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Locali no kids di moda anche in Italia

Contro le famiglie con bambini chiassosi al seguito, spunta il divieto di ingresso in alcuni ristoranti e lidi balneari...

Gio 28 Lug 2016 | di Paola Maruzzi | Attualità
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Per inquadrare il fenomeno si può partire dalla celebre provocazione di Corinne Maier: “I figli costano e uccidono il desiderio”. La psicanalista francese, mamma “pentita” e autrice del best seller “No Kid, Quaranta ragioni per non avere figli”, è stata una delle prime a sdoganare la politica anti-figli nei Paesi occidentali. Insomma, i tempi sono cambiati, la procreazione non è più l'unica prerogativa della coppia e c'è persino chi immagina la propria vita “children free” (libera dai bambini).
Il mercato del tempo libero e del turismo hanno subito recepito il nuovo trend e da un po' di anni a questa parte continuano a crescere ristoranti, hotel, compagnie aeree (nel 2011 Raynair è stata tra le pioniere) e lidi balneari che dichiarano apertamente di non accettare clienti al di sotto dei 10 anni, perché fanno rumore e arrecano disturbo. I cosiddetti locali no kids nascono negli Usa, vengono poi esportati nell'Europa del Nord e oggi hanno il loro seguito anche in Italia, in special modo negli ambienti di lusso e raffinati.
I proprietari che hanno aderito a quest'iniziativa sostengono di registare il tutto esaurito, ma non mancano le polemiche. 

LA POLEMICA
Quando lo scorso febbraio scoppiò il caso di un noto ristorante romano che vietava l'ingresso agli adulti con piccoli al di sotto dei 5 anni al seguito, Tripadvisor chiese alla sua community un parere e l'opinione si spaccò in due: da un lato chi gridava allo scandalo, denunciando un atteggiamento pericolosamente discriminatorio, dall'altro chi, genitori inclusi, ha accolto con favore l'idea di potersi finalmente ritagliare degli spazi di traquillità, senza doversi destreggiare tra pappette e pianti da consolare.
Al di là delle fazioni opposte, secondo la pedagogista Laura Beltrami la questione è più complessa e la tendenza no kids scoperchia la fragilità di una società che fa “troppa fatica a conciliare le esigenze di tutti nel rispetto gli uni degli altri. I bambini, così lontani dal mondo adulto, sono diversi per antonomasia e fanno emergere le difficoltà di una convivenza che devono imparare crescendo”. 
L'invito dell'esperta è quello di ribaltare la questione e guidare i genitori a riflettere su dove sia giusto portare i propri figli per rispetto verso gli stessi bambini. 

BAMBINI CON I RITMI DEGLI ADULTI
Per la pedagogista oggi stiamo scontando una “deriva genitoriale che permette, anzi invita, i più piccoli a tenere ritmi da grandi, abitandone gli spazi senza limiti. Spesso i genitori portano con sé i figli anche in contesti che non sono per loro: due ore di cena al ristorante seduti 'accontentandosi' di parlare e mangiare è un’abitudine assolutamente adulta. Come può un bambino non dare fastidio? Certamente dopo un po’ avrà bisogno di alzarsi, di muoversi, consumerà il suo pasto più rapidamente o farà fatica a stare nell’attesa di più portate, magari la cucina non rispecchierà le sue abitudini, avrà sonno e bisogno di un contesto tranquillo dove riposare. E quindi? Tablet, smartphone per giocare, sgridate, passaggi rocamboleschi tra i tavoli per visionare tutto il locale. Questo non è per i bambini. D'altro canto - prosegue Beltrami -, sarebbe utile che ogni tanto i genitori potessero prendersi la loro serata, recuperando uno spazio di coppia e godendosi un tempo che nutre, indirettamente, tutta la famiglia. Un locale che garantisce la tranquillità di questi rari momenti potrebbe non essere male anche per loro. Gli adulti devono riprendersi la regia delle proprie uscite di famiglia, chiarendo prima di tutto se il contesto possa essere adatto ai più piccoli. Questo significa non limitarsi semplicemente a vagliare l’hotel 'family friendly' o escludere il ristorante 'no kids'. Non dimentichiamo che un bambino ha bisogno di routine, ritmi sostenibili, spazi da esplorare e avventure alla sua altezza». 

 


 

Italia ultima in Europa per crescita demografica

I fenomeni di poca tolleranza e sensibilità verso l'universo infantile, che vede nei locali no kids solo la punta dell'iceberg, va contestualizzato con l'andamento demografico della nostra società. Infatti, secondo i dati Eurostat aggiornati allo scorso luglio, l'Italia, insieme a Portogallo e Grecia, è il Paese europeo dove nascono meno bambini. Più in generale, nel corso del 2015 sono nati in Europa 5,1 milioni di bambini, 40mila in meno rispetto all'anno precedente e non abbastanza da compensare i 5,2 milioni di decessi.
Fra gli Stati membri detengono il maggior numero di nascite l'Irlanda (14.2 per 1.000 residenti), la Francia (12.0), il Regno Unito (11.9) e la Svezia (11.7), mentre la maglia nera va a Italia (8.0), Portogallo (8.3) e Grecia (8.5).
Gli stati più popolosi restano la Germania (82.2 milioni di residenti), la Francia (66.7), il Regno Unito (65.3) e l'Italia (60.7), che insieme rappresentano più della metà della popolazione Ue.


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