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Claudio Santamaria: Un supereroe made in italy

Per Claudio Santamaria il 2016 sarà per sempre uno dei periodi più fortunati e felici della carriera. Grazie al supereroe di borgata in “Lo chiamavano Jeeg Robot” si è messo in discussione, tornando quasi bambino. E ora è già pronto alla prossima sfi

Gio 29 Set 2016 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
Foto di 12

Al bancone di un bar defilato dietro al Colosseo, Claudio Santamaria sorseggia da solo un caffè. Accanto a lui una deliziosa signora novantenne di origini siciliane dice all’amica, indicandolo con un cenno del capo: “Picciottu simpaticone” (“Che bel ragazzo” - ndr). Lui abbozza un sorriso, con le labbra e con gli occhi, poi esce dal locale, a metà tra l’imbarazzato e il divertito: sembra il ciak di un film, invece ho assistito per caso a questa scena dal tavolo vicino. Poi lo incrocio in due manifestazioni diverse nel giro di un mese (il Festival di Giffoni e la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia) e ne ho la conferma: a prescindere dall’occasione, resta sempre lo stesso. Garbato, gentile e un po’ schivo, preferisce sempre parlare dei progetti piuttosto che del privato, ma senza liquidare mai alcuna domanda con scortesia. La sua sembra una richiesta tacita, con quegli occhioni chiari dal taglio melanconico, nonostante questo 2016 rappresenti per Santamaria un periodo di grandi soddisfazioni professionali: il suo premiatissimo “Lo chiamavano Jeeg Robot” gli ha permesso di sdoganarsi in una veste inedita e irresistibile.


Perché il suo eroe viene dalla periferia e non è un ricco ereditiero come Batman o Iron Man?
«”Lo chiamavano Jeeg Robot” è una storia di riscatto all’italiana, a metà tra Marvel e Pasolini. Chi meglio di lui sapeva raccontare la periferia in maniera così viva? Il mio personaggio vive il classico percorso dell’eroe, ma è necessario che venga da un quartiere disagiato, dove la vita gli ha tolto tutto, eppure conserva una purezza che poi ho riscontrato davvero nei ragazzi che vivono a Tor Bella Monaca. In loro non ho visto nessuna maschera borghese, nessun filtro sociale e sentivo il bisogno di restituire tutto questo al cinema». 

Come è entrato nella sua pelle?
«Mai come in questo film mi sono allontanato così tanto da come sono io. Ho preso quasi venti chili tra muscoli e grasso, una corazza fisica che simboleggiasse quella emotiva. Quello che fa è chiudersi in casa, respingere tutti e drogarsi di film e budini. In realtà ha un bisogno enorme di essere amato e per poterlo mettere in scena dovevo capirlo profondamente. Non sono cresciuto in un quartiere così duro e quindi mi serviva una voce più profonda, uno scudo. Così sono andato più volte allo zoo ad osservare gli orsi. D’altronde lui è come loro, anestetizzato da sigarette e budini, in attesa della morte».

Perché si è messo in gioco con un’opera prima?
«I fumetti raccontano tematiche importanti. Io sono un fan dei mutanti X-Men e mi sono detto: vivono in tutto il mondo, perché non a Roma? Poi però il regista Gabriele Mainetti ci ha messo cinque anni a trovare una produzione, nessuno ci avrebbe scommesso, invece ha dimostrato che anche in Italia possiamo fare un film di genere che piaccia al pubblico e che a livello di storia e profondità forse è persino meglio degli americani». 

Di solito si rivede nei film?
Stavolta l’ho riguardato almeno dieci volte e non mi capita mai, segna lo spartiacque nel cinema italiano, segna un importante passo avanti. Appena ho letto la sceneggiatura l’ho capito e mi ci sono fiondato, avrei girato anche il giorno dopo, ma Gabriele Mainetti, che conosco da 20 anni, mi ha frenato dicendomi: «Prima facciamo il provino». 

