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Shakespeare in dieci atti

Fino al 6 settembre a Londra una mostra per celebrare i 400 anni dalla morte del drammaturgo inglese

Mar 31 Mag 2016 | di Claudia Bruno | Attualità
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Si chiama “Shakespeare in ten acts” (Shakespeare in dieci atti) la grande esposizione che la British Library di Londra ha deciso di dedicare al drammaturgo e poeta inglese William Shakespeare, per celebrarne i 400 anni dalla morte, e che resterà aperta al pubblico fino al 6 settembre. Una mostra che ha il volto di Vivien Leigh vestita da Titania, in una rappresentazione di “Sogno di una notte di mezza estate” nel 1937, e che raccoglie materiali relativi alle performance che hanno reso Shakespeare quell’icona che ancora rappresenta per la cultura contemporanea. Dieci padiglioni, allestiti al piano terra e nel sotto interrato della biblioteca nazionale del Regno Unito, una delle più importanti biblioteche di ricerca al mondo, un luogo affascinante già di per sé, per i suoi spazi ampi e maestosi ricchi di storia, dove persone di tutti i tipi si fermano a leggere, lavorare e studiare tutti i giorni. Varcando la soglia dell’esposizione, passando dalla luce di fuori al buio della mostra, si ha subito l’impressione di entrare a far parte di un viaggio.  

Perché, in fondo, questo è “Shakespeare in dieci atti”: un viaggio attraverso i diversi modi in cui le opere di Shakespeare sono state reinventate nel corso dei secoli, attraverso oltre duecento oggetti unici e rarissimi, tra cui la prima edizione stampata dell’Amleto, risalente al 1603, la vera firma di Shakespeare, gli appunti e gli schemi che lo scrittore utilizzava per dare vita alle sue tragedie, le lettere che si scambiava con gli autori e gli editori del suo tempo. E poi, i materiali di scena utilizzati dalle compagnie teatrali nel corso degli anni, incluso il costume indossato da Vivien Leigh  per l’interpretazione di Lady Macbeth nel 1955, e il teschio umano che lo scrittore Victor Hugo donò all’attrice Sarah Bernhardt dopo averci iscritto un verso sulla tristezza del corpo quando l’anima lo abbandona, e che Bernhardt utilizzò per la sua interpretazione dell’Amleto nel 1899, un testo che secondo l’attrice era nato proprio con il nobile intento di esplorare le sensazioni e i dolori umani. 

Con il poster disegnato dall’artista Caitlin Griffin e intitolato “Everybody dies” (muoiono tutti), si può avere poi una simpatica e a tratti comica panoramica di quello che è lo schema del dramma shakesperiano: una tragedia, nel senso letterale del termine. Attraverso manoscritti, epistole, articoli di giornale, filmati e interviste audiovisive, la mostra segue gli alti e bassi della reputazione di Shakespeare nel corso della storia, chiedendosi e chiedendoci anche perché tutta questa ossessione per lo scrittore, come mai tutta questa fortuna nell’immaginario collettivo. Così, il visitatore è costantemente chiamato a partecipare a backstage, pettegolezzi, scandali e miti del tempo e accompagnato attraverso la trasformazione dell’arte del teatro nei secoli. Dalla prima rappresentazione dell’Amleto, avvenuta all’interno del Globe Theatre intorno al 1600, fino ad arrivare alla sua radicale reinterpretazione nell'era digitale da parte dello statunitense Wooster Group, nel 2013. A cambiare, insieme alle interpretazioni e alle riletture dei drammi, sono gli spazi all’interno dei quali vengono rappresentati, i costumi, i mezzi di comunicazione, ma anche la cultura di riferimento e le relazioni tra i sessi. Uno dei padiglioni, il numero quattro (“Do you know I am a woman?”), è dedicato proprio alla questione del “genere” nelle interpretazioni delle opere shakesperiane. 

Fu solo l'8 dicembre del 1660 che il ruolo di Desdemona in Otello fu interpretato non da un ragazzo, come era stato consuetudine fino a quel momento, ma da una donna: la prima attrice professionista del teatro inglese, che fu introdotta al pubblico come “una divertente novità”. La sua interpretazione aprì la strada alla professione attoriale per le donne nelle rappresentazioni shakespeariane, ma non sancì la fine del sessismo istituzionale. “Ci vorrebbero centinaia di donne determinate e di risorse per dimostrare che le voci femminili non solo erano auspicabili, ma necessarie per la sopravvivenza e la popolarità che le opere di Shakespeare hanno continuato ad avere”, spiegano gli organizzatori dell’esposizione. Come ha fatto negli anni Settanta del Novecento la Sphinx, di cui la mostra racconta una delle prime compagnie teatrali a prendere una posizione in questo senso, e all’interno della quale un gruppo di donne diede vita a una serie di reinterpretazioni delle opere shakesperiane in chiave femminista.

 


 

WILLIAM, CHI ERA COSTUI?

Nato il 23 aprile del 1564 e morto il 23 aprile del 1616, è stato un drammaturgo e poeta inglese, considerato il più importante scrittore in lingua inglese. Delle sue opere ci sono giunti 37 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di altri poemi. Compone la maggior parte dei suoi lavori dal 1588 al 1613. In realtà di lui sappiamo poco sino al 1592, quando si trasferisce a Londra, subito prima dell'epidemia di peste, dopo la quale c'è stata una grande fioritura della vita teatrale cittadina. Diviene autore popolare, attore e, con l'appoggio del duca di Southampton, comproprietario del Globe Theatre, cui il suo nome ancor oggi è legato, e poi del Blackfriars, ancora oggi teatro shakespeariano. Non risente della caduta in disgrazia nel 1601 del suo protettore e continua a lavorare, pubblicare, mettere in scena, oltre ad acquistare qualche proprietà e ritirarsi nel 1610 nella sua Stratford, dove resta operoso sino alla fine nel 1616. Moltissime le iniziative in tutto il mondo per i 400 anni dalla morte. 


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