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Lobby, il far west che decide per tutti

Gruppi ristretti decidono per milioni di persone. In Italia non si riesce ad avere trasparenza e uno straccio di regola seria. E anche l’Europa non scherza!

Gio 30 Giu 2016 | di Francesco Buda | Attualità
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Dal giugno 1976 ad oggi sono stati presentati 58 disegni di legge sulle lobby in Italia. Nessuno è stato mai approvato. Eppure, dice una ricerca dell'Università Unitelma Sapienza, solo nel 20% dei casi si può sapere, nel nostro Paese, chi fa lobby e per che cosa. Il restante 80% rimane nell'ombra.

Consulenti, avvocati, giornalisti, manager, imprenditori, professori e tanti personaggi di grande o piccolo calibro. Un esercito dedito ad influenzare le decisioni delle autorità pubbliche. A volte in modo legittimo e alla luce del sole, molto più spesso dietro le quinte del palazzo. Incontrano politici, funzionari e chi ha voce in capitolo sulle scelte che riguardano i loro interessi e premono, danno “consigli”, con una capacità di penetrazione che arriva a decidere norme di legge. Come si spiegano altrimenti i sussidi statali alle fonti finte rinnovabili, ai petrolieri o a certa editoria? E il continuo declino della sanità pubblica a vantaggio delle strutture private? Come mai negli Usa, dove pure esiste una regolamentazione delle lobby, non si è mai riusciti a introdurre l'obbligo di indicare sull'etichetta se un cibo è Ogm? Sempre negli Usa, a giugno il Senato ha bocciato 4 proposte per rendere meno facile l’acquisto di armi da parte di chiunque. Chissà perché. E le banche truffaldine e spericolate salvate coi soldi dei cittadini senza nemmeno obbligarle a risarcire le loro vittime? Per non parlare delle case farmaceutiche, della gestione dei rifiuti o dei campioni del biotech, lo scintillante business delle manipolazioni genetiche su tutto, inclusi gli esseri umani. Trovare un'inchiesta giornalistica sul mondo delle acque minerali è pressoché impossibile. La galleria degli orrori in questo àmbito è sconfinata.  

LOBBY ALL’ITALIANA
Il mondo delle lobby, che nel mondo anglosassone ha una funzione legale e riconosciuta, in Italia non gode di gran fama. La nostra storia e le cronache politico-giudiziarie, anche recentissime come il caso del compagno della ministra Guidi intercettato mentre brigava coi petrolieri per alcuni affari in Basilicata, ben autorizzano a protendere per l'accezione meno pulita. Non è un equivoco linguistico o un'esagerazione se nel Belpaese quando si parla di lobby e lobbisti si pensa a qualcosa di poco chiaro se non addirittura sporco, a faccendieri senza scrupoli, politici e burocrati corrotti o quanto meno ammorbiditi in favore di interessi che non coincidono con quelli, supremi, della collettività e del bene comune. 
Da noi è microcosmo all'ombra dei poteri più o meno forti, comunque di parte e sottotraccia, a porte chiuse. Non è sano per la democrazia e per la comunità che leggi, autorizzazioni e altre scelte vengano decise da soggetti di cui i cittadini ignorano l'identità e gli scopi. Cercare di fare i propri affari e darsi da fare per i propri interessi anche coi politici e con il palazzo non è necessariamente un'attività disdicevole. Ma i cittadini devono saperlo e devono poter essere messi in condizione almeno di sapere se, come, quando, dove e in che modo quegli interessi hanno inciso sulla pubblica amministrazione. È proprio utile e necessario bucare a costi enormi quella montagna per farci passare un treno? E quell'autostrada serve davvero agli italiani? Nell'era delle nanotecnologie e dei pannelli solari a basso costo, in piena emergenza clima, c'è da chiedersi come mai lo Stato ancora incentivi centrali a gas che emettono la tremenda CO2 e gli inceneritori. 
E il calo di circa un terzo delle installazioni di impianti fotovoltaici nel nostro Paese l'anno scorso dipende forse dal Sole cattivo? E l'ondata di slot machine, senza nemmeno un corrispondente boom di incassi per il Fisco che ha ridotto sempre più la tassazione sulle macchinette mangiasoldi? Per non parlare di banche e finanza, rifiuti e case farmaceutiche… Oppure quei docenti universitari, esperti vari e giornalisti che sposano certe cause e sostengono certi progetti e business: chi li paga? Le persone comuni non sanno che magari quel convegno o quell'articolo erano funzionali a certi interessi. Tutto ciò in Italia è molto comune, ma è come se non esistesse visto che le attività di lobbying sono fuori controllo. Ora la Commissione affari costituzionali della Camera dei Deputati ha in agenda un disegno di legge. Ma tutto appare fermo. 7 italiani su 10 ritengono che il Governo sia in larga misura, se non del tutto, guidato da poche grandi organizzazioni che agiscono unicamente nel proprio interesse. Almeno secondo i dati raccolti nel 2013 dal Barometro Globale sulla Corruzione di Transparency International. Sarà mica un caso.

