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Antibiotici, sos mondiale: non funzionano più

L’Italia è il Paese europeo più colpito dalla resistenza dei batteri a questi farmaci

Mar 31 Mag 2016 | di Francesco Buda | Salute
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Gli antibiotici sono sempre meno efficaci, talora addirittura azzerati da "superbatteri" in grado di resistere anche a più tipi di questi farmaci. Compresi quelli di ultima generazione. È la tragedia in corso chiamata antibiotico-resistenza. Le autorità sanitarie nazionali, europee e mondiali da tempo hanno lanciato l'allarme: si tratta di una minaccia alla salute pubblica che continua a crescere ovunque, nei Paesi industrializzati e in quelli cosiddetti arretrati. Solo in Europa, ogni anno si calcolano 4 milioni di infezioni causate da questo problema.
«L'uso degli antibiotici negli ultimi 60 anni ha operato da pressione selettiva: ha eliminato o ridotto i batteri sensibili e favorito la sopravvivenza dei batteri resistenti, anche nella flora normale e nell'ambiente - afferma la dottoressa Annalisa Pantosti, dirigente del Dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, tra le massime esperte italiane nel campo -. Perciò ci troviamo circondati da batteri armati con speciali meccanismi per distruggere gli antibiotici o schivare la loro azione. È una delle minacce più serie alla salute pubblica di questo secolo al livello globale; è ormai urgente e ineludibile ed occorrono azioni immediate per scongiurare una possibile catastrofe sanitaria. La medicina moderna rischia di tornare indietro ad un'epoca pre-antibiotica, in cui le infezioni rappresentavano la prima causa di morte». Colpa, fondamentalmente, dell'uso smodato, superficiale e inconsapevole: se ne prescrivono e consumano troppi, anche quando non necessari e in modo scorretto.
E non solo per ignoranza dei pazienti.
«Si stima che almeno un terzo delle prescrizioni di antibiotici sia inappropriato, ovvero fatto per combattere virus anziché i batteri, mentre gli antibiotici sono inutili contro le infezioni virali, come quelle comuni alle vie respiratorie», spiega la dottoressa Pantosti. Anche nel settore agricolo e veterinario sono in voga abusi ed eccessi che concorrono ad aumentare il problema in modo allarmante.
Tutto ciò può costituire un rischio anche per la sicurezza alimentare. 

PROBLEMA DI TUTTA LA MEDICINA 
«Alcune infezioni che prima si curavano tranquillamente sono divenute estremamente difficili e talora impossibili da trattare - prosegue la specialista dell'Istituto superiore di sanità -. La polmonite, che veniva curata tranquillamente dopo l'arrivo della penicillina, ora spesso richiede antibiotici di seconda e terza linea (ossia quelli nuovi, più complessi e più costosi e non senza effetti collaterali). La cistite, una delle più comuni infezioni batteriche delle vie urinarie nelle donne, che si curava facilmente con le classiche compresse, ora quasi sempre richiede trattamenti antibiotici più complessi, che impongono spese maggiori ai pazienti e al sistema sanitario». Ma questa spirale è pervasiva e coinvolge l'intera sanità. Diversi campi della moderna medicina dipendono infatti dalla disponibilità di farmaci antibiotici efficaci: chemioterapia contro il cancro, trapianti di organi, chirurgia dell'anca, terapie intensive per i nati pretermine e molte altre attività. Molto temute le rapide epidemie infettive nei reparti di terapia intensiva neonatale. La letteratura scientifica internazionale ormai documenta da anni che le comuni infezioni nei neonati stanno diventando estremamente difficili e talora impossibili da trattare, sottolinea la Pantosti. Parliamo soprattutto di Staphylococcus epidermidis e Staphylococcus aureus, batteri responsabili del 60-70% delle infezioni. 

I NUMERI DEL DISASTRO
Ma la percezione pubblica del fenomeno, avverte l'Agenzia italiana del farmaco, “è ancora piuttosto limitata”. Come spiega l'Agenzia europea per i medicinali, questa non è solo una bomba sanitaria, ma ha anche pesanti ricadute economiche: fa aumentare i costi per cure, ospedalizzazioni e perdita di produttività di chi si ammala e non può lavorare. 
In Europa l'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, EFSA, e il Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie, ECDC, parlano di 400mila infezioni del genere con 25mila morti l'anno, con costi superiori ad un miliardo e mezzo di euro. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, le infezioni da antibiotico-resistenza uccidono ogni anno circa 25.000 persone negli Stati Uniti. 
Lì il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie stima che oltre 2 milioni di persone sono attaccate da infezioni resistenti agli antibiotici, con un impatto economico di 55 miliardi di dollari in un anno (circa 49 mld di euro), di cui 20 in maggiori costi sanitari diretti e 35 per la perdita di produttività. Altra emergenza, ritenuta dalla Pantosti “tra le più spaventose sfide”, è quella della tubercolosi: il batterio che la veicola è sempre più resistente agli antibiotici. Europa, Sud Est asiatico e Africa sono le aree con il maggior numero di casi, che superano il 50% in Russia, India e Sud Africa. Altra malattia infettiva che sembrava archiviata, ma sta tornando alla ribalta, è la gonorrea, infezione a trasmissione sessuale che potrebbe presto diventare incurabile. Il fallimento del suo trattamento con cefalosporine di terza generazione - che dovrebbero essere le più efficaci - è stato già confermato in 10 Paesi: Austria, Australia, Canada, Francia, Giappone, Norvegia, Slovenia, Sud Africa, Svezia e Regno Unito.

