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Educare significa aprire delle strade

Franco Lorenzoni, maestro elementare da 37 anni, a Giove, in Umbria, insegna a ritrovare il tempo, la profondità, la riflessione, il contatto con la Natura

Gio 28 Apr 2016 | di Angela Iantosca | Attualità
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Franco Lorenzoni è maestro da 37 anni, durante i quali ha visto passare tra i banchi di scuola migliaia di bambini: li ha visti crescere, ha visto cambiare la scuola, i piccoli alunni ed anche i loro genitori, sempre più lontani e ansiosi; ha assistito a dibattiti e ha letto molte riforme, ha ascoltato le dichiarazioni di Ministri e ha deciso di continuare nel suo percorso di insegnante delle scuole elementari, perché è qui che i bambini si trovano di fronte a tante prime volte e non c'è niente di più straordinario che accompagnarli in questo cammino di scoperta. Dal 1980 insegna a Giove, un piccolo paese umbro di poco più di mille abitanti, dove si divide tra la scuola e la sua casa-laboratorio Cenci, dove organizza attività per giovani e meno giovani. Per lui un maestro è una persona che deve mantenere viva la sua curiosità verso il mondo e verso gli altri, perché il più bel dono che si possa fare ai bambini è incontrare adulti curiosi, attenti e in ricerca perché solo le cose che ci coinvolgono in prima persona e si fanno con profondità restano. Noi lo abbiamo incontrato a Roma, a Famigliapuntozero, il primo Festival delle famiglie che cambiano organizzato al Maxxi.

Cosa significa per lei educare?
«Significa aprire delle strade che i bambini poi percorreranno in modi che non stabiliamo noi. Significa sperimentare insieme la possibilità di scoprire nuovi territori e, per fare questo, la cosa principale è tirar fuori, come indica letteralmente la parola “educare”. Spesso scambiamo l’educazione per una pratica in cui forniamo nozioni, materiali culturali. Ma questa opera, se non è accompagnata dalla possibilità per i ragazzi di scoprire se stessi, di rispecchiarsi nei manufatti culturali, non funziona. Noi presumiamo di trasmettere delle cose, poi basta che passano tre mesi e i ragazzi non ricordano niente di ciò che abbiamo incontrato. Allora bisogna trovare un modo vivo per fare rispecchiare i ragazzi in qualche elemento del sapere incontrato in modo che ci ritrovino qualcosa di loro».

In un mondo fatto di violenza come educare alla bellezza?
«La bellezza è il principale alleato di questo percorso. I ragazzi sono molto sensibili alla bellezza. Un teorema matematico può essere bello se ne si vede la genesi, la storia, la passione di chi lo ha scoperto, così come un racconto, una pittura, una musica. Nel loro stare a scuola i bambini devono trovare almeno una cosa a cui si sentono vicini, che parla proprio a loro. Questo è fondamentale. Non credo che il mondo oggi sia più violento che in altre epoche, tuttavia sento che in questo momento noi adulti trasmettiamo ai nostri figli e nipoti (io sono tre volte nonno!) paura e ansia ai più piccoli. Insegno da 37 anni ed è impressionante quanto sia aumentata l'ansia dei genitori. E questo fa male ai piccoli nel senso che, a causa di questa ansia, i bambini sono costretti a vivere in recinti sempre più stretti e a muoversi liberamente sempre di meno, se non davanti a schermi in situazioni virtuali. In più l'ansia di controllo dei genitori non corrisponde a un reale ascolto dei propri figli. Anzi, è sempre più frequente trovare genitori che mentre parlano con i figli interrompono la conversazione d’un tratto per rispondere al cellulare che hanno sempre con sé, chattare, cercare qualcosa su internet. Questo modo di fare fa soffrire molto i bambini, perché la discontinuità dell’attenzione interrompe qualsiasi discorso e mina alla base l’ascolto partecipe e profondo, che è ciò di cui hanno più bisogno i bambini. Così da una parte c'è una scarsa attitudine all'ascolto dei figli (e degli allievi da parte di noi insegnanti) mentre dall'altra cresce la tendenza a un controllo sempre più pervasivo. Per esempio, se un bambino è in gita e non manda un sms alla mamma, o la maestra non posta su WhatsApp una foto sul gruppo delle mamme, che c’è ormai in ogni classe, i genitori vanno in ansia. Questo è impressionante, perché è un comportamento che non lascia libertà di sperimentare e sperimentarsi».

