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Il sistema che opprime l’onestà

L’industria mondiale dell’evasione fiscale, che coinvolge gli Stati (Italia compresa) e le maggiori lobby. Ecco come funziona: bastano qualche euro e un computer per occultare miliardi

Mar 31 Mag 2016 | di Roberto Lessio | Soldi
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C’è una salatissima tassa occulta che dobbiamo pagare tutti i santi giorni con il nostro lavoro e con i nostri sacrifici. È una tassa che tutti i governi italiani succedutisi fino ad oggi, a prescindere dal loro colore politico, hanno detto di voler combattere a parole, salvo poi fare ben poco nella sostanza per eliminarla. Permette a chi è già ricco di esserlo sempre di più, alla faccia dei contribuenti onesti: è l’evasione tributaria che si realizza attraverso i paradisi fiscali. Ossia, quei Paesi dove si possono fare giganteschi affari e depositare denaro senza dover pagare il locale Fisco.

L’ultimo episodio è emerso lo scorso mese di aprile, attraverso quella che è stata definita la più grande fuga di notizie nella storia della finanza globale: lo scandalo dei “Panama Papers”. Si è trattato della diffusione di milioni di documenti che coinvolgono imprenditori, professionisti, politici di spicco, sportivi, volti dello spettacolo e altri vip, ma pure perfetti sconosciuti in tutto di mondo. Circa un migliaio sono italiani. I documenti parlano dello spostamento di una enorme quantità di denaro nei paradisi fiscali grazie alla complicità di banche e studi legali internazionali, al fine di evadere il fisco nei Paesi da loro stessi governati. 

TRUFFA LEGALIZZATA 
Lo scandalo dei “Panama Papers” però è solo una goccia nell’oceano dei paradisi fiscali, visto che lo studio legale interessato, il Mossack – Fonseca, è solo uno delle migliaia che esistono a Panama. In realtà si tratta di una truffa legalizzata a livello mondiale, una vera e propria industria globale perfettamente oliata e di dimensioni enormi. Dietro di essa si nascondono meccanismi di cui i comuni mortali non hanno la più pallida idea di come funziona, anche se interferiscono costantemente con la nostra vita quotidiana. Infatti, secondo l’attuale Ministro dell’Economia italiano Pier Carlo Padoan, le imposte evase nel solo 2013 ammonterebbero a 91 miliardi di euro, che in media fanno 1.500 euro per ogni residente in Italia – bambini e anziani inclusi. Non tutta questa cifra ovviamente è attribuibile ai paradisi fiscali, ma quello che più indigna i contribuenti onesti è la sfacciataggine con la quale questa industria dell’illegalità opera alla luce del sole, senza il minimo pudore e senza che alcuno intervenga. Soprattutto su Internet ormai si trovano una sfilza infinita di società che offrono servizi a poco prezzo ed adeguati ad ogni singolo caso. Offrono “società interposte”, cioè che emettono fatture fasulle ma fiscalmente deducibili dai redditi prodotti in Italia. Deducibili significa che quelle somme non vengono considerate reddito e quindi non ci si paga la relativa imposta, come ad esempio avviene per le spese sanitarie. 

AGENZIE PER L'EVASIONE
C’è chi mette a disposizione “uffici virtuali”, vale a dire sedi legali che in realtà non esistono; “nominee”, ovvero società con soci fittizi, quasi sempre autisti, cuochi o portieri, che prestano i loro nomi per qualsiasi funzione (amministratore, azionista, “trust”...). 
Si possono persino costituire società che hanno un solo dollaro di capitale sociale, un solo amministratore e un solo socio (e quindi non si capisce come può definirsi una “società”, ma tant’è), che comunque possono fare tutte le operazioni che si vogliono, senza limiti e senza controlli sulle somme in ballo e sulla loro provenienza. Ma non bisogna pensare al piccolo Stato o alla solita isoletta sperduta come sede di questi magheggi finanziari. 
La dimensione del fenomeno sta crescendo sempre di più, malgrado gli accordi internazionali che man mano si stanno stipulando tra i vari Paesi e gli scandali si succedono sempre più spesso; anche perché ormai tutta l’economia mondiale ne è coinvolta. 

