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Mare pulito... sulla carta

Depurazione scarsa, acque inquinate... e mezzo miliardo di euro l’anno di multe UE!

Gio 28 Lug 2016 | di Francesco Buda | Attualità
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Di anno in anno spuntano sempre più bandiere blu, i sindaci proclamano la buona qualità delle “loro” spiagge, il governo gongola per le acque italiane quasi tutte balneabili. Poi però capita di andare al mare e trovarlo sporco.
E succede che i cittadini italiani debbano pure pagare quasi mezzo miliardo l'anno di multe europee per i gravi deficit nella depurazione, a seguito di due condanne UE. È anche questo il prezzo da pagare, insieme ai danni al turismo, azzoppato anziché curato come la vera e principale “industria” nazionale, che potrebbe farci campare molto meglio se solo si tutelassero e valorizzassero i nostri tesori naturali, il mare, i paesaggi e molto altro. E una terza condanna pecuniaria arriverà. Non per fare gli uccelli del malaugurio o i guastafeste, ma la realtà è diversa da quella che ci raccontano. Tante spiagge nostrane sono ancora “blu” per davvero, ma molte altre lo sono solo sulla carta e sulle bandiere (a pagamento) di cui si ammantano i politici locali. 

SEGUIAMO L’EUROPA A METÀ
Al di là di annunci e marketing politico-istituzionale, due fatti parlano chiaro: ormai non si cerca quasi più nessun inquinante nelle acque di balneazione e ci ritroviamo spessissimo ancora senza efficienti sistemi di depurazione. Perciò, da un lato risultano acque costiere formalmente a posto ovunque, ma dall'altro dobbiamo fare i conti – in tutti i sensi – con le procedure d'infrazione europee. 
La stessa Unione Europea ha quasi azzerato controlli e parametri inquinanti da cercare nelle acque di balneazione e l'Italia a ciò si è adeguata, riducendo all'osso la frequenza e il tipo di analisi. Praticamente si verifica solo la concentrazione delle tracce microbiologiche degli escrementi e solo nella stagione balneare. 
Ma non hanno messo in regola il nostro Paese in fatto di sanificazione degli scarichi. 
Circa un terzo dei Comuni italiani sono coinvolti nelle tre procedure di infrazione avviate tra il 2004 e il 2009 dall'Unione Europea. Inclusi taluni che hanno la Bandiera Blu (ad es.: Finale Ligure, Lavagna, Pietra Ligure  in Liguria, regione con più bandiere; Badesi e Castelsardo nella splendida Sardegna).  

LA MALA DEPURAZIONE IN CITTÀ… 
Non vogliamo rovinare le vacanze a nessuno e spiace oltretutto dare certe notizie e dover rilevare le vergogne del proprio Paese. Ma il problema è grave e non se ne parla: in Italia, che vanta oltre un quarto (il 26,5%) delle acque di balneazione di tutta l'Unione Europea, il 42,4% dei reflui civili potenziali (case, bar, hotel, ristoranti ecc.) non viene depurato con trattamenti di tipo secondario o avanzato, ossia adeguati (classifica a pag. 46). Tutte le città dovrebbero essere dotate di questi impianti. Su 18.162 depuratori civili, solo 1.815 risultano di tipo avanzato, cioè in grado di abbattere per bene l’inquinamento. I dati li fornisce l'Istituto nazionale di statistica nel suo Censimento delle acque per uso civile del giugno 2014 (il più aggiornato finora, relativo al 2012). L'analisi dell'Istat mostra inoltre che la buona depurazione si è ridotta in modo diffuso in tutte le aree d'Italia, in ben 11 regioni; comprese quelle tradizionalmente avanzate, come Lombardia, Trentino, Veneto, Friuli ed Emilia Romagna. È invece migliorata in Liguria (dove Imperia fino a qualche anno fa risultava con l'intera popolazione non servita da depuratori), Piemonte, Valle d'Aosta, Marche, Umbria, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Il 41,9% delle 86 città con più di 150mila abitanti non è in regola sul trattamento secondario delle acque reflue. Sotto i 150mila abitanti i Comuni fuori legge sono oltre 2.500. 