Si rendono conto i bambini che questo non è sano?
«No, perché non hanno possibilità di confronto. Ma è evidente che è una pratica che assottiglia lo spessore dell’esperienza. Se io sono in un parco naturale e compare una volpe, la vedo, mi emoziono, ho bisogno di un tempo perché quella emozione possa entrare in me trovando il linguaggio intimo appropriato che appartiene solo a me. Se io sono portato dalla moda imperante a comunicare immediatamente a qualcuno ciò che mi accade postando la foto su un social, interrompo quel delicato processo dell'introspezione che nutre profondamente l’infanzia e cerca i modi di portare il mondo dentro di noi. Credo sia particolarmente necessario per bambine e bambini oggi conoscere la quiete e la concentrazione che permettano loro di vivere intensamente le esperienze; che vivano da soli, o in compagnia dei compagni di classe se sono in gita, la qualità dell’esperienza, per poterla fare propria».

Che scuola auspica?
«Una scuola che permetta di stare un po' con se stessi. Questo è il punto chiave. è importante, poi, sperimentare le difficoltà e la bellezza del costruire poco a poco una comunità in cui si è curiosi gli uni degli altri, in cui si pensa che un altro mi può aiutare a interpretare, a comprendere, a trovare chiavi di lettura per intendere il mondo. Ma questo si può fare se si sospende il giudizio, cosa che noi insegnanti fatichiamo a fare perché a scuola si giudica continuamente».

Cosa le hanno insegnato i bimbi in questi anni?
«I bambini stupiscono sempre. Questo il motivo per cui vado a scuola ogni giorno. Qualche settimana fa si parlava in terza elementare della matematica e una bambina che viene dal Marocco, e che ha difficoltà in questa materia, ha detto: “La matematica è un omino che sta dentro la testa e corre su una bicicletta; se si ferma cade. Quindi deve continuare a pedalare per risolvere i problemi”. Questa immagine per me è molto bella e l’abbiamo subito scritta in grande e appesa in classe. Nisrin, infatti, non solo ha dato una sua definizione del procedimento matematico molto interessante, ma ha raccontato qualcosa di sé. Era come se lei dicesse: io vado in bicicletta e corro, ma se mi blocco, mi fermo, cado. I bambini possiedono la grande qualità di sapere unire il mondo interno a quello esterno e sentire con maggiore intensità - e talvolta esprimere con maggiore lucidità - ciò che accade loro. Noi adulti dovremmo avere l’umiltà di nutrirci di tutto ciò invece di stare sempre a insegnare loro come si sta al mondo! Sembra come si abbia fretta di farli diventare come noi, mentre dovremmo essere noi a recuperare quella loro ricchezza interiore».

Qual è il suo metodo?
«Quello che cerco è fare poche cose, in modo approfondito. Vorrei una scuola verticale capace di andare in profondità e volare in alto. Penso che, se si trattano troppi contenuti, il rischio è che tutto resti superficiale. Se ti fermi in una cosa, pian piano ci arrivano tutti. E “tutti”, come diceva il filosofo Aldo Capitini, è una parola sacra che a scuola non dobbiamo mai dimenticare. Ma è anche una parola laica, perché il diritto di “tutti”, davvero tutti all’istruzione si trova anche nella nostra bella Costituzione. A scuola le differenze non si dovrebbero mai trasformare in discriminazioni: compito assai difficile».

