieste dei “No Triv”, i promotori del referendum. La vicenda presenta trame politico-affaristiche, tecnicismi giuridici, cavilli, articoli e commi che sembrano fatti apposta per confondere la gente comune. Messi alle strette, i Renzi boys non hanno però mollato il tentativo di sabotare il referendum, scegliendo come giorno per il voto la prima domenica utile, il 17 aprile. Riducendo così al minimo il tempo per informare la popolazione. 
Hanno insomma evitato l’election day, (referendum e amministrative nello stesso giorno), come invece chiedevano i “No Triv”. Così facendo, si sarebbero risparmiati, oltretutto, 370 milioni di euro. E si sa che se varie consultazioni elettorali avvengono insieme, è più facile che il referendum raggiunga il quorum minimo per essere valido (metà degli elettori più uno).
Va segnalato comunque che dall'inizio della campagna referendaria decine di procedimenti in corso per titoli minerari sono stati bloccati dal Ministero dello sviluppo economico, che ha rigettato i procedimenti a seguito delle modifiche ottenute dai “No Triv” con la Legge di stabilità. Inoltre, varie compagnie petrolifere hanno abbandonato le richieste per nuove trivellazioni. 

POPOLO SAGGIO, GOVERNANTI MIOPI
Al di là di tutto questo, un dato è chiarissimo: gli italiani preferiscono puntare sul petrolio vero italiano, la natura, il turismo, il mare con l'enorme giro d'affari che possono generare a vantaggio della collettività. Viceversa, i cittadini danno un segnale ben preciso sull'altro petrolio, quello sporco che è ormai anacronistico: non vogliono altre trivelle. I motivi sono sintetizzabili in poche parole: petrolio e gas sono i massimi responsabili dell'inquinamento e uccidono l'ecosistema, rappresentano visioni vecchie ed anti-economiche e non risolvono la dipendenza energetica. Ambiente e salute a parte, sul fronte industriale ed economico sono cose vecchie, fossili appunto. 
Hanno già spremuto l'Italia senza dare granché in cambio, sono ormai attività antieconomiche (basti considerare che se i combustibili fossili continueranno a dettare legge, l'Ocse, l'organizzazione dei Paesi industrializzati, stima che il danno globale per l'aria sporca salirà di qui al 2050 dagli attuali 1,8 miliardi di dollari l'anno ad una somma tra i 2mila e i 5mila miliardi di dollari l'anno), "il governo sta svendendo la bellezza del nostro Paese e i suoi mari per pochi spiccioli" spiega Greenpeace, il movimento ambientalista in prima linea contro le trivelle insieme a tante altre realtà grandi e piccole. Con loro, anche 10 Consigli regionali (Liguria, Sardegna, Basilicata, Marche, Puglia, Veneto, Calabria, Campania, Molise e Abruzzo poi tiratosi indietro) chiedono di smetterla con il selvaggio ed antieconomico business dell’oro nero. Nel 1986 e poi nel 2011, grazie ai referendum ci siamo evitati nuovi incubi e bufale nucleari (costi incerti ed enormi, scorie eterne difficilmente gestibili, grandissimo potere in mano a pochissimi, rischi ambientali imprevedibili e irreparabili). 
Ora ci risiamo: dal basso la gente comune può far evitare agli italiani di oggi e di domani improbabili e ormai inutili avventure petrolifere che ci fanno regredire all'800.                               
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Trivelle in Adriatico: occhio alle cozze cancerogene

Il mare italiano accanto alle piattaforme petrolifere risulta contaminato dal petrolio. Due terzi (il 76% nel 2012, il 73,5% nel 2013, il 79% nel 2014) delle piattaforme ha sedimenti con un inquinamento oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Le cozze raccolte intorno alle piattaforme dell'Eni nel mare Adriatico contengono metalli pesanti (mercurio, cadmio, piombo e arsenico), benzene e altri idrocarburi. A lanciare l'allarme è Greenpeace che ha pubblicato i dati - prodotti dall'Ispra per conto dell'Eni stessa - sulla contaminazione ambientale delle cozze raccolte su 19 piattaforme lungo le coste romagnole. "In base a quanto si evince dal sito di Eni - spiega Greenpeace -, da più di vent'anni le cozze presenti sulle piattaforme vengono regolarmente raccolte da alcune cooperative romagnole di pescatori e successivamente commercializzate".

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Sardegna e Liguria, disastri petroliferi

Il Mediterraneo è tra i mari più inquinati da idrocarburi, con il 20% del traffico navale petrolifero mondiale. Oltre a oleodotti, gasdotti e raffinerie. Proprio nelle acque italiane si è verificato il più grave disastro ecologico nel Mar Mediterraneo: il naufragio della superpetroliera Haven, l'11 aprile 1991 davanti a Voltri (GE). Bruciarono circa 90.000 tonnellate di petrolio greggio e circa 1.000 tonnellate di combustibile. Il relitto e una parte del carico, stimata tra 10.000 e 50.000 tonnellate, giacciono tuttora nei fondali tra Genova e Savona. La catastrofe è rimasta senza colpevoli. Altro disastro memorabile avvenne in Sardegna, nel gennaio 2011: una nave cisterna perse in mare un fiume di olio combustibile (derivato del petrolio) durante lo scarico nella centrale termoelettrica di Fiume Santo. La marea nera raggiunse le incantevoli spiagge di Porto Torres e Marina di Sorso, davanti al Parco nazionale dell'Asinara, uno degli ultimi paradisi naturali d'Italia. Arrivò all'oasi lagunare Wwf di Platamona fino alla alla Corsica. Problemi anche su terraferma: in Basilicata, vicino le attività petrolifere, sono state riscontrate nella importante diga del Pertusillo contaminazioni da bario (sostanza presente nei fanghi di trivellazione) e da idrocarburi. 

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Sussidi alle trivellazioni

Molti sono convinti che paghiamo tanto l'energia per colpa degli incentivi alle fonti rinnovabili. In realtà i veri vampiri di quattrini pubblici sono le fonti fossili. In particolare, chi sfrutta le risorse fossili nel suolo italiano gode di grandi aiuti statali, tra sconti e sussidi. Lo Stato gli chiede un'elemosina (royalties) tra il 7 e il 10% per il petrolio in mare (quasi ovunque, all'estero, pagano dal 30 all'80%). Non pagano tasse sulle prime 20mila tonnellate di oro nero prodotto ogni anno in terraferma e sulle prime 50mila prodotte in mare. Sul gas, poi, non pagano tasse per i primi 25 milioni di metri cubi standard estratti in terra e per i primi 80 milioni di metri cubi a mare. Zero tasse sulle produzioni in regime di permesso di ricerca. 
La svendita dell'Italia ai petrolieri è ben sintetizzata dal rapporto annuale 2011 della compagnia canadese Cygam Energy, che descrive il nostro Paese come "il migliore per l'estrazione di petrolio offshore", in mare, grazie alla "assenza di restrizioni e limiti al rimpatrio dei profitti". Cioè gli stranieri (non i poveri profughi e migranti) spremono le nostre risorse e portano via i guadagni. 

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Paradiso fiscale, inferno per la natura

L’Italia è una sorta di paradiso fiscale per i petrolieri, che, grazie a leggi compiacenti, si vedono ridotto moltissimo il rischio d’impresa. Una scelta di politica energetica che non trova giustificazioni valide neanche dal punto di vista economico, viste le ridicole quantità di petrolio in gioco, e che rischia di compromettere per sempre il futuro delle popolazioni coinvolte da possibili incidenti che metterebbero in pericolo ambiente, turismo, pesca e salute.


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