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Come evitare di buttare via il cibo buono

Ne buttiamo oltre 100 kg l’anno a testa convinti che non sia più buono. ma sappiamo leggere la vera scadenza?

Gio 30 Giu 2016 | di Roberto Lessio | Attualità
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Mentre in alcuni Paesi europei si sta procedendo alla riforma delle cosiddette “scadenze” degli alimenti, il Parlamento italiano continua a discutere una legge, anche con evoluzioni a dir poco discutibili, che dovrebbe ridurre l’enorme spreco alimentare che si registra ogni anno in Italia.
In base ai dati del Politecnico di Milano, infatti, da noi ogni anno si buttano via o non vengono commercializzate in media sei milioni di tonnellate di cibo ancora commestibile: 101 kg a persona. Altre fonti hanno stimato che il costo economico dello spreco alimentare domestico degli italiani è ormai arrivato complessivamente a 8,7 miliardi di euro l’anno: circa 7,06 euro a settimana per ogni famiglia. Nel resto del mondo comunque non è che le cose vadano molto meglio: la FAO, l’Organizzazione Mondiale per l’Alimentazione, ha calcolato che un terzo dell’intera produzione agricola mondiale viene sprecato soprattutto nelle fasi finali della commercializzazione e distribuzione dei prodotti.

Qual è la vera scadenza?
Questo problema dipende in buona parte dal fatto che noi consumatori non siamo informati e non prestiamo abbastanza attenzione a cosa c’è scritto nelle confezioni degli alimenti. Di “scadenze” infatti ce ne sono di due tipi: la prima si chiama Termine Minimo di Conservazione (TMC) e riguarda un mero consiglio a consumare il contenuto entro una certa data per gustarne inalterate le caratteristiche nutritive e gustative (è la dicitura: “da consumarsi preferibilmente entro…”); la seconda, quella che dice “da consumarsi entro” è la data di scadenza vera e propria e riguarda i prodotti rapidamente deperibili che devono avere tempi certi per essere consumati in sicurezza. 
A questo si aggiunge però una grande contraddizione: nel nostro Paese la decisione del giorno di scadenza dei prodotti alimentari è lasciata ai produttori e ai confezionatori, che ne sono responsabili. 
Ciò induce molte perplessità sul fatto che tali scadenze rappresentino effettivamente una garanzia qualitativa e sanitaria a vantaggio di noi consumatori, oppure non si tratti di un meccanismo per imporci il sistematico ricambio dei prodotti nel cui prezzo è già inglobato il costo dello spreco. 
Questa confusione comunque determina i dati su indicati. Così nella spazzatura finiscono anche cibi prossimi alla “scadenza” perché ritenuti a rischio, anche se il buon senso dovrebbe consigliare il contrario. Quello che accade ad un  prodotto alimentare non è come lo scoccare della mezzanotte nella favola di Cenerentola, per cui ciò che un minuto prima era buono, dopo improvvisamente non lo è più. 
Questo spreco tra l’altro viene spesso incentivato dalla grande distribuzione: soprattutto nei supermercati è consuetudine ritirare dagli scaffali  i prodotti prossimi alla scadenza perché ritenuti, erroneamente, ormai non vendibili. 

LA PRIMA, TRAVAGLIATA LEGGE ITALIANA
Proprio per contrastare lo spreco di cibo che poi diventa rifiuto organico e va ad incidere pesantemente anche sulle nostre bollette per lo smaltimento della spazzatura, la Camera dei Deputati ha approvato lo scorso mese di marzo un apposito disegno di legge. Il testo, fortemente voluto dalle associazioni di volontariato e presentato dalla deputata PD Maria Chiara Gadda, è stato approvato da questo ramo del Parlamento senza alcun voto contrario. Stabilisce che gli operatori del settore alimentare (ma anche di quello farmaceutico) possono cedere gratuitamente le eccedenze alimentari alle organizzazioni che si occupano di destinarle alle persone indigenti. Particolare importante è il fatto che questa cessione può avvenire “oltre il termine minimo di conservazione, purché siano garantite l’integrità dell’imballaggio primario e le idonee condizioni di conservazione”. Inoltre, gli alimenti prodotti della panificazione invenduti o eccedenti, che non hanno bisogno di essere conservati in frigo, possono essere ceduti entro le 24 ore successive alla produzione anche da parte di supermercati, hotel o ristoranti. È previsto anche il via libera alla cosiddetta “doggy bag”, il contenitore di cui i ristoranti potranno dotarsi per permettere al cliente di portare via quanto non consumato. 
Il testo di legge stanzia risorse economiche specifiche - 7 milioni di euro nel periodo 2016 – 2018 - per incentivare queste buone pratiche e per semplificare la burocrazia. I donatori, ad esempio, dovranno fare una semplice rendicontazione a fine mese e potranno così ottenere uno sconto sulla tassa dei rifiuti proporzionale alla quantità di cibo donato. 