PROBLEMA MONDIALE
Quello che in Italia chiedono in molti, comprese alcune grosse società di lobbying, è una regolamentazione che finalmente distingua tra lobbisti “sani” e faccendieri che agiscono nell'ombra e magari con metodi e scopi inconfessabili. In particolare, si invoca un registro obbligatorio al quale i cosiddetti portatori di interessi si iscrivano, con conseguente pubblicazione delle loro attività presso i soggetti pubblici. L'obiettivo, in realtà più che altro una pia speranza, è che chiunque possa in tal modo sapere chi e come ha influenzato le decisioni e le regole nel nostro Paese. Un registro in effetti esiste nell'Unione Europea, ma è facoltativo iscriversi. Stesso discorso per l'unico registro nazionale del genere previsto in Italia presso il Ministero delle politiche agricole. Vi figurano varie associazioni di coltivatori, ambientalisti e consumatori  ma non i colossi dei pesticidi, degli Ogm o dei farmaci per piante e animali… 

Ma il problema è mondiale. Washington, la capitale degli Stati Uniti d'America e sede del presidente Usa, è la città al mondo con più lobbisti ufficiali. Segue Bruxelles, centro del potere dell'UE, dove ufficialmente risultano operativi tra i 25mila e i 29mila lobbisti. Ma sono di più ed è impossibile conoscerli e sapere chi influenzino. “L’esaustività della misurazione è frustrata dalla frammentarietà delle informazioni contenute nel registro” avverte l'organizzazione Transparency International, che ha analizzato il fenomeno e stilato il report 'Lobbying e democrazia'. In effetti l'esistenza di un registro dei lobbisti non è di per sé garanzia di trasparenza, eticità e legalità. “La soluzione del registro dei lobbisti risulta debole e insoddisfacente. I registri non solo non hanno garantito la completa trasparenza delle attività dei gruppi di pressione, ma non hanno nemmeno impedito la corruzione a livello di pubblico”. Nel dossier di Transparency International, l'Europa non fa una bella figura: solo 7 su 19 Paesi analizzati hanno una legislazione che cerca di regolamentare il settore dei portatori d'interessi. E comunque con strumenti di dubbia efficacia. In una scala che va da zero a 100, il livello medio di trasparenza registra un misero 26%… Solo un Paese, la Slovenia, ottiene un punteggio decente, il 55%. Mentre tra le istituzioni dell'Unione, Commissione, Parlamento e Consiglio d'Europa, solo la Commissione Europea risulta un po' decente (53%). 

 

IL FAR WEST CONVIENE AI POLITICI

Comunque obbligare chi fa pressione su politici e dintorni a dichiararsi darebbe una mano alla trasparenza. «Alla politica conviene avere un paravento dietro il quale nascondersi per non assumersi la responsabilità delle proprie decisioni – ha spiegato di recente al Fatto Quotidiano il prof Pier Luigi Petrillo, della Luiss di Roma, tra i massimi esperti italiani in materia -. In termini di comunicazione è molto più efficace scaricare sulle lobby colpe che invece sono tutte ascrivibili alla classe politica, che da sempre agisce assecondando interessi di parte spesso sgraditi al proprio elettorato». Sta di fatto che in Italia nessuno è tenuto a dichiararsi come lobbista e la categoria ormai è senza confini. L'analisi di Transparency International ha misurato i livelli di tre aspetti: trasparenza, integrità ossia etica ed accessibilità, intesa possibilità di partecipare alle scelte e quindi di orientare le decisioni politiche verso l'interesse pubblico. La scala di misurazione va da zero a 100, se fossimo a scuola diremmo da zero a 10. Ebbene, l'Italia ne esce malissimo. Siamo in coda a tutte le classifiche. Nessuna sufficienza. 11% in fatto di trasparenza, 27% come integrità e 22% come pari condizioni di accesso. Tali caratteristiche – rileva il rapporto - risalgono al contesto socioculturale e politico del nostro Paese: oltre 50 anni fa, l’autorevole sociologo Edward Banfield descrisse il contesto sociale italiano come dominato dal cosiddetto “familismo amorale”, soprattutto al Sud. 
La tesi di Banfield si basava sull’idea di “incapacità degli abitanti di agire insieme per il bene comune o, addirittura, per qualsivoglia fine che trascenda l'interesse materiale immediato della famiglia nucleare”. In realtà, anche ultimamente, gli scandali dell'Expo di Milano o del Mose di Venezia portano la questione anche al nord. E mobilitazioni civili come quelle per i referendum per un'Italia libera dalle centrali nucleari e per l'acqua bene comune mostrano che sappiamo unirci su temi di interesse universale.

