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Inceneritori, nuova ondata di ecomostri

Va avanti il piano del governo per imporre altri forni antieconomici e inquinanti oltre i 56 già esistenti. Il contrario dell’economia sostenibile e della legge in vigore

Gio 28 Apr 2016 | di Daniele Castri | Attualità
Foto di 6

Dopo aver bruciato le tappe della carriera politica, il Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi pretende ora di bruciare anche i rifiuti urbani. Tra i malumori di associazioni e comitati ambientalisti nazionali e locali, a febbraio scorso Governo e Regioni italiane hanno deciso la costruzione di altri 8 “nuovi” inceneritori di rifiuti, di cui almeno 2 in Sicilia. All’inizio volevano farne 19. Solo i rappresentanti di Lombardia e Campania si sono opposti. Parliamo dei giganteschi impianti industriali, indicati spesso impropriamente con l’ambiguo e fuorviante termine di “termovalorizzatori”, destinati per i prossimi 20 anni a incenerire la spazzatura, più o meno differenziata, che produciamo nelle nostre città. Lo ha deliberato la Conferenza Stato-Regioni, la tavola rotonda che riunisce rappresentanti del Governo nazionale e di tutte  le Giunte regionali, votando il proprio assenso all’articolo 35 del pacchetto di leggi, più conosciuto come “Sblocca Italia”, dedicato proprio all’incenerimento della spazzatura urbana. 

ECOMOSTRI MANGIASOLDI
Oltre agli 8 “nuovi” e fiammanti ecomostri, il provvedimento legislativo prevede anche di infrangere il principio della cosiddetta autosufficienza regionale, secondo il quale la spazzatura deve essere smaltita quanto più vicino possibile al luogo di produzione. Un principio che serve anche a ridurre emissioni inquinanti e costi dovuti al trasporto. D’ora in avanti, il pattume da bruciare potrà gironzolare liberamente per tutta Italia, senza limite alcuno, col solo scopo di venir incenerito quanto prima e al costo più conveniente. 
Un cosiddetto libero mercato, che sembra piegato agli interessi delle solite lobby nazionali dei rifiuti più che alla salvaguardia della salute umana e dell’ambiente. Quando ci sia di veramente libero è da vedere, visto che questi mega-impianti per anni hanno  distorto il settore, divorando miliardi di euro di sussidi pubblici Cip6 per costruirli - poi bloccati dall'Unione Europea a partire dal gennaio 2009 - e costringendo intere popolazioni a bruciare un'infinità di materie che potevano essere perfettamente riciclate con risparmi di salute, emissioni e soldi. Ora prendono “solo” incentivi sull'elettricità, che producono bruciando l'immondizia come se fossero fonti ronnovabili. Un fiume di denaro sottratto ai cittadini tramite le bollette elettriche. Una fregatura di massa ora rafforzata per decreto: invece di puntare fino in fondo sul riciclaggio e sulle energie pulite, il governo ha dichiarato questi impianti strategici per la nazione. 

COME BRUCIARE IL BUON SENSO 
Altra assurdità è che un inceneritore può bruciare, per legge, solo alcuni materiali: carta, plastica, legno e derivati. Lo prevede la normativa ambientale in vigore in Italia (legge n. 22 del 1997 e legge n.152 del 2006, anche detto codice dell'ambiente). 
Tra le arzigogolate pieghe legislative, rinvii e allegati tecnici da rebus, il risultato è che nel nostro Paese non è ammesso bruciare il rifiuto che si trova nel cassonetto, anche detto “tal quale”, composto anche da sottofrazioni, quali l’umido, ovvero avanzi alimentari, potature e sfalci erbacei. Né si possono incenerire inerti non riciclabili, come residui vari della spazzatura urbana, o da materiali ferrosi, che non hanno alcun potere calorifero e sono controproducenti per la combustione. In pratica, non solo inquinano, ma nemmeno aiutano a generare energia. Paradossalmente, la legge consente di incenerire solo carta, cartone, plastica e legno. Cioè quei materiali che certo bruciano bene, ma che hanno nel riciclo il loro migliore impiego, anziché essere distrutti in altiforni quali sono gli inceneritori. 
Una contraddizione giuridica, tecnica, igienico-sanitaria, ambientale ed economica, visto e considerato che stiamo parlando di materiali completamente riciclabili. Ma allora perché continuare a bruciare i soldi dei cittadini, mettendo a rischio la salute umana e l’ambiente, per incenerire materie prime completamente riciclabili? 

 


 

DATI TRUCCATI, INQUINAMENTO, FRODI

I carabinieri sequestrano l'inceneritore a due forni di Colleferro (RM) nel marzo 2009: autorizzazioni scadute, rifiuti vietati, analisi falsificate, sistema di controllo dei fumi taroccato via internet, frode per ottenere sussidi pubblici (43,7 milioni di euro in 3 anni): 13 arresti, 25 indagati. Il processo penale non è concluso. «Situazione allucinante», disse il magistrato Gerardo D'Ambrosio, membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. Di questi attentati alla salute i Tg non parlano.
 


