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Jodie Foster: Il mio sogno da bambina

Da bambina, Jodie Foster aveva un sogno che oggi si č avverato. Ce l’ha raccontato al Festival di Cannes, ma non riguarda una certa statuetta dorata…

Mar 31 Mag 2016 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Appoggia le scarpe di Prada sul tavolo prima ancora di sedersi, ma poi ci ripensa. Jodie Foster è così: alterna istinto e razionalità con estremo equilibrio. Al Festival di Cannes ha percorso chilometri sui tacchi a spillo, ma li ha sfilati prima di cena, optando per un paio di sandali bassi per questa chiacchierata con vista mare nel suo hotel in Costa Azzurra. Ha l’espressione di una mamma esausta, a fine giornata, ma soddisfatta: il suo ultimo progetto da regista, “Money Monster”, con la coppia d’eccezione formata da George Clooney e Julia Roberts, è finalmente in sala e la Croisette l’ha accolto con grande calore. Si rilassa, ma senza perdere la concentrazione: impeccabile nel suo tubino nero, si appoggia allo schienale della poltrona con estrema disinvoltura. Usa un tono di voce pacato, ma fermo: non ha bisogno di toni suadenti per catturare l’attenzione, basta la sua acuta intelligenza per attirare ogni sguardo su di sé. Ricorda a memoria ogni singolo collega con cui ha lavorato e parla fluentemente più lingue, italiano incluso. «Il suono della vostra lingua – dice – m’incanta con la sua melodia, ma quando lo uso io mi scappa sempre un accento un po’ francese. Quanto vorrei che lo insegnassero a scuola». E poi aggiunge: «Ho pensato subito all’Italia quando mi hanno detto che ci saremmo incontrate sulla spiaggia, in un “Casotto”, proprio come il nome del film che ho girato con alcuni dei vostri più grandi interpreti, da Gigi Proietti a Ugo Tognazzi. Che bei ricordi!».

Quale grande messaggio ha voluto mandare al suo pubblico con “Money Monster”?
«La società ci dice che non conti niente se non hai denaro, ma il valore non si misura con il denaro».

Il protagonista è un uomo che perde tutti i risparmi perché ascolta i consigli finanziari in tv. Come ci si può identificare con qualcosa di simile?
«Kyle è un lavoratore come tanti, ha fatto del suo meglio, si è preso cura della mamma malata e si comporta correttamente, ma un giorno impazzisce di rabbia per essere stato raggirato. Si fa le domande che nessuno ha il coraggio o il buonsenso di porre e rappresenta proprio questa diffidenza nei confronti della politica e della finanza». 

Cosa l’ha stupita di George Clooney?
«Non lo conoscevo prima del film e ho scoperto che è persino migliore di quanto immaginassi. È uno che si presenta a sorpresa al compleanno della gente, fa mille cose insieme, sempre con un entusiasmo che ammiro dal profondo, perché invece io sono una persona che riesce a concentrarsi solo su una cosa per volta».

Quali pregiudizi ha dovuto sfatare a Hollywood?
«Quando ho iniziato la mia carriera non esistevano ruoli di spessore per le donne, ma ora piano piano stiamo prendendo in mano anche i ruoli tecnici di quest’industria, regia inclusa. Purtroppo il fatto che tre delle più potenti case di produzioni americane siano gestite al femminile non ha cambiato la situazione…».

Dirigerebbe un blockbuster?
«Non di quelli tratti dai fumetti, però, perché non m’interessa passare le giornate a discutere i dettagli di una tutina da supereroe». 

Cosa sognava da bambina?
«Ho sempre avuto il pallino della regia, per avere un controllo non solo emotivo, ma anche intellettuale sul mio lavoro. Recitare, invece, coinvolge solo la sfera emotiva. Dietro la macchina da presa io mi sento davvero me stessa». 

Il primo ricordo con una telecamera in mano?
«Avevo 13 anni e mi sono impegnata molto a girare un cortometraggio sugli stadi dell’evoluzione umana». 

Chi le ha trasmesso questa passione?
«Mamma: anziché raccontarmi le favole mi portava al cinema!».

Che effetto le fa tornare a Cannes dove ha debuttato?
«La mia prima volta al Festival avevo 12 anni, ricordo il caos dei fotografi ovunque e quest’energia incredibile. È stato qui che ho cominciato davvero la mia carriera da attrice, mi ha cambiato la vita. E tornarci da regista mi sembra incredibile».

Com’è cambiata da regista?
«All’inizio volevo avere il controllo degli attori, ma è stata una pessima idea e ora ho capito l’errore, quindi mi comporto come un genitore che lascia ai figli la libertà di esprimersi e tirare fuori il loro potenziale».

Ha diretto anche episodi di due serie tv di successo, “House of Cards” e “Orange is the new black”: cosa guarda da spettatrice?
«Mi sento un po’ stupida ad ammetterlo, ma tutti parlano di telefilm mentre io non ho mai tempo di guardarne nessuno. So però che il livello di molte serie è davvero altissimo, come “I Soprano” o “Breaking Bad”». 

Ha già altri progetti in cantiere?
«Per ora no, ho solo voglia di tornare a casa e godermi i miei figli. Il maggiore sta decidendo quale università frequentare, il secondo è alle prese con il liceo».

Sono anche loro artisti?
«Il primo ama molto il teatro e l’improvvisazione, ha una mente brillante e potrebbe fare lo scrittore, mentre il piccolo suona alcuni strumenti musicali, ma ha il classico panico da palcoscenico e non ha alcun interesse nel mondo dello spettacolo».

Ha qualche rimpianto nella sua carriera?
«Nessuno: sono felice di quello che ho fatto e so di aver ancora molto da imparare dai miei colleghi di talento, da Martin Scorsese a David Finch».

 


 

UN PRODIGIO DI RAGAZZA

Una delle stelle più lucenti del firmamento hollywodiano in trasferta al Festival di Cannes nell'edizione 2016: Jodie Foster torna sulla Croisette, dove ha vinto la Palma d'Oro 40 anni fa per “Taxi Driver” di Martin Scorsese, che ha segnato il suo debutto in grande stile (anche se calca le scene da quando aveva 10 anni) e le ha fatto conquistare la prima candidatura al Premio Oscar. Per due volte si aggiudica la prestigiosa statuetta con “Sotto accusa” e con “Il silenzio degli innocenti”. L'attrice, all'anagrafe Alicia Christian Foster, classe '62, ha appena presentato alla kermesse francese la sua ultima fatica come regista, “Money Monster”, con George Clooney e Julia Roberts. Non solo: l'artista ha inaugurato il programma di Women in Motion, una serie di appuntamenti ospitati a Cannes e organizzati da Kering per raccontare le figure femminili di maggior rilievo nel panorama mondiale, da Susan Sarandon a Geena Davis. La sua lunga esperienza dietro la macchina da presa spazia da film come “Mr. Beaver” a serie tv del calibro di “House of Cards” e “Orange is the new black”. Procede parallelamente la sua carriera di interprete, che negli anni ha inanellato progetti iconici, da “Nell” a “Panic Room”, da “Anna and the king” a “Carnage”. 


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