… ECO-BOMBA FUORI CITTÀ
C'è poi il vastissimo fenomeno delle abitazioni in zone non urbanizzate, quindi senza fogne né depurazione, che di solito scaricano in fossi e canali o nelle cosiddette fosse biologiche, spesso obsolete e non più rispondenti alle nuove e più stringenti norme. Entro il 22 dicembre dell'anno passato si dovevano adeguare questi scarichi. Lo dice una direttiva europea del 2000. Quanti lo hanno fatto? Su questo aspetto la carenza di dati seri è ancora più grave. 
Ma di sicuro in alcune aree il fenomeno rappresenta una vera bomba ecologica. Non è raro trovare chi si è fatto casa con il pozzo vicino allo scarico dei reflui domestici, finendo così per inquinarsi da soli le acque del pozzo e persino quelle della falda idrica! «La situazione è molto eterogenea - dice ad Acqua & Sapone il dottor Stefano Tersigni, tra i curatori della ricerca Istat sopra citata -, alcune Regioni conoscono perfettamente la situazione». Altre no, sono molto fumose: «Forniscono dati no nsempre affidabili e presentano un limitato controllo del territorio». Come il Lazio, o la Sicilia, la Campania e la Calabria. «Quindi - ragiona il ricercatore Istat - abbiamo due ordini di problemi: la carenza di infrastrutture e la scarsità di informazioni. E non è raro che neanche i gestori idrici conoscano certi indicatori sulla popolazione servita da depurazione. Magari hanno dati di massima...». Andare a verificare e magari imporre il rispetto delle regole fa perdere voti. 

SUPER MULTE EUROPEE
“Il meno efficace risulta il sistema depurativo delle Isole, che garantisce un trattamento secondario o avanzato limitatamente al 46% del suo potenziale generato”, si legge nella ricerca dell'Istat. In Sicilia 390 Comuni hanno 431 impianti di depurazione. Solo 12 funzionano bene. In sole quattro regioni - Campania, Calabria, Sicilia e Lombardia - si concentra oltre il 60% degli agglomerati fuori norma. Solo il Molise (ma solo per questioni burocratiche) non è sotto procedura d'infrazione europea. Anche il ricco e progredito Nord non scherza: 5 delle 13 Regioni multate sono settentrionali. 
La Lombardia è al terzo posto per numero di agglomerati condannati e anche la Liguria, leader nazionale per spiagge con Bandiera Blu, ha quasi un agglomerato su 3 già condannato (vedi tabella a pag. 43). Da gennaio gli italiani hanno iniziato a pagare queste multe, 476 milioni di euro l'anno, cioè quasi 800mila euro al giorno, e dovranno pagarle fino a quando non verranno sanate le irregolarità. Un doppio danno: oltre alla salassata europea, perderanno ingenti finanziamenti statali visto che il governo ha annunciato che eserciterà il potere di rivalsa. Potrà cioè bloccare i fondi destinati a Comuni e Regioni multati.

I SOLDI PER INTERVENIRE C'ERANO
E non si tiri fuori il tormentone della carenza di fondi. Di recente l'attuale governo si è visto costretto a commissariare le opere da realizzare, e non realizzate, in Basilicata, Campania, Calabria, Puglia, Veneto, Lazio, Sicilia, Abruzzo, Marche e Liguria. 
I vertici dello Stato si sono dovuti sostituire agli Enti locali ignavi che non fanno o non completano gli impianti finanziati. E poi per anni e anni ci hanno fatto pagare le tariffe in bolletta per fognature e depurazione seria anche se non c'erano o erano carenti, con la promessa - anzi con la scusa - che quei soldi li avrebbero poi utilizzati per fare queste infrastrutture. E così hanno incassato senza però poi realizzare gli impianti. 
Una sorta di tangente istituzionale finalmente stroncata nel 2008 dalla Corte costituzionale, che ha riconosciuto illegittima la pretesa dei canoni sulla depurazione non fornita. 
C'è voluta una sentenza dei supremi giudici e poi un decreto del Ministero dell'Ambiente del 2009 per obbligare i gestori idrici a rimborsare il maltolto. Si trattava di importi che pesavano sulla bolletta idrica mediamente intorno al 30%. Il termine per richiedere il rimborso è scaduto il 15 ottobre 2013, ma pare che siano davvero pochi quelli che li hanno effettivamente riavuti indietro. 
«Allo Stato italiano risultano 3,2 miliardi di stanziamenti non utilizzati per il sistema idrico, maggior parte per fogne e depuratori», ci dice l’ing. Giorgia Ronco, della cabina di regia di Italia Sicura, la task force istituita dal governo contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche. La metà sono recenti, stanziati nel 2012, dal Cipe – il Comitato interministeriale per la programmazione economica - quasi tutti per la depurazione in 5 regioni del sud. 

