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Ho un figlio prediletto?

L’80% dei genitori ha una preferenza. Ma attenti: i figli sono molto sensibili!

Mar 31 Mag 2016 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli

Eravate la principessa di casa o il cocco di mamma? E se invece il ruolo spettava a vostra sorella/fratello, quanto ne avete sofferto? In altre epoche della storia umana avere un figlio preferito tra gli altri era normale. La Bibbia racconta di Abramo cui Dio chiede di sacrificare Isacco in suo nome, proprio perché è il figlio preferito. In alcuni momenti storici il ruolo di preferito era addirittura codificato dalla legge: il maioratus o diritto di maggiorasco, indicava in genere nel primogenito maschio il diritto di ereditare tutti i possedimenti della famiglia. In alcune zone d’Europa vigeva l’opposto, il prediletto era il figlio cadetto, il minore che restava più a lungo con i genitori.
Residui del passato, oggi fare preferenze tra i figli è un tabù assoluto. Un paio d’anni fa un sondaggio americano rivelò che il 70% dei genitori ammetteva di avere un erede prediletto, ma tutti, prima di ammetterlo, negavano.
Stessa esperienza vissuta da due docenti universitarie francesi, Claudine Paque, che insegna Letteratura, e Catherine Sellenet, professoressa di Psicologia e Sociologia. Sono le autrici di un libro, di cui non ho finora trovato edizione italiana (quella francese si intitola “L’enfant préféré”), che esplora i tanti non detti della vita familiare, da quelli più scabrosi, come la violenza, a quelli più ordinari, come appunto l’esistenza di un figlio preferito. Nelle interviste condotte dalle autrici a 55 genitori, tutti hanno negato inizialmente la possibilità che esista un figlio preferito, ma alla fine, insistendo con le domande, l’80% ha ammesso che effettivamente aveva una preferenza. Spesso a tradirli è stato il modo stesso di parlare, l’usare genericamente il termine figlio o figlia mentre all’improvviso per uno di loro usiamo il nome proprio. Oppure quando, parlando di un figlio in particolare, lo associamo a concetti classici come “è la mia principessa”!
Non è un concetto facile da ammettere apertamente, ma soprattutto spesso lo si tace anche a se stessi. Eppure è un meccanismo naturale. Dipende più spesso dal fatto che uno dei figli ha maggiori somiglianze fisiche o caratteriali con noi. Anche il riconoscere nel figlio caratteri somatici simili ai propri può stimolare un senso di maggiore comunanza di idee con un figlio. Altre volte, semplicemente si preferisce il figlio che dà meno problemi, anche perché i suoi successi ci tolgono sensi di colpa che invece si accumulano quando i nostri eredi crescono in modo problematico.
Il consiglio delle autrici è di ammettere innanzitutto con se stessi l’esistenza del preferito. Avere chiaro che ci si sente più vicini a un figlio piuttosto che a un altro può servire a tenere sotto controllo i propri atteggiamenti, evitando di ferire i figli meno tenuti in considerazione. E attenti: i figli sono molto sensibili quando si tratta di captare le emozioni dei genitori e ne risentono gli effetti in modo molto amplificato. Morale: se fate i furbi sulle vostre preferenze, potreste essere beccati. 


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