PAESI ‘PERBENE’ DALLA DOPPIA FACCIA
Persino nei bilanci delle società che vedono la partecipazione e il controllo di uno Stato, incluso quello italiano, troviamo un’incredibile serie di società, che, con il solito meccanismo delle “scatole cinesi”, hanno sede nei paradisi fiscali. Questi spesso sono inclusi anche all’interno di nazioni e unioni di Stati che ufficialmente li combattono strenuamente. 
Solo un anno e mezzo fa, ad esempio, è uscito il Lussemburgo dalla “black list” (lista nera), predisposta periodicamente dal Ministero dell’Economia con riferimento alle società holding, cioè quelle società che, per intenderci, detengono partecipazioni in altre aziende sparse in tutto il mondo. 
Le holding lussemburghesi, regolamentate da una legge locale in vigore dal lontano 1929, hanno fatto scuola in tutto il mondo per il loro bassissimo livello di tassazione. Un sistema che grazie ai trattati internazionali sulla doppia imposizione fiscale (non si possono tassare le stesse aziende in due Stati diversi) di fatto permetteva e permette tutt’oggi, soprattutto alle grandi multinazionali e ai colossi bancari, di pagare imposte ridicole rispetto ai loro guadagni. 

QUELLE ANONIME IN BORSA
Basta poi controllare, magari a campione perché il tempo necessario sarebbe troppo, i bilanci degli ultimi anni delle società italiane quotate in Borsa, per accorgersi dell’incredibile quantità di S.A. (Società Anonime) lussemburghesi vi sono presenti: guarda caso sono tutte “holding di partecipazioni”. 
Lo stesso dicasi per le LLC (Limited Liability Company) in mano a società italiane che risultano residenti nel Delaware, il secondo Stato più piccolo degli USA, dove ha sede il 50% di tutte le “public company” degli Stati Uniti d'America e il 63% tra le prime 500 maggiori imprese societarie statunitensi, misurate sulla base del loro fatturato. Tutti gli esperti internazionali, malgrado la politica molto aggressiva contro l’evasione del fisco adottata dal Presidente statunitense Barack Obama, considerano questo Stato un paradiso fiscale, poiché da tanto tempo offre un diritto d'impresa molto favorevole. 

 


 

1/4 degli investimenti mondiali nascosto

È arduo stimare quanto sia il denaro occultato nei paradisi fiscali. Sono tra i 21 e i 32 trilioni di dollari (tra gli oltre 17,7 e i 28,6 miliardi di euro circa) secondo James S. Henry, ex capo economista della McKinsey, società di consulenza manageriale di rilievo mondiale e autore di uno degli studi più esaurienti sul tema stima. Un tesoro che equivale al 24-32% di tutti gli investimenti globali e vale più del PIL degli Stati Uniti e del Giappone messi insieme.

 


 

ITALIA? i governanti FANNO I VAGHI

A fronte di tutto ciò, il Parlamento italiano reagisce con il solito pannicello caldo. Il Ministero dell'Economia ogni anno aggiorna la "black list", cioè l'elenco dei Paesi furbetti che attraggono capitali, anche di mafiosi e frutto del riciclaggio di denaro sporco, senza fare tante storie. Finora uno Stato finiva in quella lista se applicava livelli di tassazione molto bassi o nulli. E chi veniva pizzicato con fatture ed altre operazioni fatte in quei Paesi, veniva torchiato e tassato da parte del Fisco italiano. Ora questo criterio non c'è più: i nostri politici con la Legge di stabilità 2015 (articolo 1, comma 678) hanno previsto che per includere una nazione nell'elenco dei paradisi fiscali si guarda solo alla mancanza di adeguate informazioni da parte di questa nei confronti dell'Italia. Soprattutto hanno eliminato il criterio più efficace, che andava a guardare più alla sostanza, cioè il livello adeguato della tassazione nei rispettivi sistemi fiscali: fino all'anno scorso, se un Paese applicava tasse troppo basse o addirittura nulle, veniva considerato paradiso fiscale. Ora non più. Intanto è ancora in corso il dibattito su quando e quanto lo scambio di informazioni si possa considerare adeguato. Insomma, una politica ‘evasiva’. Si discute... 