ITALIA SORVEGLIATO SPECIALE 
Il nostro è il Paese europeo con la più alta resistenza a quasi l'intera gamma di antibiotici. «Cominciamo ad avere pazienti resistenti a quasi tutti gli antibiotici», ha avvertito ultimamente Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto superiore di sanità. «La nostra posizione è molto critica - lamenta la Pantosti -, per quasi tutte le resistenze prese in considerazione dal programma di sorveglianza europea l’Italia si posiziona sempre sopra la media». Basta guardare le mappe  pubblicate a pagina 75. 
A preoccupare di più - tra gli otto batteri nel mirino delle autorità - sono la Klebsiella pneumoniae, lo Staphilococcus aureus e l'Escherichia coli. Sono batteri sempre più pericolosi anche perché diffusissimi in ospedali, case di riposo ed altre strutture socio-assistenziali. Sono almeno 284mila i casi di contagio negli ospedali italiani in un anno, con decessi tra i 4.500 e i 7.000. I primi due provocano polmoniti, meningiti, setticemie (che hanno un tasso di mortalità cinque volte superiore all'ictus e dieci volte all'infarto), endocarditi, infezioni di ferite chirurgiche e della pelle. Mentre l'Escherichia coli infetta anche le vie urinarie. La Klebsiella ormai neutralizza persino i carbapenemi, farmaci di ultima risorsa, che cioè si utilizzano quando tutti gli altri antibiotici non funzionano. Dei veri salvavita. Ciò vuol dire non avere più armi terapeutiche efficaci e il 30% di decessi in più. Percentuale che sale nei pazienti particolarmente fragili. Insieme alla Grecia, siamo il Paese dell'Unione europea più colpito dall'aumento di queste due resistenze. 
Nel 2008 meno dell'1% delle Klebsielle era resistente. 
Nel 2010 il 15%, il 29% nel 2012, il 35% nel 2013! Ma la dimensione del problema - avverte l'esperta dell'Istituto superiore di sanità - è forse ancora maggiore. 
Contro la Klebsiella si è tornati a un vecchio e tossico antibiotico, la colistina. Ma il batterio sta diventando resistente anche ad essa in misura allarmante. Altre resistenze assai critiche, specialmente nella nostra penisola, riguardano Acinetobacter, anch'esso spesso resistente ai carbapenemi (provoca differenti tipi di infezione, tra cui polmonite, meningite, sepsi, infezione di ferite), e Pseudomonas aeruginosa. Fuori dall'UE, stanno più o meno come noi Paesi come Bulgaria, Ungheria, Romania, Polonia. 

CHE FARE?
I passi da compiere indicati dall'OMS sono chiari: informare, rafforzare i sistemi di sorveglianza; migliorare l'impiego degli antibiotici negli ospedali e nelle comunità (ad es. le case di riposo); prevenzione e controllo delle infezioni; incoraggiare lo sviluppo di nuovi farmaci e vaccini; impegno politico. «I cardini sono la promozione dell’uso prudente di antibiotici e strategie di controllo per bloccare la diffusione di batteri multiresistenti nelle strutture di assistenza - sottolinea la dottoressa Pantosti dell'Istituto superiore di sanità -. In Italia, poi, contro i cosiddetti Gram-negativi multiresistenti (Klebsiella pnumoniae KPC), l'unica possibilità è limitare la diffusione delle infezioni in ambito ospedaliero, come altri Paesi sono riusciti a fare!». Ma è anche questione di responsabilità personale, verso se stessi e verso gli altri: Gli antibiotici vanno usati solo quando necessario, dietro prescrizione medica, osservando scrupolosamente dosi e durata della terapia indicata dal medico. 
E poi c'è l'industria farmaceutica, poco attratta da questo "mercato": sono medicinali tanto importanti quanto poco redditizi e richiedono tempi lunghi di ricerca e sperimentazione. Negli ultimi 34 anni, sono state commercializzate solo 2 nuove classi di antibiotici (oxazolidinoni e lipopeptidi ciclici). Ma il "virus" del profitto al primo posto potrebbe recedere: l'Idsa, Società americana di malattie infettive, ha lanciato il "10 x 20": 10 nuovi antibiotici entro il 2020. La parola passa ai laboratori. Vale la pena rammentare il pensiero di Vincenzo Tiberio, il ragazzo italiano che 34 anni prima di Fleming scoprì gli antibiotici, una verità da non dimenticare nemmeno in questa nuova battaglia: «Lunga e difficile è la via della ricerca, ma alla base di tutto c'è l'amore». Se anche ora sarà così, si troveranno nuove cure. Intanto impariamo a usare le pasticche!


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