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Terriccio, un segreto di Stato?

Il compost è il miglior concime naturale. Ma attenzione a quale scegliete

Mar 31 Mag 2016 | di Daniele Castri | Ambiente
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Da qualche anno una parola è sempre più comune: compost. È il terriccio per piante e fiori. Ma quanti sanno cosa davvero finisce dentro quei bei sacchetti colorati per i nostri vasi e giardini? La cosa ha i contorni del "segreto di Stato". 

Vi è mai capitato un cosiddetto terriccio puzzolente, che tutto ricorda tranne che terra, torba e humus?
Sempre più spesso purtroppo si tratta di un “compostato”, che non ha niente a che vedere con il concime che deriva dal naturale processo di degradazione dell’umido, ovvero potature, sfalci erbacei e avanzi alimentari. 
Alcune volte invece consiste nel sottoprodotto di scarto di impianti a cosiddetto “bio”gas e “bio”metano, le grosse fabbriche dentro cui finiscono i rifiuti urbani “verdi”, ma che non di rado ricevono anche scorie d’inceneritori, fanghi di depurazione delle fogne, scarti di aziende e industrie di vario tipo e deiezioni di animali da allevamento. 

ACQUISTO A ‘SCATOLA CHIUSA’
Insomma, dobbiamo fare attenzione ai prodotti che utilizziamo per piante e fiori in vaso e in giardino, ma anche sui campi agricoli, perché potrebbero rivelarsi meno rassicuranti di quanto pensiamo e di quanto vogliono farci credere certi mercanti dei rifiuti e dei depuratori. Piombo, cadmio, arsenico, mercurio, cromo esavalente, tallio: sono alcuni dei metalli pesanti che, se presenti “entro i tenori massimi” di legge, sono ammessi nei prodotti per piante dalla normativa nazionale (legge n.75 del 2010). Eppure si tratta di elementi riconosciuti come molto nocivi o almeno potenzialmente tossici per salute umana e ambiente, addirittura cancerogeni. 
Ma il consumatore non è messo nelle condizioni di saperlo. Difatti, sulla confezione di vendita vanno indicati esclusivamente: nome del fabbricante, peso netto e lordo, eventualmente volume, altri elementi chimici di vario tipo e natura, ma non l’eventuale presenza di questi pericolosi metalli, a meno che non venga inserita come “indicazione facoltativa” dalla stessa società che lo immette in vendita. 
In etichetta non è obbligatorio indicare neanche se il terriccio è o meno un sottoprodotto di scarto di impianti a “bio”gas e “bio”metano. Per i cittadini, ma anche per i professionisti del settore agricolo, è dunque davvero molto difficile, distinguere tra fertilizzanti buoni e ‘cattivi’.  

UN’UNICA CHANCE PER I CITTADINI
Almeno per il momento, l’unico consiglio che danno alcuni esperti operatori del settore agricolo è quello di comprare solo fertilizzanti, terricci, torba, compost o affini sulla cui confezione di vendita sia riportata la dicitura “Consentiti in agricoltura biologica”, visto che in questi casi il concime deve derivare “solo da prodotti naturali”.  Per il terriccio destinato al mondo bio è inoltre obbligatorio inserire in etichetta anche l’eventuale presenza di cadmio inferiore o pari a 90 mg/kg, oltreché usare prodotti di partenza, come il letame o affini, non provenienti da allevamenti industriali intensivi, ma solo da concimi di aziende a ciclo biologico. 

 


 

LA CHIAMANO ‘TOLLERANZA’

Oltre al danno c’è la beffa. La legge sui fertilizzanti prevede, già in partenza, la cosiddetta “tolleranza”, ovvero che vi possa essere nel terriccio che compriamo una concentrazione di metalli pesanti ed altri elementi chimici pericolosi anche superiore al limite massimo ammesso dallo Stato: “Le tolleranze – dice la legge - devono tener conto delle possibili variazioni di fabbricazione, nonché dell’eventuale errore analitico e di campionamento; pertanto includono le incertezze di misura associate ai metodi utilizzati ai fini del controllo”. 

 


 

Lo STATO sa, i cittadini NO

Un giro in cui ha un grosso peso la solita lobby dei rifiuti

Lo Stato sa, i cittadini no. Alla faccia del fertilizzante: il modulo pre-stampato col quale chiedere al Ministero delle politiche agricole di mettere in vendita un nuovo concime sembra un bollettino di guerra. 

Non vogliamo affatto dire che tutti i produttori di terriccio sono scorretti né gettare fango su aziende serie e su un settore molto valido. Anzi, certe informazioni vorremmo che aiutassero i consumatori a valutare e distinguere prodotti e produttori. Ma vediamo come funziona un altro pezzo del sistema.