SABOTAGGIO IN VISTA: SPUNTA LA LOBBY DEI RIFIUTI
Si tratta quindi di una buona legge o perlomeno capace di avviare un percorso virtuoso, che ora deve essere approvata anche dal Senato per diventare definitiva. Visto l’esito della votazione nell’altro ramo del Parlamento ci si sarebbero aspettati tempi veloci per il via libera definitivo ed invece succede che si sta cercando di introdurre un passaggio che renderebbe perfettamente inutile la stessa legge: la possibilità di destinare le eccedenze alimentari alla produzione di biogas. Anche se nel relativo emendamento viene considerato come “ultima ipotesi”, con la solita scusa di produrre energia cosiddetta alternativa (in realtà sono ben altre le fonti pulite da incentivare: fotovoltaico, eolico, idroelettrico, ecc.), si sta cercando di introdurre di nuovo un vero e proprio smaltimento alternativo di rifiuti. Un business che punta ad incassare grossi incentivi pubblici, visto che l'energia prodotta dai 'bio'gas alimentati a rifiuti sono sussidiati dallo Stato, che poi carica sulle bollette elettriche questi costi. Costi che ci costringono a pagare per impianti antieconomici perché producono meno energia di quella complessivamente consumata. Esattamente come avvenuto in passato con i famigerati sussidi CIP6 e i vari certificati più o meno verdi. Sembra inoltre da non escludere il rischio che le eccedenze alimentari non vadano ai bisognosi ma ad appositi comitati d’affari e  siccome i sussidi sarebbero dati sulle quantità ritirate senza ulteriori verifiche, cioè sulla base delle carte, qualcuno potrebbe accaparrarsi i cibi scaduti con la scusa del 'bio'gas per poi invece farlo sparire in qualche discarica nel nostro martoriato territorio o direttamente in aria bruciandoli in qualche inceneritore. Mentre andiamo in stampa l’iter dell’approvazione della legge in fase referente (cioè senza il voto in aula ma direttamente nelle apposite Commissioni) è ancora lontano dalla conclusione. Speriamo che tale rischio venga eliminato.

 


 

Scadenza: che significa?
Come giustamente ci indica il sito “Una Buona Occasione” (www.unabuonaoccasione.it) il Termine Minimo di Conservazione (TMC) non è un pericolo per la nostra salute. Il caffè che perde un po’ di aroma, i crackers meno croccanti, la bibita gassata meno frizzante, la pasta che richiedere un minuto in più per essere cotta, sono tutti esempi di prodotti che dovrebbero essere consumati “preferibilmente” entro la data indicata in etichetta, ma non si tratta di una scadenza in senso stretto. Cioè quella data non in dica un termine dopo il quale il prodotto va a male e non è più commestibile.  

 


 

Ristoranti anti-spreco: quello che lasci te lo porti via

Eco–vaschetta, Il buono che avanza, Ri-gustami a casa
I ristoranti che aderiscono a queste iniziative, promosse rispettivamente dalla Provincia di Rimini (Eco-vaschetta), da Cena dell’Amicizia Onlus (Il buono che avanza) e dalla Provincia autonoma di Trento (Ri-gustami a casa), offrono ai loro clienti la possibilità di portare a casa, in modo sicuro e igienico, l’eventuale cibo avanzato dal pasto consumato.

Buta Stupa, PRENDITI IL VINO!   
“Buta stupa”, che in dialetto piemontese significa “bottiglia stappata”, è il nome di un progetto di marketing rivolto ai ristoratori: i locali che aderiscono consegnano al cliente la bottiglia di vino interamente pagata ma consumata solo in parte. Finora sono presenti in Piemonte, Liguria, Sardegna, Abruzzo e Lombardia.

 


 

Spesa e risparmi last minute

Due giovani italiani hanno lanciato LastMinuteSottoCasa: un'app e piattaforma web che permettono ai negozianti di mettere in vendita, con forti sconti, il cibo che si avvicina alla data di scadenza a chi abita vicino al loro negozio. 
Basta registrarsi sul sito per ricevere sul proprio smartphone le offerte proposte dai negozi di alimentari del proprio quartiere. L'iniziativa è già molto diffusa in città come Torino, Roma, Milano, Bologna, e  si prepara ad essere esportata all'estero.

 


 

Il riscatto della frutta e della verdura “brutta”

Ad incrementare lo spreco di cibo c’è anche la tendenza di noi consumatori ad acquistare solo ortaggi e frutti che appaiono esteticamente “belli” perché ritenuti, erroneamente, anche buoni, sani e nutrienti. Questo ulteriore comportamento sbagliato, comunque imposto dalla grande distribuzione ma pure da certe istituzioni europee con i cosiddetti “standard di qualità”, fa in modo che già nella fase di raccolta, una quantità consistente di cibo venga scartata perché ritenuta invendibile dagli stessi produttori. Secondo uno studio condotto dal WWF della Germania solo per questo motivo circa il 30% del raccolto di quel Paese rimane direttamente nei campi. Cetrioli storti, patate non perfettamente lisce, carote troppo grosse, zucchine corte, fragole con due punte o mele deformi perché colpite dalla grandine in fase di crescita, sono ritenute non commerciabili. 

FAI DA TE ANTISPRECO
Recentemente però alcune persone di Berlino e Monaco di Baviera hanno pensato di dire basta a questa follia ed hanno fondato “Querfeld” (campi trasversali), una start-up, un’azienda innovativa: ritirano dai produttori frutta e verdura “brutta” che non soddisfa gli standard dei supermercati e la distribuiscono a prezzo scontato, soprattutto alle scuole e agli asili aziendali. L’organizzazione aiuta allo stesso tempo sia gli acquirenti, i quali possono comprare alimenti freschi e locali a prezzi più bassi, che gli agricoltori, i quali ottengono così un reddito integrativo altrimenti irrealizzabile. Per questo l’iniziativa ha ricevuto anche un prestigioso premio, il GreenTec Award, come nuovo modello di business. Per il momento l’organizzazione funziona solo per i prodotti biologici ma non è escluso che in futuro possa essere estesa anche a quelli convenzionali. L’importante è che il cibo non vada sprecato e forse non a caso gli unici acquirenti a non dichiararsi interessati dall’iniziativa sono state le catene della grande distribuzione. 


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