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Quei bambini dei campi profughi siriani

Un piccolo gruppo di volontari decide di mettere a disposizione il proprio tempo per dare una mano nei campi profughi in Siria e Turchia e dà vita alla Onlus We Are

Gio 29 Set 2016 | di Angela Iantosca | Attualità
Foto di 13

I giornali sono spesso un elenco freddo di notizie e numeri. Ci informano, ci fanno sapere cosa accade nel mondo, ma non ci fanno sentire l’odore di quei luoghi, le ferite, l’umido, la pioggia, la sete, la fame e la stanchezza infinita di chi fugge dalla propria vita senza conoscerne le ragioni. Dietro quelle righe, dietro quei trafiletti insignificanti, dietro servizi tv girati al fronte ci sono vite, ci sono donne senza più una famiglia, uomini che muoiono combattendo e bambini. Bambini sfollati, bambini morti, bambini orfani di genitori scomparsi e di una terra che non è più loro. Bambini al confine, allontanati, spintonati, infreddoliti, coperti di fango. Ma ancora bambini che, nonostante quel fango, quel freddo, continuano a chiedere solo di avere qualcuno con cui giocare. È cominciata nel 2011 la guerra in Siria. Nel 2015, secondo l’Unicef, si contavano 200.000 vittime tra i civili, di cui almeno 10.000 bambini e ragazzi sotto i 18 anni; 16,2 milioni di siriani bisognosi di assistenza umanitaria, nei confini del paese o negli Stati che ospitano profughi, e quasi 5,6 milioni di bambini e adolescenti all'interno della Siria. 

Nel 2011, di fronte alla prime notizie di questo massacro, Enrico Vandini (nella foto a sinistra), un bolognese che nella vita lavora in una concessionaria d’auto, con un amico ha deciso di andare in Siria per capire la situazione e per portare aiuto e che dopo due anni ha dato vita a “We are Onlus”.
«Siamo andati in questo campo profughi a ridosso della Turchia per vedere con i nostri occhi, per capire come vivevano questi bambini. Quando siamo tornati a casa, abbiamo capito che questo viaggio ci aveva e ci avrebbe cambiati per sempre».
Da quel momento Enrico e qualche suo amico partono più volte, unendosi ad altre missioni.  
«Con amici e parenti abbiamo organizzato valigie piene di approvvigionamenti e di indumenti, anche se tutti ci sconsigliavano di andare, perché troppo pericoloso. All'inizio di questa avventura abbiamo trovato soprattutto organizzazioni straniere, poche e piccole, che facevano fatica a passare. Stando lì abbiamo conosciuto un siriano, che ora è un amico, che ci ha sempre aiutato con la lingua e per gli spostamenti… Partiti con solamente le quote sociali dei fondatori (500 euro) ci si è dedicati inizialmente alla raccolta di vestiario, scarpe, giocattoli, coperte farmaci e generi alimentari da spedire in territorio siriano tramite container. Oltre alla raccolta di generi di prima necessità, si è dovuto anche mettere in campo da subito una serie di iniziative per raccogliere i fondi necessari per coprire i costi di spedizione dei container, che ammontano circa a 2.000 euro per ogni spedizione. Ad oggi abbiamo spedito 5 container a pagamento e uno contenente 21.000 kg di cibo spedito raccolto in collaborazione con Rock No War Onlus e spedito gratuitamente, grazie ai fondi messi a disposizione dalla Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Esteri».

Che ricordo hai della prima volta nel campo profughi? 
«Della prima volta ricordo che pioveva e questo campo era un acquitrino. Era impossibile uscire dalle tende per chi era in sedia a rotelle. Era difficile uscire. I bambini erano vestiti in modo inadatto. Era aprile, c’era brutto tempo e faceva fresco. Non so come le donne facessero a tenere pulite le tende. C’era sporcizia ovunque, eppure i bambini volevano giocare e volevano che qualcuno passasse un po’ di tempo con loro. Le donne, quasi tutte, erano senza mariti e dovevano pensare a mettere insieme la cena, non avevano molto tempo per giocare con i piccoli. E loro volevano e vogliono solo che qualcuno stesse con loro… Ricordo questi sguardi pieni di riconoscenza. Il campo era abitato da donne, bambini e anziani. I giovani erano tutti a combattere o non c'erano più...».

