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Dio ci ha creato in piedi

Il mondo è il mondo. a noi il compito di affrontarlo in piedi

Gio 28 Apr 2016 | di Giacomo Meingati | Attualità
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C’è una canzone meravigliosa dei Green Day, si chiama “Boulevard of broken dreams”, ed ha anche un video molto significativo, nel quale la macchina di Billy Joe si ferma in una città deserta, lui e gli altri membri della band camminano e cantano e, come dice il testo della canzone, il loro cuore è l’unica cosa viva che batte mentre la città dorme. 

È una canzone che mi è molto cara, perché, come le canzoni più belle di Liga, è uscita nel 2005 ed io avevo 16 anni. È incredibile il potere che hanno le canzoni degli artisti veri, un potere forte di entrarti dentro, senza che tu necessariamente te ne accorga. Ecco, quella canzone mi è sempre entrata sottopelle, l’ho sempre sentita molto “mia” e, dopo dieci anni, ho capito perché. Billy Joe, coi suoi versi taglienti, oscuri, becca in pieno come mi sento da un po’ di tempo in questo mondo, camminandoci su questo “boulevard of broken dreams”. 

Una volta su un treno notturno, ho fatto amicizia con un ragazzo del Ghana e un nigeriano, avevano la mia età e mi hanno raccontato lOdissea dei loro viaggi fino a Tripoli, da Tripoli su un gommone stracolmo di persone, più delle 80 che poteva reggere, il salvataggio della marina, i primi tempi in Italia, e ora andavano a Roma da Bergamo, in cerca di un lavoro. Il ragazzo del Ghana rideva sempre, era smilzo, alto e spensierato, nonostante tutto; quello nigeriano era uno spettacolo. 

Era un bel ragazzo, ci teneva a vestirsi al meglio e a prendersi cura di sé. Mentre mi raccontava la sua traversata sul gommone, ad un certo punto tirò fuori la Bibbia, era protestante, e lesse: «Perché vedi amico mio, il Signore è il mio pastore ed io non manco di nulla! Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia. Anche se vado per una valle oscura, io non temo alcun male, perché tu sei con me». E poi sorridendo, come solo in Africa sanno fare, lo ripeté. Il treno ebbe due ore di sosta. C’era un freddo inaudito, ma io fui contento, perché potevamo parlare insieme con questi due amici. 

A volte, all’Università, a Roma, mi capita di incontrare ragazzi che hanno magari molto di più, ma non hanno più quel sorriso e quella speranza. Non hanno un senso del perché sono lì e dentro sono tristi. Alcuni, non tutti: ce ne sono anche di meravigliosi. Quello che sto cercando di dire è che è strano diventare adulti in questo nostro tempo. Io non so com’era prima, so com’è adesso e so che a volte fa strano. 

A volte mi sento come se la mia generazione, come se io in primis, fossimo quelli che sono cresciuti avendo tutto, senza dover sudare niente, e poi quando è stato il nostro turno, ci hanno dato una pacca sulla spalla e ci hanno detto che non c’era più niente, e che toccava a noi, ora. Tocca a noi e a me a volte fa strano diventare adulto proprio ora, proprio in questo tempo in cui non ci sono più eroi. Tante volte, infatti, mi sento come uno che sta crescendo su una barca che sta andando verso una cascata, su un fiume. La sensazione è proprio quella che questa barca stia arrivando al precipizio della cascata e che dopo ci sarà un altro mondo, un altro tempo, in cui le cose andranno diversamente, in cui andranno meglio. Ma ora, proprio perché vadano meglio, la barca deve affrontare la cascata e noi stiamo crescendo proprio nel momento in cui si va giù! Insomma, è che ci si sente proprio sbattuti “Like a rolling stone” a volte  in questo mondo freddo, iper tecnico, che non ti guarda in faccia, dove non ci sono più eroi. O meglio, magari c’è qualcuno, ma sono crollati gli ideali, sono crollati i riferimenti certi. 