 


 

La vera ‘Panama’ è in Europa

Altro che isole sperdute, i maggiori paradisi fiscali sono qui 

Tra i 20 maggiori paradisi fiscali al mondo, otto di questi – Svizzera, Lussemburgo, Jersey (isola nel canale della Manica), Germania («destinataria di grossi volumi di flussi illeciti da varie parti del mondo»), Regno Unito, Belgio, Austria e Cipro – si trovano in Europa (e con l’eccezione della Svizzera e di Jersey fanno parte dell’Unione Europea). 

Nella lista sono inclusi anche molti altri paesi europei, tra cui l’Irlanda, i Paesi Bassi, l’Italia, la Danimarca, il Portogallo, la Spagna e l’Ungheria. Questo secondo la “lista nera” stilata dall’organizzazione britannica Tax Justice Network, che elenca settantatré paradisi fiscali al mondo. Non a caso le più grandi multinazionali scelgono certi Stati europei per le proprie sedi. Secondo l’OCSE, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, gli unici due paradisi fiscali rimasti al mondo sarebbero invece le due isole-nazioni di Nauru e di Niue... 

Altro metodo molto usato da società di capitali, ricchi personaggi e banche per evadere le tasse, è la beneficenza fasulla. In sostanza, fanno grosse donazioni a fondazioni di comodo registrate nel proprio Paese. 

Però queste fondazioni ‘benefiche’ hanno una succursale (con nome diverso) in Stati che sono paradisi fiscali. 
 


       

Banditi, governanti & co.

Tra i nomi eccellenti dello scandalo fiscale "Panama Papers", ci sono anche noti criminali, funzionari dei servizi segreti, almeno 70 leader politici mondiali e capi di governo. In particolare tra questi ultimi ci sarebbero il Presidente russo Vladimir Putin, i familiari del leader cinese Xi Jinping, il Presidente dell’Ucraina Poroshenko, il Re dell’Arabia Saudita e i Primi Ministri di Islanda e Pakistan. Impigliato nello scandalo c’è rimasto anche il premier inglese David Cameron. 

 


 

REGIMI PARADISIACI ELIMINATI... SULLA CARTA

L’italia fa accordi. sanzioni fantasma?

C’è chi sostiene che i paradisi fiscali non esistano più, perché tutti i governi del mondo li starebbero combattendo: lo scandalo “Panama Papers” invece ha dimostrato l’esatto contrario. Dall’ultimo aggiornamento della “Black List” di questi Stati amici dell'evasione, effettuato ad aprile dal Ministero dell’Economia, ufficialmente sono usciti molti Paesi: Lussemburgo, San Marino, Cayman, le Isole della Manica, Hong Kong e altri ancora. Per la Svizzera l’uscita è prevista l’anno prossimo. 

Questo perché con i rispettivi governi l’Italia  ha siglato accordi bilaterali di collaborazione e informazione attraverso la legge voluta dal governo Renzi, definita voluntary disclosure (divulgazione volontaria). Una sorta di collaborazione spontanea da parte di questi Stati che, aderendo a questa legge, decidono di "rivelare" capitali non dichiarati al Fisco italiano, senza incorrere in pesanti sanzioni da parte del nostro Paese. 

Quali siano queste sanzioni e come dovrebbero essere attuate non è dato sapere.      

 


 

Lo scandalo italiano

Nel 2008, anno dello scoppio della crisi finanziaria mondiale, causata dalla finanza tossica e scorretta:

• 320 erano le sedi delle banche italiane nei paradisi fiscali (sparse in 30 Stati)

• 30 erano le banche italiane con sede nel Lussemburgo

• 117 erano i gruppi controllati da banche italiane nei paradisi fiscali

• 50% (112 su 250) la percentuale delle società quotate alla Borsa Italiana che avevano sede nei paradisi fiscali

• 5 erano le società dell’ENEL (maggior azionista è lo Stato Italiano) con sede nelle Isole Cayman, noto paradiso fiscale.


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