COSA IL MINISTERO SI TIENE PER Sé
Ai funzionari ministeriali va indicato se nel fertilizzante vi sono tracce di metalli pesanti, ma anche eventuali “presenze di organismi patogeni” tra i quali “coliformi fecali, salmonella, stafilococchi, mesofili aerobici, uova di nematodi”. Tutta roba non proprio salutare. 
L’aspirante produttore di nuovo terriccio dovrà indicare ai tecnici del Ministero anche se il compost è tossico per l’uomo e per gli animali, con indicazione di eventuali patologie che genera al semplice contatto: “orali, cutanei, di inalazione, pelle, occhi […] o di pericoli per pesci, uccelli”, ecc. Ma anche sottolineare le “misure di sicurezza” necessarie per il trasporto dell’ammendante oltre a quelle “di pronto soccorso o antidoti” necessari in caso di “fuoriuscita accidentale” del prodotto. Senza dimenticare di dichiarare se il compost è tossico o nocivo per l’ambiente e in quale misura: “inquinamento dell’acqua, del suolo o sottosuolo, alterazione dei cicli bio-geo-chimici, salinizzazione, desertificazione…”.

METALLI PESANTI, CONTROLLI… LEGGERI?
Verificare prima di mettere in vendita i fertilizzanti che la concentrazione di metalli pesanti pericolosi per salute e ambiente rispettino i limiti di legge spetta ad una apposita commissione del Ministero delle politiche agricole. 
Ma chi è deputato invece a controllare il fertilizzante che finisce sui banchi dei market? 
“Il Dipartimento dell'ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agro-alimentari e l'Agenzia delle dogane”, riporta nero su bianco la legge n. 75 del 2010, anche se non è certo facile incontrarli in negozi e supermercati a prelevare campioni.

LA LOBBY DEI RIFIUTI COMANDA
In Italia tra i protagonisti del business del compostaggio vi sono soggetti non proprio agricoli, che guarda caso si occupano invece di rifiuti. Parliamo di grossi gruppi, con grosse capacità di fare pressione, alcuni ben noti alla magistratura, che a Roma, per esempio, sta portando avanti due importanti processi a un pezzo importante della lobby monopolistica del settore. Si parla di un giro capace di condizionare le politiche sui rifiuti fino ai vertici delle istituzioni e sabotare la raccolta differenziata pur di non perdere il controllo del business; e poi inquinamento di falde acquifere e suolo, corruttele con alti dirigenti pubblici, carte false per ottenere ingenti contributi pubblici, trattamento illegale di rifiuti e molto altro. 
Più in generale, è uno scenario dove si muovono società e gruppi industriali pubblici, privati o pubblico-privati che gestiscono inceneritori, discariche, impianti a “bio”gas e “bio”metano da rifiuti. Tutti promotori del ‘nuovo’ business che sta conquistando mercato e territori, non a caso spuntano progetti di “bio”gas e “bio”metano in ogni dove.
Scriviamo “bio”gas e “bio”metano tra virgolette perché negli impianti che usano rifiuti ci finisce di tutto, per cui il risultato è che producono gas e un terriccio con presenze di agenti tossici. Dovrebbe andare solo in discarica. Producono gas ed energia elettrica a suon di sussidi statali, come se si trattasse di vere fonti ‘green’: sole, acqua e vento. 
E per di più, alla fine, ci rivendono nei negozi un compost che in realtà altro non è che un ‘digestato’ di scarto di fabbriche di rifiuti che definiscono spesso pure di ‘qualità’.   
 


    

Fanghi di depurazione nei campi agricoli

Oltre al problema della legge che consente di commercializzare terricci con sostanze pericolose senza farlo risultare sulle confezioni, la Magistratura e le Forze dell'ordine continuano a scoprire personaggi e aziende che spacciano come "compost di qualità" prodotti con concentrazioni di quelle sostanze superiori ai limiti di legge. Altri invece addirittura smaltiscono illecitamente i rifiuti, spargendoli sui campi come se fossero concimi. Eclatante il recente caso scoppiato a Roma: concorso nel traffico illecito di rifiuti. È l’accusa che pende su un ex dirigente Ama, municipalizzata dei rifiuti romana, ora in forza all’Acea (municipalizzata dell’acqua della Capitale). Il presunto illecito sarebbe stato commesso nel 2008, all’epoca in cui il dirigente era amministratore della società appaltatrice di Acea, incaricata di gestire il servizio di smaltimento e recupero dei fanghi prodotti dal depuratore di Roma-Nord. L’accusa riguarda anche altre persone tutte dipendenti di quella società e di Acea. Secondo la Procura di Roma sarebbe stato violato l’articolo 4 del decreto legislativo 99 del 1992, che vieta l'utilizzo sui terreni agricoli dei fanghi nocivi non adeguatamente trattati. Secondo il Pubblico Ministero Lina Cusano gli imputati per realizzare un risparmio di spesa avrebbero gestito abusivamente circa 100mila tonnellate di fanghi prodotti dal depuratore di Roma Nord, destinandoli ad “operazioni di recupero in agricoltura mediante recupero diretto, compostaggio o riciclo” nelle aziende e negli impianti individuati (dalla società indagata) in dieci regioni italiane, determinando rischi per la salute umana e per l’ambiente. I rifiuti, secondo i magistrati, non sarebbero stati utilizzabili per quello scopo, perché derivanti da residui di lavorazione prodotti dagli scarichi urbani di Roma (che contengono anche residui di natura industriale) e perché in essi sarebbero stati riscontrati elementi come la salmonella e il toluene (idrocarburo contenuto anche nella benzina) in misura superiore ai livelli consentiti. 


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