DISINFORMAZIONE DI STATO
«Stiamo realizzando un aggiornamento - annuncia il dottor Stefano Tersigni dell'Istat -,  e per l'anno prossimo contiamo di pubblicare i nuovi dati, con più indicatori e forse vedremo qualche miglioramento». Sempre che la Casta al potere non tolga all'Istat questo compito così da lasciarci con ancora meno informazioni. «Stiamo lavorando con il Ministero della salute per definire in modo omogeneo la lunghezza di costa balneabile monitorata», dice Tersigni. Attualmente ogni Regione definisce dei tratti di costa sui quali fa controlli mensili, in singoli punti, ma non si sa quanto sono grandi queste aree monitorate ed il relativo stato di salute. Se il punto di controllo è a posto, tale risulta l’intero tratto in cui ricade il punto campionato. Non è perciò possibile dire quanti sono effettivamente i chilometri di costa balneabile.  Insomma, non possiamo sapere com’è l’acqua in cui ci tuffiamo.

 


 

INTACCATO IL 50% DELLE COSTE

3300 su 6.500 chilometri di coste analizzate (il 51% dei litorali italiani) è stato trasformato da cemento, palazzi, alberghi e ville, al ritmo di 8 km all'anno, 25 metri al giorno. Un terzo delle spiagge è soggetto ad incessante erosione, attualmente in espansione. È l'amara fotografia scattata dal rapporto “Ambiente Italia” 2016 di Legambiente. I nemici del nostro mare, spiega il dossier, sono soprattutto cemento, erosione costiera, mala depurazione e beach litter (rifiuti marini,plastiche galleggianti), a cui si aggiungono gli impatti dei cambiamenti climatici. Risultano trasformati in modo irreversibile: 720 km di coste occupati da industrie, porti e infrastrutture, 920 colonizzati da centri urbani e su quasi 1.700 chilometri ci sono ville e villette (il 25% della linea di costa).

 


 

Bandiere blu o... “bluff”? 

Il cosiddetto “premio” della Bandiera Blu è sempre più diffuso. Ma non sempre coerentemente con la vera pulizia del mare e i servizi dichiarati. Il vessillo viene assegnato sulla base di autocertificazioni e foto fornite dagli stessi Comuni richiedenti. Questi ogni anno devono comprare le bandiere dalla Fee, l'ong che glieli assegna e spedisce. Quelle grandi costano 43,50 euro e quelle piccole 23,50. Una piccolissima spesa per un ritorno d'immagine e la foto del sindaco con la bandiera sui giornali. Ecco perché “premio” lo scriviamo tra virgolette.  

 


 

ILLEGALITA' AL POTERE

Non solo le eco-mafie. A dare manforte all'illegalità ambientale ci sono anche le nostre istituzioni, quasi cronicamente sotto la lente dell'Unione Europea per il mancato rispetto delle regole anche sul trattamento dei reflui. Sono 1.022 gli agglomerati di Comuni italiani nel mirino e quasi un terzo sono già stati condannati a pagare multe. 19 su 20 le Regioni coinvolte e 13 con situazioni condannate e multate (tabella qui a destra). Sono (finora) tre le procedure d'infrazione, due già conclusesi con condanne contro l’Italia. Costi che ricadono sui cittadini, oltre a quelli ambientali e sanitari. Le Regioni più colpite sono la Campania, con l’81% degli agglomerati condannati o interessati in procedure d’infrazione, la Sicilia, con il 73%, la Calabria con il 62% e la Lombardia con il 60%. Come numero assoluto di agglomerati coinvolti, insieme ai primi posti dopo Sicilia e Calabria c’è la Lombardia, seguita dalla Campania con 122.

