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Sessualità dei quasi bambini

La giornalista e scrittrice Lombardo Pijola spiega come è cambiata la famiglia e come deve cambiare l'approccio del mondo degli adulti a quello dei bambini

Gio 28 Apr 2016 | di Angela Iantosca | Attualità
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Da una ricerca condotta nell'ambito del progetto europeo Net Children Go Mobile, risulta che due ragazzi su tre tra i 9 e i 16 anni hanno accesso abituale a Internet e hanno un profilo sui social networks, nonostante la proibizione di creare profili di Facebook o di Whatsapp per età così basse.
A questo dato se ne aggiungono altri ancora più allarmanti: più del 40% dei ragazzi italiani tra i 12 e i 17 anni invia o riceve attraverso Internet messaggi, immagini o video, con riferimenti sessuali espliciti e i genitori non lo sanno.  
Per approfondire, abbiamo sentito Marida Lombardo Pijola, giornalista e scrittrice che da anni si occupa del tema al quale ha dedicato molti dei suoi best seller e romanzi nati dalla conoscenza diretta dei giovani, dall’ascolto delle loro parole.
«Purtroppo l'uso improprio del proprio corpo da parte dei giovanissimi sul web o sulle chat del telefonino non è più un’emergenza, ma un modo abituale di relazionarsi tra di loro e con il loro corpo».

Quanto sono diversi questi bambini rispetto alla nostra generazione?
«È diversa in generale la famiglia, il contesto è abissalmente diverso. La famiglia sta subendo una profonda metamorfosi, forse la più significativa della storia dopo quella degli anni Settanta. I figli di queste nuove famiglie sono i nativi digitali, vuol dire che sono nati e cresciuti in una fase incerta, senza certezze sul ruolo sociale e sulla fisionomia stessa della famiglia; quasi sempre sono figli unici, sempre più spesso figli di genitori separati, con una madre e un padre presi da una vita professionale molto intensa che li distrae, loro malgrado, dal loro compito di formazione, senza aver la capacità di trovare qualcuno a cui delegare. In questo senso, da parte dello Stato non c’è welfare, non ci sono servizi sociali adeguati a soccombere alle mancanze familiari. Sono bambini profondamente soli, che sviluppano un forte edonismo e individualismo, sono concentrati sul consumismo e su disvalori che hanno recepito sin da piccoli. Sono bambini che hanno fatto le spese di una trasformazione incredibile e che contestualmente si sono trovati in mano uno strumento potentissimo di comunicazione, di ricerca, di conoscenza, di contatto con il mondo, che usano sin da quando sono nati, da soli, senza accompagnamento, vuoi per mancanza di tempo e attenzioni e cure più o meno dovute alle situazioni oggettive o al cambiamento di mentalità, vuoi per una conoscenza superficiale di questi mezzi da parte dei genitori: perché noi adulti siamo migranti digitali e i nostri figli sanno usare questi mezzi meglio di noi e, quindi, seguirli nello scoprire e usare adeguatamente questo strumento straordinario, in modo che sia riempito di buoni contenuti e non in modo devastante, è per noi molto difficile».

Da cosa deriva questa errata percezione del proprio corpo da parte dei giovanissimi? 
«È una generazione di bambini che ha ricevuto una serie di messaggi da noi (direttamente o guardando i nostri comportamenti), arrivando a credere che il sesso può essere un rapporto anaffettivo piuttosto che uno scambio emotivo. Al centro della loro vita c’è l'idea che il “consumare” è una misurazione del valore nella vita. Quindi, per avere denari in grado di garantire loro una serie di gadget necessari per essere integrati nel gruppo e per essere tutelati da un dolore, sono disposti a regalare il proprio corpo».
Ma la colpa non è solo delle famiglie. «Ricevono queste informazioni anche dalla politica, dai cartelloni pubblicitari, dal mercato dei bambini che propone abiti ambigui, bambole sexy, trucchi, che incoraggia una idea della sessualità come esperienza di gioco possibilmente da mettere a frutto, come se fosse una ginnastica. In più, da questi rapporti superficiali, ci si ricava, oltre al denaro, anche la sensazione di valere qualcosa. Perché uno dei grandi problemi di questa generazione è l'autostima, data dalla solitudine, dalla distrazione, da famiglie con un clima conflittuale che genera problemi gravi. È da qui, da questo vuoto che nascono poi altri problemi: droga, disturbi alimentari, alcol e trasgressione che si manifesta anche tramite il cyber bullismo. Anche questo aspetto rientra in una cultura della vita in cui alla base c'è la voglia di violare le regole, di dimostrare che non si crede in questo mondo di adulti, da cui non si riceve niente, perché le azioni degli adulti non sono accompagnate da empatia o da autorevolezza».

