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Acqua pubblica: cinque anni di tradimenti della volontà popolare

La lobby preme, la Casta esegue: lo scandalo della forzatura che ribalta i referendum

Mar 31 Mag 2016 | di Caroline Susan Payne e Francesco Buda | Acqua
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Non lo vogliono dire, ma con la nostra acqua ci devono fare più soldi che con il petrolio. In particolare, il mondo della finanza vede con terrore il rischio che il principale dei nostri beni comuni torni ad essere interamente in mano pubblica, così come voluto dai cittadini italiani con i referendum del 12 e 13 giugno 2011. E dato il fatto che proprio la finanza internazionale ormai si è letteralmente “mangiata” l’economia globale, soprattutto quella dei Paesi occidentali, e che quest’ultima a sua volta si è “mangiata” la politica, alla Casta non resta altro ruolo che eseguire gli ordini di chi vuole trasformare l’acqua nella più lucrosa merce mai esistita al mondo. 

PARLAMENTO MAGGIORDOMO
L’ultimo esempio si è avuto il 20 aprile scorso quando la Camera dei Deputati, eletta con il sistema elettorale “Porcellum”, definito dal suo stesso promotore “una porcata”, ha votato il disegno di legge che inizialmente avrebbe dovuto applicare, anche se in ritardo, la volontà espressa da 26 milioni di italiani. 
Si tratta della stessa proposta di legge, detta di iniziativa popolare, per la quale le stesse organizzazioni, che poi hanno indetto i referendum di cinque anni fa, avevano raccolto oltre 400mila firme (ne servivano 50mila) fin dal 2006. Nonostante le promesse, però, all’epoca nessun parlamentare si era impegnato a portare in aula quella proposta: l’unico deputato che si era offerto (senza molta convinzione per la verità), allora militante nel partito Italia dei Valori, era un certo Domenico Scilipoti. 
Quella proposta di legge era decaduta insieme al Parlamento rinnovato nel 2008, ma è stata poi riproposta durate l’attuale legislatura proprio per dare seguito ai referendum. Inizialmente sembrava che i vari gruppi parlamentari fossero d’accordo sul testo da votare in aula: specificamente nel passaggio in cui si indicava che tutte le attuali gestioni dei servizi idrici del nostro Paese dovevano tornare interamente in mano pubblica. 

FINANZA PERICOLOSA
Occorre sapere però che nelle principali compagini societarie pubblico-private che gestiscono attualmente gli acquedotti nei principali ATO italiani (Ambiti Territoriali Ottimali), è pesantemente presente il mondo della finanza attraverso vari incroci societari. 
In sostanza, i Comuni, che hanno il ruolo istituzionale di indirizzo e controllo sul servizio idrico, si trovano in società con le maggiori banche nazionali e internazionali. Ciò significa esporre gli Enti locali al rischio di decisioni, strategie e indebitamento senza la dovuta preparazione e - non sarebbe la prima volta - anche a contratti capestro scritti da esperti specializzati in simili affari. Funzionari ed amministratori comunali, difatti, solitamente non sono ferrati sullo spregiudicato mondo della finanza, oltre al ridotto tempo e personale da dedicare a certe complesse faccende. Mentre banche e società private hanno fior di avvocati, manager e altri personaggi che fanno questo di mestiere. Insomma, come già accaduto in alcune parti d'Italia e come accade con il debito pubblico nazionale, ci si consegna ai professionisti della speculazione finanziaria e alle banche. 
Non a caso nel 2011 il Governo Berlusconi si premurò di rassicurare i vertici della Banca centrale europea sul fatto che avrebbe comunque annullato l'esito dei referendum che avevano stabilito che l'acqua non va gestita come merce e che non ci si lucra sopra. 
Difficile, quindi, immaginare che sia stata dettata dal caso l’eliminazione dell’obbligatorietà del ritorno alla gestione interamente pubblica del servizio, così come contenuta inizialmente nella proposta di legge. L’obbligo è stato modificato in una “priorità”, che poi è stata eliminata del tutto nel passaggio in aula. 

