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Ken Loach: Il cinema dei più deboli

Allo scintillio di Hollywood il regista inglese Ken Loach preferisce i racconti intimisti, come “I, Daniel Blake”, il nuovo film che ha presentato al Festival di Cannes e che ha vinto la Palma d’Oro

Mar 31 Mag 2016 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 8

Guardare la vita con gli occhi di Ken Loach può far venire le vertigini. Il suo cinema è un pugno nello stomaco, sì, ma mai gratuito. Si schiera dalla parte degli ultimi, dà voce ai dimenticati e riporta la speranza in chi non sembra avere più una ragione per vivere. In linea con la sua tradizione, ha deciso di ritornare al Festival di Cannes con “I, Daniel Blake”, il racconto toccante di un uomo alla soglia dei sessant’anni che, per un problema cardiaco, si ritrova senza occupazione e senza prospettive di pensione. In un momento di crisi come quello presente, il regista regala un’istantanea preziosa e commovente della realtà. Difficile non identificarsi, impossibile non lasciarsi prendere per mano da una vicenda tanto delicata quanto profonda. Alla Croisette arriva con l’aria gentile e lo sguardo generoso di sempre, con quel misto di umiltà e gratitudine che solo i grandi possiedono.

Come si fa a raccontare una storia di disperazione senza scadere nel buonismo o far sembrare patetico il protagonista?
«Bisogna usare lo stesso buonsenso che si applica nella vita di tutti i giorni, restare sul semplice, evitare gli abbellimenti inutili. Non voglio che il pubblico venga distratto da altri elementi se non quelli della storia, so che gli si spezzerà il cuore, ma è la realtà».

La disoccupazione è purtroppo una condizione condivisa…
«I poveri, non solo nel Regno Unito, ma in tutta Europa, stanno aumentando e le persone senza lavoro si trovano in una posizione vulnerabile, fragile, così si moltiplicano i suicidi nella disperazione più totale. I più fortunati sopravvivono alla disperazione e alla frustrazione, ma è complicato».

È vero che lascia libero il cast di improvvisare quando e come vuole?
«Lavorare con attori è facile, perché sono ricchi d’immaginazione e fragilità. Metto il copione nelle loro mani e sono liberi di cambiarlo come meglio credono. Sulla falsariga del neorealismo italiano, cerco di attenermi alla realtà per quanto posso e, ad esempio, quando ho girato la scena nel banco alimentare ho chiesto a persone che abitualmente ci lavorano di recitare, così tutto sembra più autentico».

Come si ridà speranza a chi ha perso tutto?
«Nel film lo mostro chiaramente: di solito si pensa che chi soffre sia sempre triste. Non è così: queste persone hanno un grande senso dell’umorismo e non si lasciano definire dai problemi che hanno».

Un film può aiutare?
«Il cinema ha il compito di far sentire la voce dei più deboli per aiutarli a guarire le ferite della società».

Come sceglie un progetto?
«In questo caso avevo deciso di ambientare una storia nella mia città natale, Nuneaton, così, parlando con la gente, mi sono accorto che in tanti erano impossibilitati a cercare lavoro. Ho parlato con molti di loro, ma un ragazzo mi ha colpito particolarmente: ho visitato l’appartamento che divideva con altri e appena entrato mi sono accorto di quanto la stanza dove stava ricordasse una storia di Dickens. Aveva un materasso per terra e un frigo, ma dentro era vuoto, senza una bottiglia di latte o un pezzo di biscotto, niente di niente. Gli ho chiesto quand’era l’ultima volta che fosse rimasto senza mangiare e mi ha detto che la settimana prima gli era successo per quattro giorni di fila. Poi una mattina alle cinque un suo amico lo chiama da un’agenzia dicendogli di stare in un cantiere alle sei. Lui, anche senza macchina, si è precipitato lì arrangiandosi per poi sentirsi dire, qualche minuto prima delle sei, che quel giorno non c’era lavoro per lui. Ecco, questo costante grado di umiliazione e insicurezza ha guidato tutto il mio ultimo lavoro».

Ha già in mente un prossimo progetto? 
«Non so cosa mi riserva il futuro e cosa verrà dopo nella mia carriera, ma dipendesse da me non smetterei mai…».

 


 

VINCITORE DELLA PALMA D’ORO 2016

Kenneth Loach, classe ’36, è uno dei registi britannici contemporanei di maggior spessore, perché ha messo il suo cinema a servizio degli ultimi. Proveniente da una famiglia operaia, si è sempre schierato politicamente a favore dei diritti sociali, come il documentario “Which side are you on?”, sullo sciopero dei minatori inglesi. Dopo aver prestato servizio militare presso la Royal Air Force, ha scoperto il teatro e ha iniziato a lavorare come regista televisivo anche per la BBC. Nel frattempo abbraccia vari progetti cinematografici, da “Poor Cow” a “Kes”. Tra le ultime pellicole ricordiamo “In questo mondo libero…”, “Il vento che accarezza l’erba” e “Il mio amico Eric”. Al 69° Festival di Cannes ha presentato il suo ultimo lavoro, “I, Daniel Blake”, la storia di un uomo alla vigilia dei 60 anni, che, senza lavoro né pensione, si trova a combattere con la burocrazia e con i pregiudizi. Un film che gli è valsa la Palma d’Oro. Loach aveva vinto già nel 2006 e nel 1994 aveva conquistato il Leone d’Oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia. Sposato dal 1962 con Lesley Ashton, è padre di cinque figli, di cui uno tragicamente scomparso a causa di un incidente stradale all’età di 6 anni.


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