ALMENO I NOMI E COGNOMI…
La legge non è tutto, si sa, e le norme possono essere aggirate. Ma tra il far west e regole certe, è meglio avere qualche paletto anziché il vuoto normativo. La mancanza di regolamentazione - avvertono gli esperti, diversi lobbisti professionali e la stessa Transparency International - è l'anticamera della corruzione. Nelle italiche istituzioni da questo orecchio non ci sentono. Nell'ultima legislatura, qualche speranza ce l'avrebbe il disegno di legge dei senatori Lorenzo Battista e Luis Alberto Orellana. Al momento in cui andiamo in stampa, però, tutto sembra fermo. Mentre un guizzo di trasparenza è arrivato alla Camera, dove l'ufficio di Presidenza ad aprile scorso ha istituito il registro dei lobbisti, definiti - con la tradizionale chiarezza e semplicità dei burosauri - “soggetti che svolgono attività di rappresentanza di interessi”. Dovrebbe indicare anche chi vogliono contattare lorsignori e per quali iniziative. “Il registro è pubblicato sul sito internet della Camera”, dice il documento ufficiale. A metà giugno, mentre scriviamo, del registro sul sito di Montecitorio non v'è traccia. «Gli uffici ci stanno lavorando», fanno gentilmente sapere dalla Camera ad Acqua & Sapone che chiede lumi. Prima l'ufficio di Presidenza deve stabilire le “ulteriori disposizioni” previste con l'approvazione del Registro. C'è poi la mosca bianca: il Viceministro ai Trasporti, Riccardo Nencini, che sul suo sito pubblica i suoi incontri con lobbisti: nomi, cognomi, date, motivi ed esiti dei colloqui. Certo può anche sottacerne alcuni, non essendo un obbligo di legge. 
Ma è la dimostrazione che al di là della legge, se si vuole, si può essere trasparenti. Almeno un po'. Sul fronte legislativo, invece, per dare qualche regola da moderna democrazia alla nostra Repubblica servirà una nuova, inedita lobby: quella dei cittadini normali!
 


 

Acqua e nucleare: lobby che scavalcano tutto e tutti

Emblema dello scavalcamento delle regole democratiche e segno che non bastano leggi e regolamenti per il rispetto del popolo, è il caso dell’acqua e del nucleare in Italia. I nostri governi hanno imposto politiche idriche sempre più verso la privatizzazione e siamo è lanciatissimi in progetti  (Dtt, Iter, Alfred) per ‘nuovi’ reattori nucleari. Tecnologie “vietate” in Italia, ma che la lobby atomica potrebbe piazzare all’estero. Ma 26 milioni di italiani hanno votato in maniera schiacciante contro tutto ciò con i referendum del giugno 2011. 

 


 

La parola lobby

La parola lobby viene fatta risalire al termine latino medioevale laubia, cioè loggia, portico. Ad usarla nel senso di “gruppo di pressione” in senso lecito sono stati gli inglesi. 

 


 

Fondazioni, il grimaldello dei politici

Hanno un nome che sa di buono. Ma troppo spesso nascondono molto alle autorità pubbliche e ai cittadini. Raccolgono da anonimi privati soldi per i politici in grande disinvoltura e massima riservatezza, senza che il popolo suddito possa sapere, ad esempio chi finanzia i politici e quanti soldi gli allunga. Terribile la situazione descritta da una recente inchiesta de L'Espresso che parla di enormi flussi di quattrini da anonimi 'benefattori' verso partiti, leader politici, parlamentari e uomini di governo, intrecci con costruttori, banchieri e petrolieri, docenti universitari 'amici', società fantasma e controlli altrettanto fantasma, contabilità più o meno segrete visto che non hanno obbligo di presentare i bilanci. Da almeno un paio di decenni è questo l'andazzo. 

 


 

REGOLE: La campagna ‘occhiaperti’

Un registro pubblico dei lobbisti, con iscrizione obbligatoria, un codice etico di condotta, pubblicazione degli incontri tra politici e lobbisti, di ciò che si dicono e della relativa documentazione depositata e una serie di sanzioni contro chi non rispetta le regole. È la proposta di “Riparte il Futuro”, la comunità digitale apartitica di oltre 1 milione di persone contro la corruzione. https://www.riparteilfuturo.it/occhiaperti

 



80%

delle attività di lobbying in Italia non è tracciabile: non si può sapere con esattezza chi fa lobby e per cosa
(Fonte Università Unitelma Sapienza)


 

58

i disegni di legge presentati in Italia per regolamentare le lobby. Nessuno approvato

 


 

26%

il livello medio di trasparenza nelle attività di lobby in UE 
(Fonte transparency international)


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