BUGIE E MISTIFICAZIONI. ECCO COME SI GIUSTIFICANO
Per giustificarsi, la Casta ha poi continuato a ripetere che la volontà popolare è stata rispettata comunque, mentre gli si allungava il naso. Basta leggere il resoconto stenografico delle dichiarazioni di voto della seduta del 20 aprile. La deputata Chiara Braga (PD), ad esempio, ha dichiarato che «… il referendum sull’acqua del 2011 ha cancellato due norme volute dal Governo Berlusconi, ossia l’obbligo di affidare ai soggetti privati la gestione del servizio idrico e il riconoscimento della remunerazione garantita del capitale investito sugli investimenti. Quel referendum non prevedeva in nessun modo l’obbligo di ripubblicizzazione del servizio idrico. Non è su quello che si sono espressi con il loro voto milioni di cittadini». 
Peccato che la Corte Costituzionale, nel dichiarare ammissibili quei referendum, anche se indirettamente, ha sentenziato l’esatto contrario. La sentenza n. 26/2011, infatti, al punto 5.2 afferma che “Il quesito, benché formulato con la cosiddetta tecnica del ritaglio, presenta, d’altro canto, i necessari caratteri della chiarezza, coerenza ed omogeneità. Infatti, attraverso l’abrogazione parziale del comma 1 dell’art. 154, e, in particolare, mediante l’eliminazione del riferimento al criterio della «adeguatezza della remunerazione del capitale investito», si persegue chiaramente la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua”. Tradotto in parole povere, dice la Suprema Corte che la nuova norma derivante dal referendum non avrebbe più consentito di lucrare e speculare con una risorsa che ci serve per vivere: per questo parla di “governo e gestione dell’acqua”. 

PROFITTO DI POCHI O BENE COMUNE?
Ma allora, come si fa a governare e a gestire questa fondamentale risorsa rendendola estranea alle logiche del profitto? A noi la risposta sembra molto semplice: facendola tornare in mano pubblica, dato che una società privata ha l’obbligo statutario di perseguire non il bene comune, ma il profitto ad ogni costo, a maggior ragione se tra i suoi soci ci sono esponenti della finanza internazionale. 
Un ente pubblico - ovviamente se gestito da persone preparate e integre - deve rispondere alla collettività ed ha come scopo il benessere di essa. I 26 milioni di italiani che hanno votato Sì ai referendum di cinque anni fa volevano ribadire questa semplice deduzione: il servizio idrico non andava messo sul mercato, escludendone la sua privatizzazione, e in ogni caso (anche per un ente pubblico) non ci si poteva speculare sopra. 
Ma da quest’orecchio, su suggerimento della finanza, pare che la Casta non ci voglia sentire. Ora resta da vedere cosa farà il Senato: approverà in via definitiva la nuova legge che favorisce le privatizzazioni?

 


 

Partito “democratico”?

La rivista Acqua&Sapone non è collegata a nessun politico e a nessun partito, associazione o movimento politico, né dipende dai contributi pubblici per l'editoria. Ma non si può ignorare che il Partito democratico ha ufficialmente sostenuto la campagna referendaria per il "Sì" ai due quesiti che a giugno 2011 hanno abrogato la possibilità di trattare l'acqua come merce, di lucrarci sopra e di ottenerne una "remunerazione" a prescindere dalla qualità della gestione. Come dimenticare, poi, la forte protesta contro la privatizzazione dell'Acea che nel 2012 sollevarono i Presidenti degli 11 Municipi romani a guida Pd? Attaccarono durissimamente l’allora Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che voleva cedere ai privati altre quote dell'azienda dell'acqua romana. Come l'acqua, certe posizioni sembrano scivolate via, dal Governo Renzi, al Parlamento, nelle Regioni fin nei Comuni. 

 


 

Regione Lazio, l’arte di annacquare le leggi

Il Consiglio Lazio ha votato all'unanimità la legge n. 5 sull'acqua bene comune, a marzo 2014. Servizi idrici interamente in mano pubblica e con utilità sociale, l'acqua come diritto inviolabile per tutti e da gestire non come merce, quindi senza possibilità di lucrarci sopra. 

Praticamente, l'applicazione al livello regionale della volontà popolare emersa coi referendum nel giugno 2011. Un'ottima legge frutto dell'iniziativa dei cittadini che l'avevano presentata e - tra vari tentativi di sabotaggio della Casta - tanto insistettero e vigilarono sull'operato della Regione guidata da Nicola Zingaretti, che alla fine ottennero l'agognata approvazione. 

