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Non c’è guerra sulle labbra di Dio

Il Corano per sua natura è tollerante, perché nasce in una terra e in un cultura che faceva di scambio, commercio e libero viaggiare una delle sue forze

Gio 28 Lug 2016 | di Giacomo Meingati | Attualità
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Durante uno dei miei viaggi in Kenya, fui fermato dalla polizia locale nei pressi di un posto di blocco. 

Vedendo il visto sul mio passaporto, la poliziotta mi chiese quanto tempo avessi intenzione di rimanere in Kenya e mi fece notare che il visto era troppo corto, e che questo poteva essere un problema. Sarei dovuto andare, mi disse, agli uffici di Nairobi per chiedere una proroga del visto. 

In quel momento lavoravo con il mio collega Davide in un villaggio nel Kenya centrale, a 4 ore di macchina da Nairobi, per cui la mattina seguente andai in questi uffici, accompagnato da Mohamed, il tuttofare che lavorava al convento delle suore che ci ospitavano. 

Persona onesta e devoto musulmano. 

Sbrigate le pratiche, con gli infiniti tempi africani, “Moha”, come lo chiamavano tutti, volle offrirmi la colazione. Un gesto che può sembrare scontato a chi è nato e cresciuto, come me , in Italia, ma che, appresi poco dopo, non lo è affatto per chi vive in una capanna in mezzo più o meno al nulla. Offrire una colazione a Nairobi città non è esattamente equiparabile, economicamente, ad offrire un caffè a Roma, ma Moha ci tenne a offrirmi quel pasto. 

Prima di mangiare accadde una cosa semplice e bellissima, perché lui, con naturalezza quasi infantile, disse che dovevamo “to bless the food”, benedire il cibo, per cui mi ritrovai, in un bar di Nairobi davanti agli uffici governativi, a pregare con un musulmano. 

Vista la qualità della persona, presi coraggio, perché già erano molto attive le realtà terroristiche che in tutto il mondo portano ancora oggi morte, paura e sofferenza, e feci a Moha alcune domande. 

«La vostra è una religione violenta Moha?», gli chiesi, e lui mi rispose, con  la saggezza del semplice contadino africano, unita ad un personale studio del Corano, il suo libro sacro: «Il primo e più importante attributo di Allah nel Corano è alTawwabu, che significa colui che accoglie il pentimento, e ancora più importante è alRahimu, che significa il Misericordioso. Allah rivelò al Profeta un messaggio di pace, non di guerra. Un messaggio di comprensione e di misericordia». 

«E allora - chiesi io - perché molti gruppi sono violenti e uccidono nel suo nome, richiamandosi ai versi del Corano?».

Lui mi guardò e, sorridendo sarcasticamente, mi disse: «E allora perché io ho visto altrettanti uccidere nel nome del Dio della Bibbia, richiamandosi a quelle parole?

Sono gli uomini - disse Mohamed - a dare valore ai simboli».

 «Ma la vostra è una religione che crede - insistetti - di avere l’ultima rivelazione della Verità e che il vostro Dio sia l’unico Dio». 

«Possibile - mi prese in giro Mohamed - che i tuoi abbiano speso tutti questi soldi per farti studiare e tu non sappia queste cose? Quando nel Corano Allah parla, egli è lo stesso Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Allah nel Corano non è un Dio diverso da quello di Mosè. È infatti lo stesso Dio e dice: “E quando vi abbiamo salvati dalla famiglia del Faraone, che vi infliggeva i peggiori castighi… è stato un grande favore da parte del vostro Signore. Certo, crediamo che quella al Profeta sia la definitiva rivelazione. Ma dell’Unico Dio, il Dio di Abramo, il Dio di tutti».

Non sapevo queste cose e Moha, rendendosene conto, continuava a chiedermi, giustamente deridendomi: «Ma che cosa vi fanno studiare nelle scuole dei bianchi?». 

«Ma voi - insistevo ancora - non considerate valide le altre religioni, non siete tolleranti».

Moha si fece serio: «Vedi, questo non dipende dai testi, ma da come gli uomini si accostano ad essi. Il Corano, come la Bibbia, sono testi in cui uno può cercare se stesso o un pretesto per uccidere, e sono stati usati sempre a questi scopi, ma questo dipende dagli uomini. 

Il Corano è per sua natura tollerante, perché nasce in una terra e in una cultura che faceva dello scambio, del commercio e del libero viaggiare, una delle sue forze. Per questo alla Sura II, il versetto 62 dice chiaramente: “Certo: quelli che hanno creduto, quelli che praticano l’ebraismo, i cristiani, i sabei, chiunque ha creduto in Dio e nel Giorno Ultimo e compie opera buona, tutti questi avranno la loro ricompensa presso il Signore. Per loro nessun timore e non verranno afflitti”». 

Perché, come insisteva Moha, Allah è il Misericordioso, il Compassionevole, è il Dio di Abramo, Isacco, Ismaele, Giacobbe e Gesù, il quale, secondo l’Islam, ha rivelato al Profeta il suo messaggio per amore degli uomini. 

Non c’è mai stata guerra, diceva Moha, sulle labbra di Dio, ma solo e soltanto dentro i cuori degli uomini. 

Questo piccolo villaggio, in cui lavoravo nelle collaborazioni di Italia Solidale, viveva questa tolleranza e questa realtà. Le famiglie aiutate con l’adozione a distanza avevano costruito 76 pozzi ed avevano reso verde una zona semiarida, grazie a una grande organizzazione e alcune grandi persone del luogo. Ma queste famiglie, per lo più cristiane, condividevano questo con i musulmani come Moha, permettendo alla sua famiglia e a molte altre di lavorare i campi irrigati da quei pozzi. 

Una volta, con il mio collega Davide, incontrai  una famiglia cristiana che, avendo compreso, grazie al lavoro che si svolgeva con queste famiglie, che la guerra non era sulle labbra di Dio ma nel cuore degli uomini, adottò un bambino orfano che era stato ritrovato mezzo morto vicino a uno di questi pozzi. 

Chiamarono il bambino “Musà”, Mosè, che significa “Salvato dalle acque”. 

Era un bambino musulmano.


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