 

Il riciclo rende il 350%

Riciclare anziché incenerire conviene come forse nessun altro investimento: ogni euro speso per far rinascere quelle che in gergo si chiamano “materie prime seconde” - cartoni, giornali, scatolette, bottiglie, ecc. - produce 3 euro e mezzo, al netto dei costi. Circa il 350% pulito. È il risultato impressionante che emerge dai minuziosi calcoli della Althesys, società specializzata nella ricerca e consulenza in ambito energetico e ambientale. 

 


 

L’UE li vieta, loro li fanno 

Dal 2020 vietato incenerire le materie riciclabili. Che senso ha costruirne altri?

L’arrivo di altri 8 inceneritori in Italia è uno schiaffo alla salute umana e all’ambiente, visto che bruciare i rifiuti urbani produce sostanze altamente cancerogene, principalmente diossina, che non può essere fermata con i filtri industriali, come dimostra una consolidata letteratura scientifica nazionale e internazionale.

MA SIAMO O NO IN UE?
Ma il nuovo provvedimento di legge "Sblocca inceneritori" calpesta anche le indicazioni votate dal Parlamento Europeo nell’aprile del 2012 ad ampia maggioranza: con il “sesto programma di azione in materia ambientale” ha imposto a tutti gli Stati membri, a partire dal 1° gennaio 2020, il divieto di incenerire qualsiasi materia prima riciclabile, a cominciare proprio da carta, plastica e legno, che il governo ha deciso di bruciare in 8 nuovi inceneritori. 

SCELTA ANTIECONOMICA
Ma la decisione di governo e regioni appare insensata anche dal punto di vista economico. Difatti, da domani mattina tutti i Comuni italiani potrebbero cominciare a incassare denaro dalla vendita di ogni singola tonnellata di carta, cartone, plastica e legno, che, anziché essere incenerita a spese dei cittadini, viene recuperata con la raccolta domiciliare della spazzatura, anche detto porta a porta, e poi avviata al riciclo. 

QUANTO POTREMMO RISPARMIARE?
Il Conai, Consorzio Nazionale Imballaggi, paga bene le principali “materie prime”, tra le quali la carta, la plastica, il legno ed il cartone, che i Comuni gli consegnano con lo scopo di assicurare loro una nuova e seconda vita grazie al riciclo. Per il triennio 2016-2018, questo consorzio paga, per ogni singola tonnellata, fino a 300 euro per la plastica, 100 euro per la carta e cartone e 17 euro per il legno (dati ufficiali Conai 2016-2018). Parte del valore dipende anche dal cosiddetto grado di purezza, ossia da quanto i materiali sono suddivisi con accuratezza. Di sicuro, meglio differenziamo i rifiuti, più valgono e più rendono alla collettività. Insomma, anziché incassare soldi dalla vendita di queste materie prime, i nostri amministratori locali, regionali e nazionali continuano ad imporci inceneritori e a bruciare questi materiali spendono cifre che si aggirano tra i 130 ed i 150 euro a tonnellata. Ma perché?

 


 

Lazio: il caso Malagrotta e S.Vittore

La Regione Lazio non era presente alla Conferenza Stato-Regioni che ha dato l’ok ai “nuovi” 8 inceneritori. Perciò l’assessore regionale Buschini dice di contestare il provvedimento. Ma perché non era presente? La questione si tinge di giallo: «I calcoli effettuati dal Ministero dell’ambiente non coincidono con i nostri», ha detto l’assessore laziale. Da quanto dice, nessuno di questi “nuovi” 8 alti-forni per rifiuti dovrebbe essere costruito nel Lazio. Presidente Zingaretti e Assessore Buschini hanno annunciato  alla stampa a metà aprile di voler bloccare quello realizzato anni fa all’interno della discarica romana di Malagrotta, fermato nel 2009 dalla magistratura e poi ripartito, ma subito rifermato nel 2011 per cause ancora ignote. Appartiene al ras dei rifiuti Manlio Cerroni, al centro di indagini, sequestri e processi della Procura di Roma. Invece, sull’ampliamento del secondo inceneritore regionale a San Vittore (FR), dell'Acea, che ha due megaforni, la Regione Lazio si è mostrata a più riprese ‘possibilista’. Intanto Lazio Ambiente Spa, la società pubblica regionale proprietaria del terzo inceneritore del Lazio, a Colleferro, versa in una crisi finanziaria drammatica ed è incapace persino di pagare gli stipendi agli operai. Tra l’altro, proprio a fine marzo l’Arpa Lazio, l’Agenzia Regionale di Protezione Ambientale del Lazio, ha rilevato a Colleferro un inquinamento dell’aria da polveri sottili PM10 ai limiti di legge. Vicino a questo impianto e a quello di San Vittore, l'indagine medico-scientifica ERAS Lazio ha riscontrato tassi di decessi, ricoveri, cancri e altre malattie più alti rispetto alla media.


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