Gli amministratori regionali del Lazio, ufficialmente, la salutarono con favore e se ne dichiararono entusiasti. Ma a denti stretti. Poi però, incalzato dalle lobby del settore, il governo Renzi ha impugnato quella legge ritenendola incostituzionale, soprattutto rispetto alla libera concorrenza. E Zingaretti e i suoi che fanno? Prima deliberano di resistere in giudizio davanti alla Corte costituzionale per difendere la legge. Com'è andata a finire? La Regione Lazio ha cambiato la legge, cancellando la parte che vieta il lucro sull'acqua. Sì, proprio quello abrogato dal popolo. La nuova normativa laziale, che comunque conservava alcuni aspetti di principio rispettosi dei referendum, è tuttora inapplicata. 

 


 

I PASSAGGI PER CANCELLARE I REFERENDUM

Estate 2011: il Governo Berlusconi scrive una lettera alla Commissione Europea e alla Banca centrale europea in cui prometteva che avrebbe “annullato gli esiti dei referendum sull’acqua”.

Dicembre 2011: il subentrato Governo Monti, attraverso il decreto cosiddetto “Salva Italia”, trasferisce le competenze sui servizi idrici all’Autorità dell’Energia Elettrica e il Gas. Questa Autorità poi deliberò un “periodo transitorio” per definire le nuove tariffe idriche, in base all’esito del referendum: nel frattempo restavano in vigore le tariffe che contenevano la remunerazione del capitale investito (il profitto garantito sempre e comunque ai gestori privati). 

Gennaio 2012: la stessa Autorità emana una delibera in cui indica il “full cost recovery”: il pieno recupero dei costi da caricare sulle bollette, inclusi quelli finanziari. Praticamente ciò che i cittadini avevano abrogato.

Settembre 2014: il Decreto “Sblocca Italia” 2014 del governo Renzi impone una sorta di concentrazione dei servizi idrici nelle mani di poche società pubblico-private quotate alla Borsa Valori di Milano, attraverso un “gestore” unico, nelle regioni in cui già avevano in mano il servizio per almeno il 25% della popolazione. 

Dicembre 2015: la Legge di Stabilità, come per l'anno prima, incentiva anche per il 2016 i Comuni a privatizzare i servizi pubblici a rete (acqua inclusa), consentendo di spendere anche più di quanto imposto dal Patto di Stabilità. 

Febbraio 2016: la riforma della Pubblica Amministrazione firmata dalla Ministra Marianna Madia, infine, cancella ogni dubbio: la tariffa dovrà tener conto della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito, coerente con le prevalenti condizioni di mercato”.

20 Aprile 2016: la Camera approva - stravolgendola - la legge d'iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua che incentiva le privatizzazioni.

 


 

Le assurdità dell’acqua ai privati 

Acqua trasformata in merce

Finta concorrenza, tutto in mano a pochi

Italiani espropriati dell'acqua 

controllata da stranieri

Staccano l'acqua a mano armata, contro leggi, sentenze e persone

42,4% dei reflui non depurati con impianti secondari o avanzati

Rischiamo multe europee (depurazione)

Soldi degli utenti italiani finiscono all'estero

Oltre il 37% dell'acqua continua ad essere dispersa in rete

Le bollette aumentano, l'efficienza diminuisce

Controlli “addomesticati”

Banche e speculatori finanziari comandano sulle bollette

I Tg non parlano di queste assurdità 

 


 

MADIA, il decreto del ‘golpe’

Ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione. Il 'suo' Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale impone l'esatto contrario di ciò che è stato abrogato dagli italiani 5 anni fa: servizi idrici privatizzati, acqua come merce e la "remunerazione del capitale investito”, ovvero i profitti garantiti a prescindere dai risultati di gestione, nell’esatta dicitura che 26 milioni di cittadini hanno democraticamente abrogato. 

La legge impone la privatizzazione di tutti i servizi a rete, non solo l’acqua, ma pure energia, rifiuti, trasporto pubblico locale, e priva gli enti locali e le comunità territoriali di ogni facoltà nel determinare l’articolazione territoriale dei servizi e le tariffe.


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