acquaesapone Soldi
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Crolla la sicurezza delle case

Dopo il terremoto che ha distrutto interi paesi del Centro Italia, ritorna il dibattito sulle case fragili e le mancate misure di sicurezza

Gio 29 Set 2016 | di Armando Marino | Soldi
Foto di 2

Ci risiamo. Dopo ogni terremoto riparte il dibattito sulle nostre case fragili e sulle misure mancate per metterle in sicurezza. E rispunta anche il falso mito del terremoto a morti zero. C’è chi lo cavalca sfruttando la legittima indignazione e il dolore che seguono la tragedia, ma è un’illusione. I fattori in gioco sono tantissimi ed è praticamente impossibile pensare di ridurre a zero le vittime, specie in un Paese che ha un patrimonio di edifici storici che richiederebbero opere imponenti. Spesso si fa l’esempio del Giappone, spacciando la leggenda che in quel Paese i terremoti sono un lieve fastidio con cui si convive senza grandi problemi. Chi lo dice dimentica, ad esempio, la tragedia di Fukushima e le migliaia di morti, causate soprattutto dal crollo di una diga. Il rischio è connesso a tante attività umana, attività a cui nessuno vuole rinunciare. Tanto che la maggior parte degli abitanti di Amatrice e dintorni, già un paio di giorni dopo la spaventosa tragedia che ha abbattuto quei paesi, dichiarava che non voleva abbandonare la propria terra, nonostante non sia certo il primo sisma che la stravolge. Certo, il fatto che un certo grado di rischio sia ineliminabile non giustifica la colpevole negligenza con cui per decenni si sono edificate case di scarsa solidità. Riuscire a salvare anche solo una parte delle vite umane coinvolte giustificherebbe la spesa. Ma in ballo ci sono anche grandi interessi economici. Esiste, ad esempio, un piano per classificare gli edifici secondo un codice analogo a quello degli elettrodomestici, con le lettere da A ad F. Avrebbe il pregio di rendere chiaro a tutti il rischio che ciascun edificio corre e il livello di intervento di cui ha bisogno per ridurlo. I geologi propongono invece di approfondire la mappatura del territorio, che ora è diviso in grandi zone, in modo da conoscere la “accelerazione sismica”, cioè quanto ogni singolo tipo di terreno amplifica le onde d’urto del terremoto o le rallenta. A quel punto servirebbe un grande, enorme investimento pubblico. Gli ingegneri lo quantificano in 93 miliardi, cifra enorme che in tempi di crisi sarebbe duro reperire. Ma con 5-10 miliardi si potrebbe cominciare con le zone più a rischio. Ma in agguato c’è la cattiva abitudine italiana di trasformare questo genere di interventi in formalità, che costringono i proprietari di case a pagare un professionista per stilare un certificato, senza che dietro il pezzo di carta ci sia un’analisi davvero approfondita. Insomma, il rischio è che tutto si risolva con un’altra tassa, tipo quella per il controllo delle caldaie. In ballo ci sono vite umane e il bagaglio di beni culturali che per l’Italia sono preziosi. Non si può continuare a perdere tempo e soldi.


Condividi su: