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Roberto Lipari: Eccezionale veramente!

Dopo la vittoria del programma di La7, continua con i suoi monologhi, gli spettacoli nelle scuole e quella comicità che nasconde impegno

Gio 30 Giu 2016 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Roberto Lipari, 25 anni, palermitano, scrittore sin da bambino, cresciuto a Ficarra e Picone, fratello di un tecnico riabilitativo psichiatrico, zio di due gemelline e figlio di due genitori illusi di vederlo medico, a giugno è stato eletto vincitore di “Eccezionale veramente”, il programma andato in onda su La7 che lo ha reso popolare tra quei pochi che ancora non lo avevano apprezzato sul web. 

Cosa è cambiato dopo la vittoria?
«In realtà non ho capito ancora cosa sia successo. La cosa bella è stata che tutto il mio seguito su Facebook, costruito nel tempo, e la gente che mi ha conosciuto attraverso la trasmissione sono passati dall’apprezzarmi ad innamorarsi proprio di me! Ora la gente quando mi incontra, mi abbraccia: questa è la cosa più bella!».

Come sono nati i video? 
«È da fine maggio 2015 che realizzo video che poi carico su Facebook. Ma nulla è improvvisato. Ho sempre fatto live, teatro, laboratori comici e ad un certo punto ho cominciato a collaborare con un operatore video, Salvatore Fisichella, per realizzare video che univano la risata alla riflessione, mostrandomi per ciò che ero. C’è voluto del tempo, ma il boom è arrivato».

Una delle armi vincenti è stata la scelta della location casalinga, in modo particolare del divano, nei tuoi video.
«L'idea del divano, che si trova nella casa del montatore (a volte usa il divano di casa sua - ndr), è nata per caso, con il video sul film di Checco Zalone. Quando ho visto i commenti, ho capito che il divano era un protagonista, perché tutti dicevano che faceva schifo! E effettivamente ho notato che aveva un suo perché: a tutti sembrava che mi fossi alzato in quel momento dal letto, che mi fossi seduto e avessi iniziato a parlare. Quindi il divano e l’idea dell’improvvisazione funzionavano. In realtà io preparo tutto, a volte improvviso, ma poi correggiamo in fase di montaggio. è stata la tv a far capire che non ero improvvisatore».

Cosa hai portato in tv?
«In tv ho portato quello che ho sempre fatto in teatro… ed ha funzionato: alcuni video hanno avuto addirittura un milione e mezzo di visualizzazioni!».

La tua ispirazione?
«Spesso il miglior autore è il mondo. La società mi fornisce dei continui assist. Ma quello che tento di dire nei miei monologhi è qualcosa che non sia stato detto. Sul “Mein Kampf” (venduto in allegato a Il Giornale l’11 giugno - ndr), per esempio, ho realizzato un pezzo, partendo da qualcosa che nessuno aveva notato, cioè la concomitanza con il Gay Pride. Questo è il criterio che uso per scegliere di cosa parlare: se noto che tutto è stato detto su un argomento e che non c’è una nuova chiave di lettura, anche se il tema è scottante, non lo tratto. Quando Vespa ha intervistato il figlio di Riina, ho deciso di parlare degli innumerevoli post contro la mafia scritti sui social in seguito a questo episodio, sottolineando come da una schifezza fosse venuta fuori una cosa meravigliosa. Insomma, quando penso a qualcosa da dire, cerco di dire qualcosa che non sia stato ancora detto. Oppure forzo la notizia o, in caso di assenza di news, uso qualche tema che ho pronto!».

I tuoi genitori ‘aleggiano’ nei video: come hanno preso la tua scelta di fare il comico?
«Prima di decidere di fare questo mestiere, ho frequentato tre anni di Medicina. Quando ho lasciato, mi volevano uccidere: chiamavano gli zii, dicendo di convincermi a cambiare idea, piangevano… Dicevano che ero malato perché volevo fare questo lavoro… in realtà è colpa mia, perché li ho illusi. Ma in effetti a loro basta che io sia felice e loro oggi sono felici per me! La cosa che posso dire è che capisco la loro preoccupazione: il mestiere del comico non è un mestiere facile, ma di positivo c’è che, non facendo il medico, ho salvato molte vite!».

A giugno è stato pubblicato il tuo primo libro, “Cara Accademia della Crusca, ti scrivo” (Navarra editore): come nasce?
«Nasce dal video che ho fatto sulla parola “petaloso” e dalla domanda: “Cara Crusca, se hai sdoganato la parola “petaloso” perché non considerare anche le parole siciliane?”. La Crusca mi ha risposto, mandandomi una lettera specificando che la parola petaloso per ora non è stata ancora inserita…».

Tu sei siciliano e la tua comicità è molto incentrata su questo elemento: pensi di cambiare?
«Ho due vantaggi in questo momento: sono siciliano ed ho 25 anni. E nel panorama italiano non ci sono comici con queste due caratteristiche, quindi devo sfruttare questi due elementi e non sarei credibile se parlassi di altre cose. Devo parlare della mia generazione, dei problemi che riguardano me e la mia terra».

Se un ragazzo segue la passione, può riuscire anche in Italia? 
«Io penso che il mio è un mestiere pieno di parabole, magari ora va bene e poi no. Ma credo che se ognuno facesse quello che desidera, ci sarebbe un mondo con meno depressi e anche un mondo che produce meglio. Non nascondo che ho paura del futuro: ho tanti amici che volevano fare Medicina e poi hanno fatto Scienze della Comunicazione e sono diventati professori... frustrati. E la cosa peggiore sono i professori frustrati: quanti ne incontro!».

Ti capita di andare anche nelle scuole?
«Da tempo vado nelle scuole medie e nelle superiori con lo spettacolo “Ziozio”, in cui sono lo zio di un bambino che mia sorella mi lascia una notte. Lui ha visto una puntata di “Ballarò”, il programma di Giovanni Floris, e devo spiegargli una serie di cose che non capisce. Parlo di date importanti della storia, del loro significato, spiego come si chiede il pizzo, parlo di mafia, tutto in chiave comica».

Cosa ti rimane di queste esperienze?
«Purtroppo una cosa negativa è quando ti accorgi che i ragazzi di Palermo non sanno chi sia Peppino Impastato, questa cosa fa male e mi fa capire che dobbiamo andare avanti. Il lato positivo sono quelle domande che solo i bambini sanno fare. Mi ricordo un giorno un bambino di una scuola media che mi dice: “Io l’ho capito perché Peppino diceva che la mafia è una montagna di cacca, perché poi dalla cacca nascono fiori. Infatti c’era la cacca il 23 maggio e ora ci siete voi”. Cosa puoi aggiungere? Questa è la lezione più grande”. Perché i bambini, come i comici ribaltano la realtà, ti mostrano punti di vista diversi, come Roberto scrive su Facebook su un post sul 23 maggio, il giorno in cui si ricorda la strage di Capaci: “Oggi penso che ci sia una relazione tra la comicità e la lotta alla mafia. Il comico ribalta, trova il sorriso in ogni cosa. La folla del 23 maggio del 1992 è accorsa sul posto a causa di una strage che sembrava aver sconfitto la lotta alla mafia. Oggi ci sarà una folla che ha ribaltato tutto ed è lì per dire che si può vincere insieme!”.


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