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La stanza degli ospiti per un rifugiato

Un progetto ideato dalla onlus Ciac di Parma per accogliere chi ha bisogno

Gio 28 Lug 2016 | di Laura Bruzzaniti | Attualità
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Da quando Osman è andato ad abitare con la famiglia Rossi, in casa c'è una nuova regola: una volta a settimana si mangia con le mani. Osman è un rifugiato, nel suo paese d'origine non si usano le posate e lui all'inizio si sente a disagio quando ci si mette a tavola tutti insieme. Ma poi i piccoli della famiglia gli insegnano a usare forchetta e coltello e lui in cambio insegna loro a mangiare con le mani, usando il pane tradizionale del suo paese. Così adesso una volta a settimana cucina Osman e si mangia con le mani. I nomi di questa storia sono nomi di fantasia, ma la storia è vera ed è una delle tante storie di vita quotidiana nelle venti famiglie che a Parma hanno deciso di ospitare un rifugiato. Si chiama “Rifugiati in famiglia” ed è un progetto sperimentale  ideato e gestito dalla onlus CIAC di  Parma,  nell’ambito del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). 

L’IDEA NATA DURANTE LA GUERRA DEI BALCANI
L'idea è nata da esperienze di accoglienza spontanea già avvenute a Parma durante la guerra nei Balcani. In questo caso però non si tratta di accogliere migranti appena arrivati in Italia, ma persone fuggite da guerre e persecuzioni che hanno già ottenuto lo status di rifugiato, che sono in Italia da parecchi mesi o anni,  parlano italiano e lavorano o sono inseriti in tirocini formativi. «è un progetto che mette al centro le relazioni - ci spiega Michele Rossi, Responsabile area progettazione e ricerca di CIAC -. Vogliamo vedere se si riducono le barriere, se nascono rapporti, se si crea quel welfare familiare su cui tanti italiani possono contare e che non è disponibile a chi qui non ha parenti,  pensiamo per esempio ai nonni che danno una mano con i bambini. Si vuole vedere se vivere con una famiglia dà maggiori possibilità al rifugiato di lavorare, di rimanere e  diventare parte attiva della comunità, di farcela con le proprie gambe». 

UN ANNO DI PROGETTO
Il progetto parte nel maggio dello scorso anno con dieci famiglie, poi la voce si sparge  e quando dopo alcuni mesi si cercano altre dieci famiglie disponibili a ospitare se ne presentano centocinquanta. Famiglie diverse: quella italiana con quattro bambini piccoli;  quella di migranti che vivono in Italia da molti anni; single; signore anziane rimaste vedove; nuclei familiari che vivono in cohousing. Famiglie diverse, ma pronte ad offrire una stanza a un estraneo, a mangiare insieme, a stare vicino a chi cerca di inserirsi in un paese nuovo. E non è certo il rimborso spese mensile previsto dal progetto a fare gola: vengono rimborsati al massimo 300 euro e solo per spese documentate: il cibo, un contributo per la bolletta dell'acqua che con una persona in più aumenta (ma in qualche caso il rifugiato contribuisce alla cassa comune familiare) e tutte quelle spese che servono a integrare l'ospite nella vita della famiglia; se si ha l'abitudine di andare spesso a teatro, per esempio, si può chiedere il rimborso per un biglietto del teatro in più. 

6 MESI DI CONVIVENZA
Persone diverse che per sei mesi vivono sotto lo stesso tetto, mangiano insieme, imparano a conoscersi. Funziona? «Presto per dire quali siano i risultati del progetto e sicuramente non è un'autostrada di cose belle - continua Michele Rossi -. È un progetto complesso per tutti e fa emergere le contraddizioni, ma crea anche lo spazio dove queste si incontrano». Quello che già si può dire è che si creano legami affettivamente ed emotivamente significativi. Che i bambini delle famiglie si affezionano molto agli ospiti, accolti come una novità positiva, qualcuno con cui giocare o guardare lo sport in tv, tanto che quando se ne vanno il distacco è problematico. Si creano relazioni, amicizie, ci si aiuta a vicenda, e tante storie lo testimoniano. La famiglia che ospita una ragazza Eritrea con due figli piccoli si organizza per badare ai bambini e permettere alla madre di lavorare e, quando non ce la fa, chiama a dare una mano gli amici o i vicini di casa. C'è il ragazzo somalo che celebra le feste tradizionali in casa della famiglia che lo ospita, prima da solo poi con altri del suo paese, e così la famiglia diventa un punto di ritrovo per una piccola comunità somala. La ragazza Eritrea che si sposa e chiede alla famiglia che l'ha accolta di farle da testimone. Il rifugiato e il ragazzo che lo ospita si trovano così bene che decidono, alla fine dei sei mesi di progetto, di affittare una casa insieme e dividere le spese.  Secondo l'università di Parma, che segue il progetto “rifugiati in famiglia”, hanno trovato la forza di prendere decisioni importanti per la loro vita. Questo a provare il fatto che sono riusciti a costruire una stabilità. E le famiglie che ospitano? Anche loro cambiano durante il progetto. Vedersi riflesse negli occhi di un estraneo stimola la riflessione, porta a mettere in discussione i modelli educativi. Se poi si allarga lo sguardo oltre le mura di casa, si vede anche  il proprio paese riflesso negli occhi di chi lo vive da migrante e anche questo fa molto riflettere.


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