Cosa vi ha spinto a dar vita alla Onlus?
«La Onlus è nata l’11 settembre 2013, perché ci siamo resi conto che era necessario chiedere alle persone degli aiuti. Abbiamo preferito ufficializzare per avere appoggi istituzionali. All'inizio eravamo 10 soci fondatori, ora siamo 15. Abbiamo una  ventina di sostenitori. Quando partiamo non siamo tanti: cerco di fare una selezione, di scegliere le persone più esperte, non sono posti semplici da frequentare. Ultimamente stiamo andando in Turchia, perché in Siria non si può più andare».  

Cosa hai pensato andando lì?
«Ho pensato: ecco, questa è la verità. Per anni i media hanno ignorato questa realtà. Molti pensavano che i profughi siriani fossero tagliagole e soldati dell'Isis. Cosa che ci ha reso difficile chiedere aiuto. È capitato che nei supermercati, quando abbiamo fatto la colletta alimentare, ci hanno dato dei tagliagole. Tutti ignorano cosa hanno vissuto in Siria negli ultimi 30 anni e poi anche negli ultimi 5. Una delle nostre funzioni, dunque, è anche quella di cercare di fare informazione e formazione».

Come sono quei bambini?
«I bambini, quelli che ho frequentato io, sono molto chiusi, non hanno voglia di parlare, preferiscono giocare e sorridere… se gli fai domande particolari, alzano un muro di silenzio. Ci sono bambini di 5 anni che hanno solo vissuto la guerra e in pochi parlano dei danni che avrà questa generazione. Sono bambini che hanno subìto danni psicologici enormi. E la comunità ignora anche questo».

Tu sei padre? 
«Io non sono padre e questa mancata paternità e un’infanzia non felicissima mi ha fatto avere quest’occhio di riguardo per questi bambini… Ad alcuni di loro mi sono molto legato. Due in particolare non so più dove siano. Ogni volta che sento di naufragi il cuore mi si ferma...».

Quando siete andati in quei luoghi?
«Siamo scesi a Pasqua. In quell'occasione ci siamo affezionati moltissimo ad una famiglia con 4 bambini. Dopo poco tempo dal nostro ritorno abbiamo saputo che un missile aveva colpito il loro campo e che 3 di quei bambini erano morti. Sono poche le storie a lieto fine. Io spero sempre che abbiano raggiunto un luogo migliore… Poi siamo scesi ad agosto. Siamo persone che lavoriamo e sfruttiamo i periodi di ferie e vacanze per partire».

Avete approntato delle strutture sul posto? 
«In Siria, ad Azaz, sulla via che porta dalla Turchia ad Aleppo, abbiamo attivo un ambulatorio pediatrico con staff siriano, così diamo la possibilità a qualcuno di loro di portare a casa uno stipendio. Tra ottobre e novembre manderemo farmaci e un'ambulanza che ci ha regalato la Croce Rossa. Inoltre, stiamo attuando dei progetti per l’infanzia».

Qual è il sogno dei profughi?
«Il loro sogno è di poter rientrare nel loro Paese, anche se in questi anni ho visto sparire questa speranza nei siriani. All’inizio speravano che la comunità internazionale si occupasse di più di loro. Ora molti si stanno rassegnando e cercano sistemazioni definitive altrove».
 


 

CINQUE ANNI DI GUERRA

La guerra civile siriana è una guerra civile scoppiata in Siria nel 2011 tra le forze governative e quelle dell'opposizione. Il conflitto è iniziato il 15 marzo 2011 con le prime dimostrazioni pubbliche e si è sviluppato in rivolte su scala nazionale, per poi divenire guerra civile nel 2012. Le iniziali proteste hanno l'obiettivo di spingere alle dimissioni il presidente Baššār al-Asad ed eliminare la struttura istituzionale monopartitica del Partito Ba'th. Col radicalizzarsi degli scontri si aggiunge con sempre maggiore forza una componente estremista di stampo salafita, che, anche grazie agli aiuti di alcune nazioni sunnite del Golfo Persico, si pensa possa aver raggiunto il 75% della totalità dei combattenti. Tali gruppi fondamentalisti hanno come principale obiettivo l'instaurazione della Shari'a in Siria. L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) ha documentato 260.758 morti tra marzo 2011 e dicembre 2015, di cui poco meno di un terzo sono civili (oltre 76.000); i restanti due terzi sono combattenti. Secondo i dati dell'UNHCR (aggiornati al 29 agosto 2015), i rifugiati siriani espatriati sarebbero 4.088.078, molti dei quali all'interno di Libano e Turchia. A questi si aggiungono, inoltre, circa 7,8 milioni di siriani sfollati all'interno del Paese.
 


 

Associazione “we are onlus”

“We are Onlus”, l'associazione nata nel 2013, ha sede in Via Parisio 18 a Bologna
www.weareonlus.org – Tel 051 262392


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