Come è una giornata tipo della vostra settimana di scuola?
«Cominciamo cantando, perché è bello sentire tante voci che si accordano ascoltandosi. Cantiamo in tutte le lingue canzoni molto semplici che costituiscono il nostro piccolo patrimonio. Il canto è importante, perché quando riesce costruisce un accordo. Poi facciamo storia, matematica, arte, teatro. Spesso partiamo da un problema e lo affrontiamo da diversi punti di vista. Per esempio ora, da cinque mesi, stiamo lavorando su una sola domanda, posta un mattino di settembre da una bambina: “Perché le persone emigrano?”. Abbiamo raccolto interviste, testimonianze, informazioni, abbiamo avviato una corrispondenza con dei bambini della Somalia, abbiamo intervistato gli abitanti di Giove che sono arrivati da altri paesi e da altri continenti. Sostare nelle domande è molto importante, è istruttivo, evita l'illusione che sul telefonino si abbiano tutte le risposte. Le domande vere non hanno risposte semplici, come si crede oggi! Quella che conduco è una battaglia contro la semplificazione. Spesso si dice che con i bambini bisogna usare concetti semplici. In realtà bisogna affrontare questioni complesse e dare loro la possibilità di tornare e ritornare sulle cose. Cerco di non passare mai da una informazione all'altra rimanendo in superficie. è un buon antidoto contro la scuole del telecomando, che salta qua e là facendo perdere senso alle cose».

Importante poi è la natura.
«Quest'anno con i piccoli abbiamo realizzato un piccolo orto. Dà piacere il farlo e serve a far capire che la natura è infinita, che non la puoi mettere dentro uno schema, che non decidi tu i suoi ritmi. Incontrare la natura significa anche mettere in crisi l'illusione, ampliata a dismisura dalla tecnologia digitale che tutto può essere fatto a tua misura e con i tuoi tempi. Nella vita non è così: l'altro, l'essere umano non lo puoi spegnere e accendere a tuo piacimento. Si può educare alla vita, dunque, attraverso la natura, che ci insegna l’umiltà necessaria per non distruggere il pianeta che ci dà la vita. Mi piace lavorare anche con il cielo, guardare il percorso del sole, la luna, le stelle, come da anni proponiamo anche a Cenci, nella casa-laboratorio dove con Roberta Passoni coordino campi scuola e attività educative. Per questo do spesso come compito il disegnare lo spostamento del Sole che tramonta sempre in un posto diverso. Una bambina di Giove una volta scrisse: “Quest'anno abbiamo calcolato le angolazioni della Luna, l'abbiamo seguita, fotografata, osservata, studiata, disegnata. Ora che abbiamo finito la luna non la guardo più ma la vedo sempre…”. Trovo che sia una affermazione bellissima: significa che ora la luna è una sua compagna di sguardi e che tra loro è cominciata una relazione, così come si può stabilire con il vento o le nuvole. Una cosa molto importante da coltivare anche in città, perché la natura dà respiro e senso di vastità ai bambini». 

Cosa dicono i genitori di questo metodo?
«Ormai sono tanti anni che insegno e i genitori mi conoscono, quindi si fidano, anche se ogni anno è un po’ più difficile. Negli ultimi tempi, in cui mi capita di girare in diverse scuole, sento sempre più insegnanti che si lamentano perché tanti genitori guardano con sospetto le innovazioni, già difficili da attuare. Nonostante questo ci sono straordinarie maestre e maestri che si battono, anche in situazioni molto difficili, per una scuola capace di accogliere tutti. Io credo che famiglia e scuola abbiano due scopi diversi e che la scuola debba mantenere una sua autonomia. Sono contrario all'idea che i genitori possano giudicare gli insegnanti in modo istituzionale perché questo non aiuta una relazione per certi versi già difficile. La scuola deve essere meglio della società che la circonda e intonare un controcanto capace di guardare in maniera critica al tempo che viviamo».

 



I BAMBINI PENSANO GRANDE

Il maestro Lorenzoni, grazie alla sua esperienza, ha scritto “I bambini pensano grande” (Sellerio editore), che racconta un anno di vita in una quinta elementare. Nel diario si mostra il cuore del dialogo didattico: "Provare a dare forma al mondo", una proposta pedagogica nuova, evidentemente capace di cercare un senso all'esistere e al far esperienza. Così come avviene nella Casa-laboratorio di Cenci, vicino Amelia, in Umbria (www.casacenci.it). Spesso ospite di Festival, ha partecipato alla prima edizione di Famigliapuntozero, a Roma, una occasione creata per parlare dei cambiamenti in atto nella famiglia tradizionale (www.famigliapuntozero.com). 


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