Poco tempo fa dicevo queste cose a mio nonno, che è del ’27, e che fa parte di quella generazione che ha costruito dalle macerie della guerra la barca che ora sta andando verso la cascata. Quando gli ho detto: «Nonno, perché il mondo è brutto», lui mi ha risposto: «No! Il mondo è il mondo. Tu affrontalo in piedi, come merita, con rispetto e serietà». «Come ha fatto Gigi Riva?», gli ho chiesto io e lui ha annuito. Anche Bergoglio ultimamente ha detto: «Dio dice all’uomo “Alzati. Io ti ho creato in piedi, alzati”». Non puoi sapere, alla fine, come andrà. Non puoi sapere se riuscirai a combinare qualcosa e che cosa, perché spesso non dipende in pieno da te, non puoi sapere come finirà la partita. Però persone come mio nonno, Bergoglio e Gigi Riva mi hanno trasmesso una cosa, sostanziale: puoi scegliere come giocare quella partita, che è la vita, quello sì sta a te, e allora: alzati! Dio ti ha creato in piedi, alzati! 

Credo che siano questi i sentimenti che mi hanno spinto a scrivere il secondo libro, il romanzo “Un lungo cammino per ritornare a casa”, uscito ad aprile per la casa editrice “Edizioni Creativa” (www.edizionicreativa.it) di Viareggio, davvero un gioiellino della piccola editoria indipendente, per impegno, professionalità e serietà. Ho scritto questo libro perché avevo bisogno di chiarirmi dentro in che mondo ero. In che atmosfera, tempo, situazione sociale vivevo. Avevo bisogno di dirmi che, per quanto sia gelida la solitudine, vi è sempre l’incontro d’amore con una dolce ragazza, che può scaldare anche il più freddo degli inverni. Perché l’Amore conta, esiste e frega la morte, come dice Liga. Ho scritto questo libro perché avevo bisogno di dirmi che, per quanto possa essere freddo il mondo, vi è sempre l’autenticità dell’amicizia, ed è tutta un’altra cosa affrontare il mondo da soli, oppure farlo spalla contro spalla. Ho scritto questo libro perché avevo bisogno di dirmi che, per quanto sia tutto oramai regolato dal denaro, dal mercato, da un’economia arida, è al proprio Spirito che bisogna restare fedeli. 

Ho scritto questo libro perché avevo bisogno di dirmi che, anche se ci sono stati uomini che hanno reso Dio un giudice, assassino, moralista, falso, bugiardo, lontano, codificato e quindi morto, quando meno te lo aspetti il vero Dio può sempre sorprenderti nell’abisso della tua Anima, così come negli occhi di un bambino. Dicono che quando il re Leonida di Sparta seppe che i greci che difendevano le Termopili erano stati traditi, e che presto per loro sarebbe stata la fine, decise di chiamare a raccolta tutti gli uomini rimasti, lasciandoli tornare a casa, tranne i suoi 300 guerrieri, per i quali era un grande onore morire in battaglia. 

La storia ci racconta che, in quel momento, un pugno di uomini provenienti da Tespie chiese e ottenne dal re di poter restare fino alla fine con gli spartani, a difendere il passo delle Termopili. Erano vasai, contadini, pastori, artigiani, piccoli commercianti, che sentirono, con tutti i loro limiti e le loro paure e debolezze da gente comune e normale come noi, di dare la loro vita per qualcosa che non capivano, ma che, forse, era proprio quella dignità con cui uno può scegliere o meno di affrontare la vita, quella cosa che diceva Bergoglio, insomma: “Alzati. Dio ci ha creato in piedi. Alzati”.   

 


 

Un lungo cammino per ritornare a casa

Quest'opera è il grido di speranza di un ragazzo del nostro tempo. In questi anni di crisi, sconvolgimenti, difficoltà, si può forse chiedere a un giovane di non sognare pace, amore e libertà? Giacomo Meingati attinge dal suo animo tutte le sue paure e speranze e, con tale materiale, plasma la figura di un anziano cantautore di successo, Jacopo Manente, che prima di andare via ha il desiderio di donare a tutti i segreti più preziosi della sua anima. Il libro è pubblicato da “Edizioni Creativa”. 


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