Qual è la loro educazione?
«L’educazione, ormai, è orizzontale: i giovanissimi, attraverso le loro tecnologie, essendo continuamente in connessione, si educano da soli tra di loro. Non esiste più la formazione verticale. Gli unici messaggi che ricevono dal mondo degli adulti e che quindi si sentono autorizzati a riproporre è che l'idea che il vincente è il più violento, è quello che urla. E questo è un tipo di spettacolo che vedono tutti i giorni: in casa, per strada, in tv».

Cosa possiamo fare noi adulti? 
In definitiva basta rovesciare quello che abbiamo detto fino a qui. Se tutto questo è frutto di mancanza di buone istruzioni per la vita, perdita di senso, di carisma, di senso della vita, sogni, passioni, impegno e divulgazione di tutto ciò attraverso uno strumento che usano da soli, allora l’unica soluzione è quella di essere consapevoli che, quando si mette al mondo un figlio, sin dal primo istante, bisognerà assumersi la responsabilità e fare un lavoro pazzesco, un braccio di ferro contro le forze del branco, del conformismo, per instillare la voglia di essere come noi, di imitarci, un modello… è necessario sedurli i giovani, sin da quando sono piccolissimi, mostrando loro un altro genere di vita, diverso da quello seguito dalla massa, perché poi siano loro a rifiutare certi modelli non per moralismo, ma per un desiderio profondo, intimo, metabolizzato di essere come noi. È importante creare in loro fiducia, ammirazione dei propri genitori e affetto, armonia, amore. Nel momento in cui si mette al mondo un figlio bisogna essere in grado di garantirgli amore, con tutte le difficoltà di questi giorni. I valori passano attraverso la gioia di vivere, l’allegria. Non ci sono altre ricette!».

Come comportarsi rispetto alla rete e ai suoi pericoli?
«Come un tempo era indispensabile addestrarsi prima del parto per le pappine e i pannolini, oggi bisogna sapere che è molto più importante delle pappine imparare a conoscere le tecnologie. Essere i primi ad insegnare loro l’uso della rete, un uso che è prezioso e va incoraggiato. Ma dobbiamo essere i primi a condividere con loro ed essere i primi a metterli in guardia sui pericoli che corrono. Non ci sono altre soluzioni. Non si può improvvisare questo lavoro. È un’impresa complessa anche per questo mettere al mondo un figlio, ma dobbiamo sapere che rendere i nostri figli piccole persone felici e serene, con principi solidi e sorriso sulle labbra, è più difficile di un tempo».
 


 

LE FAMIGLIE CHE CAMBIANO

Marida Lombardo Pijola, giornalista e scrittrice, è autrice del best-seller “Ho dodici anni, faccio la cubista, mi chiamano Principessa – Storie di bulli, lolite e altri bimbi” (Bompiani, 2007), libro choc che ha rivelato il mondo segreto dei preadolescenti. È autrice anche del romanzo “L’età indecente”, che approfondisce il tema della deriva generazionale e dell’incomunicabilità familiare, attraverso il racconto incrociato di una madre e di un figlio tredicenne.
Nel 2011, sempre per Bompiani, ha pubblicato “Facciamolo a skuola – storie di quasi bimbi”, che rivela e documenta, attraverso la narrazione di una storia vera e svariati materiali giornalistici, il fenomeno del sesso occasionale e talvolta mercificato nel mondo dei ragazzini, anche all’interno delle scuole. Ha partecipato, a Roma, al primo Festival dedicato alle famiglie che cambiano, Famigliapuntozero, dove si sono svolti molti interventi per far interagire il mondo degli adulti con quello dei bambini (www.famigliapuntozero.com).

 


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