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I maestri si incontrano agli incroci delle strade

A piedi per le strade di Nairobi per incontrare chi può davvero indicare la strada

Mer 24 Ago 2016 | di Giacomo Meingati | Attualità
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Si incamminò per trovare il suo maestro dentro la cattedrale. 

Veniva dalle aride vallate a sud di Nairobi ed aveva sulle guancie le cicatrici dei marchi a fuoco che gli avevano fatto perché ricordasse sempre che era Maasai. 

Veniva da una delle più nobili famiglie proprietarie terriere nella Rift Valley, che gli stava sempre più stretta. Conosceva a memoria i sentieri di terra rossa che attraversavano le colline ed era un maestro nell’orientarsi con le facce che gli offriva il Kilimanjaro, a seconda della sua posizione. Ora però fuggiva. Tutto gli sapeva di trappola lì. 

Il Kilimanjaro sembra Moby Dick, la balena bianca, con la faccia, il busto e la coda. 

L’autobus rimase imbrigliato nel traffico di Nairobi. Il traffico di Nairobi significava che il tratto dal Nyayo Stadium al centro città, che sono 10 minuti a piedi, poteva prendere anche un’ora.

L’autobus rimase intrappolato in strade che sono rimaste le stesse dai tempi degli inglesi e che non riescono a contenere la mole di macchine, cinesi, americane o giapponesi, sempre più ingombrante e inquinante.

In Kenya dicono che le strade a Nairobi sono rimaste così perché Moi, il secondo presidente che governò per tantissimi anni, sviluppò soltanto quelle di Eldoret, la città a nord, nelle terre della sua tribù. Ecco perché c’è traffico. 

Se un giovane Maasai si è incamminato per trovare il suo maestro dentro la cattedrale, che chiude dopo la messa delle 18, e il suo autobus è incagliato nel traffico, il Maasai andrà a piedi.

E infatti, accortosi che il bus veniva superato dai pedoni, ricordatosi di essere un Maasai, scese e andò a piedi. 

Nairobi è grigio. 

Il grigio dei grandissimi condor che ti volano sulla testa, il grigio del cielo, che sembra più lontano, il grigio dei palazzi, disordinati, il grigio dell’asfalto, il grigio sulla faccia dei corrotti. 

Gli africani dicono che quando un uomo si corrompe il sangue non fluisce più bene nelle sue vene, per questo i corrotti assumono un colorito con una sfumatura di grigio sulla pelle del volto. 

Sarà un caso, ma molti politici e uomini d’affari di Nairobi hanno quel non so che di grigio in faccia. 

Anche il maestro che il padre gli ha indicato per questa importante chiacchierata ce l’ha. È un alto prelato cattolico, però lui non può non notare che ce l’ha. Grigio. Frasi su pace e amore e mani sporche del sangue dei poveri. Grigio. Ce l’ha. 

Avrebbe dovuto chiedergli: «Perché sono qui?», «Che senso ha la vita?», «Che senso ho io?»,  «Certo, esiste Dio, ma in che senso?», «Come questa sua esistenza tocca la mia vita?»,  «Lottare perché e per cosa?». 

Ma il grigio su quella faccia e la pancia piena di troppo cibo fecero sì che gli chiese soltanto: «Mio padre dice che dovrei fare ingegneria qui a Nairobi, lei, prete, che ne pensa?». 

La risposta fu lunga, inconsistente, tronfia e piena di giri di parole per dire assolutamente sempre la stessa cosa: niente. 

Non avrebbe preso l’autobus al ritorno, voleva andare almeno fino alla fermata del bus Nairobi - Emali a piedi, per pensare. Sono 100 kilometri esatti da Emali a Loitokitok. 

Uscendo dalla cattedrale, che stava chiudendo, vide davanti alla scuola vicina un vecchio solo. 

Il vecchio, di corporatura robusta, stava pulendo la strada davanti alla scuola, niente di speciale in sé, ma lui fu colpito da come quel signore anziano stava pulendo quella strada. La stava pulendo davvero, maledizione, con tutto se stesso. 

«Tra un’ora quando te ne andrai – disse il giovane – questa strada sarà sporca di nuovo, chi te lo fa fare di dannarti l’anima in questo modo?».

«Siringhe, vetri, lame taglienti signore. Quello è sporco che assolutamente deve sparire», gli rispose il vecchio.

Quando i bambini vanno in quella scuola, spiegò il vecchio, spesso hanno le scarpe rotte o addirittura sono scalzi, una ferita con vetri, siringhe, lamiere o altro qui può significare morire, perdere una gamba, prendere l’HIV. Lui era lì per far si che questo non accadesse mai, era il suo contributo, era quello che poteva fare, per cui doveva farlo al meglio.

«Ma perché – insistette il giovane –: lo fai come se oggi fosse il tuo ultimo giorno, tanto da aver attirato la mia attenzione, cos’è a darti tutta questa energia?».

Mentre parlava notò due cose: le sei cicatrici incise sulla fronte del vecchio e il tatuaggio sul suo braccio. 

Le sei cicatrici indicavano che era stato sottoposto al rituale della Gaar: i giovani Nuer vengono immobilizzati e la loro testa viene posta su una buca nel terreno. Con un coltello un anziano incide sei ferite sulla sua fronte. Il ragazzo non deve muoversi, se si muove la riga verrà storta e sarà tacciato di codardia per tutta la sua vita; il ragazzo non deve piangere, se piange sarà maledetto lui e tutta la sua famiglia. Il vecchio spazzino era un Nuer e sul suo braccio c’era il tatuaggio della SPLA, Sudan People’s Liberation Army. 

L’esercito di guerriglia contro gli arabi del Sudan del Nord. 

Il vecchio iniziò a raccontare la sua lunga storia. Aveva ucciso molti arabi; aveva ucciso molti bambini arabi, il vecchio Nuer. Disse che credeva che Dio volesse questo, perché gli arabi avevano ucciso moltissimi della sua famiglia, ma che quando perse suo figlio capì che si era smarrito. Come poteva Dio volere un dolore così grande? Si ritrovò dunque perso e senza meta. Aveva lasciato l’esercito che, pur nella follia e nell’assurdità, gli dava un senso, una casa, un’appartenenza, e si ritrovò perso e senza meta. 

«Fu allora che chiesi a Dio – disse il vecchio –: se pensava che potessi in qualche modo ancora dare una mano; se pensava che ci fosse un modo per il quale io potessi non essere inutile e vuoto. Ho gridato al Signore e mi ha risposto, da ogni mia paura della notte mi ha liberato e pian piano ho capito che potevo ancora dare questo servizio, per cui feci richiesta e venni assunto per fare questo lavoro.  

Ora io sono un uomo felice, perché ogni mattino mi sveglio e so che dovrò pulire le strade davanti alle scuole principali di Nairobi con quanta forza mi resta dentro, perché quando i bambini passeranno su queste strade devono trovarle pulite, come se fossero quelle di un hotel, in modo da non restare feriti e non farsi del male. Questa è la missione per cui Dio mi ha scelto ed io la porto avanti dando il meglio di me». 

Piovve quando se ne andò verso la stazione. 

Per i Maasai la pioggia è talmente rara e benefica che non c’è niente di più bello che camminarci sotto. 

Camminava e volava, senza un grande perché, camminava e sognava, tornando verso casa. 

Aveva forse capito che spesso i maestri non si incontrano nelle cattedrali, ma ai crocicchi delle strade e che quindi bisogna sempre guardarsi intorno con molta attenzione. 


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