Come sceglie un ruolo?
«Il segreto è abbracciare un progetto che mi piacerebbe guardare come spettatore e in questo non faccio differenza tra cinema e tv. Il piccolo schermo attualmente produce moltissimi prodotti di qualità, anche perché in sala ci si va sempre meno, il pubblico è più esigente, ha il web e la pay tv».

Considera la musica un hobby o una carriera?
«La vedo come una carriera parallela. Ho fatto una tournèe con un’orchestra jazz dedicata ai grandi autori della musica italiana, da De Andrè a Tenco a Rino Gaetano. Ora ho una band più rock di cover, ma so che scrivere le canzoni è un’altra cosa a cui forse mi dedicherò in futuro. La verità è che gli attori americani possono permettersi di fare un film ogni due anni perché vengono pagati tanto, da noi non è così».

Che film guardava da ragazzo?
«”L’esorcista” o “Profondo rosso”, ero appassionato di fantascienza, mentre le commediole le vedevo con una punta di imbarazzo. Mi piaceva “Soul Man”, forse ero già pesante allora (Ride)».

È pronto avoltare pagina con “Brutti e cattivi”?
«In realtà anche qui si parla di emarginati, il titolo è un omaggio al cinema di Scola e racconta la rivincita dei reietti. Io interpreto un uomo senza gambe sposato ad una ballerina senza braccia, già un cult sulla carta… sento che lo diventerà anche quando sarà finito».

Facciamo un passo indietro a “Diaz”. Cosa ricorda di quell’esperienza?
«Mi ha segnato anche a livello personale, perché ha toccato qualcosa dentro di noi, scossi da una pagina buia del nostro Paese. Con film simili capisci che il cinema non è solo intrattenimento ma ha anche una funzione sociale». 

Lei è molto vicino a varie campagne di sensibilizzazione sociale, cosa ne pensa del tema degli immigrati?
«Uno paga le tasse per comprare una casa ma anche per invitare gli ospiti e dare accoglienza a chi non ha un modo di vivere in pace. E il cinema è un’arma più potente dei notiziari, con una forza maggiore che porta lo spettatore ad identificarsi con la storia». 

Qual è il miglior approccio per contrastare la violenza?
«Utilizzare mezzi non violenti, insistere per avere una legislazione in grado di tutelarci. È possibile che ancora oggi in Italia manchi una legge sul reato di tortura?».                                                                                   

 


L’anno di Claudio

Il 2016 è decisamente l’anno di Claudio Santamaria, classe ’74, che con l’interpretazione del supereroe di borgata in “Lo chiamavano Jeeg Robot” si è aggiudicato il primo David di Donatello alla carriera. Dopo un esordio nel doppiaggio e a teatro, ha debuttato al cinema nel cast dell’opera prima di Gabriele Muccino, “Ecco fatto”, per poi collezionare collaborazioni illustri con registi del calibro di Bernardo Bertolucci, Pupi Avati e Marco Risi. Declina il suo animo artistico anche nei videoclip (ne ha girati tre) e sul palco come presentatore del Concerto del Primo Maggio. È testimonial di Survival International, movimento per i diritti dei popoli indigeni, oltre che cantante e musicista. Nel 2007 è diventato padre di Emma, nata dalla relazione con Delfina Delettrez-Fendi, figlia di Silvia Venturini Fendi, affinando l’amore per i bambini che ha dimostrato anche durante il Giffoni Film Festival. Protagonista in tv di “è arrivata la felicità” con Claudia Pandolfi, si sta preparando a “Brutti e cattivi”, una commedia su una banda di rapinatori disabili. L’attore sarà per la prima volta dietro la macchina da presa per il progetto “LuCa”, presentato alla 73° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Santamaria dirigerà il corto “The Millionairs”, tratto da una graphic novel e prodotto da Gabriele Mainetti, regista di “Lo chiamavano Jeeg Robot”.
 
 

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