 


 

Sempre più reati contro il mare

Crescono del 27% i reati ai danni del mare italiano nel 2015. Ben 2,5 per ogni km di costa, 18.471 rispetto alle 14.542 del 2014.  Sale anche il numero delle persone denunciate, da 18.109 a 19.614. Un quarto dei reati rilevati riguarda l'inquinamento da depuratori, scarichi fognari, idrocarburi, del suolo e radioattivo, con 4.542 denunce (il 24,6% del totale).

 


 

Controlli all’osso e tutto risulta ok

Dall'estate 2010, per normativa europea, anche in Italia sono stati pressoché azzerati i controlli sulla salute del mare. L'UE indica 4 livelli di qualità delle acque di balneazione: scarso, sufficiente, buono ed eccellente. Il 97,2% delle nostre acque costiere risulta balneabile e di qualità “eccellente” o “buona”, ha esultato ultimamente il Ministero dell'Ambiente. Com'è possibile, se ancora oltre il 40% dei reflui civili non è depurato a dovere? Basta evitare tante fastidiose analisi. In pratica, dall'estate 2010 hanno ridotto i contaminanti da monitorare da 19 a soltanto due: l'escherichia coli e gli enterococchi intestinali. Ridotti drasticamente anche i punti in cui cercarli. Poi si fa risultare che gli interi tratti di costa, per vari km, hanno superato l'esame. Anche se le sostanze si muovono  rapidamente e per lunghe distanze. Ma ai burocrati basta qualche boccetta d'acqua presa in pochi punti e a 30 cm. di profondità (ma gli inquinanti di solito stanno sopra, galleggiano!). La frequenza dei controlli  è scesa ad una volta al mese, solo da aprile a settembre. Prima era due volte al mese tutto l'anno. Le autorità, poi, ci tranquillizzano dicendo che possiamo consultare i dati sul sito internet governativo www.portaleacque.salute.gov.it. Promette “tutte le informazioni relative alla qualità delle acque di balneazione italiane in tempo reale”. Ebbene, a metà luglio mentre scriviamo questi articoli, i dati risalgono quasi ovunque a giugno e in qualche caso a maggio, come a Nettuno, vicino Roma, o a Maratea, bandiera blu della Basilicata! 

 


 

Privatizzazioni? Depurazione peggiorata

Il più recente Censimento delle acque per uso civile dell'Istat ci dice che non solo in fatto di dispersioni di acqua potabile la situazione è peggiorata in quasi tutta Italia, ma rileva passi indietro anche in materia di trattamento degli scarichi. I maggiori incrementi nelle dispersioni si sono verificati in Toscana (+10,8%) e Lazio (+9,7%), le due regioni dove centro-sinistra (capitanato dai Ds dalemiani) e centro-destra (regnante Forza Italia) insieme a due multinazionali francesi hanno sperimentato la “spartizione” del business dell'acqua, con curiose procedure di aggiudicazione e pizzicate pure dal''Antitrust a fare accordi in spregio della libera concorrenza e del mercato (quello vero, non pilotato a tavolino). Esperimento avviato nei primi anni '90, nel contesto di Tangentopoli a Milano, al grido di “più economicità, efficacia ed efficienza”. Introdussero una maldestra privatizzazione di fatto, dando il controllo vero sulle società idriche ai consigli di amministrazione delle multinazionali francesi e poi alle banche (nel caso di Latina, ad esempio, oggi è una banca tedesca con sede in Irlanda a dettare legge anche sulle tariffe). Ebbene, l'analisi Istat mostra che in queste regioni pioniere dell'acqua mercificata anche la depurazione è peggiorata. Si sono ridotte le quote di carichi inquinanti civili trattati con impianti “buoni”, tecnicamente denominati secondari e avanzati. 

 


 

Cozze a rischio

La crescente presenza di anidride acrbonica in atmfosera rende più acidi i mari e la maggiore acidità minaccia questi molluschi. In particolare, le cozze in acque troppo acide perdono la capacità di attaccarsi con forza sufficiente agli scogli e, in balìa di onde e correnti, diventano facili prede per granchi e pesci. Questo grave rischio per l'ambiente marino emerge da uno studio dell'Università di Washington, presentato nel corso del congresso annuale della Society for Experimental Biology. Di recente, ha fatto scalpore la notizia della presenza di metalli pesanti e idrocarburi nelle cozze pescate sui piloni delle piattaforme petrolifere nel Mare Adriatico e vendute sul mercato nazionale.  


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