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Riciclo in edilizia, una miniera

Gli scarti di demolizione o costruzione possono creare lavoro e business sostenibile

Gio 29 Set 2016 | di Francesco Buda | Attualità
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C’è un nuovo settore, capace di dare lavoro a molte persone, salvando la nostra bella Italia. È il riciclo dei materiali da costruzione. Il Palaghiaccio o lo Juventus Stadium a Torino, l'Expo di Milano, la pista ciclabile sul Lungotevere Oberdan a Roma o le carreggiate riasfaltate grazie a pneumatici consumati tra le Dolomiti dell'Alto Adige, in Val Venosta o a Venaria e Borgaro in Piemonte, sull'A24 Roma – L'Aquila, o il nuovo molo del porto a La Spezia… Benvenuti nel mondo dei materiali edili riciclati. Una miniera a basso costo che può fruttare tantissimo. Come per tutti gli altri rifiuti, anche qui un obbligo di legge può dare la spinta ad un florido sviluppo economico, con il pregio ulteriore del rispetto ambientale e paesaggistico. Troppe finora sono state e sono tutt'oggi le montagne mutilate per estrarvi pietre, sabbia, ghiaia ed altre materie prime da costruzione. Un saccheggio che, tra l'altro, non ha portato nelle casse dello Stato il giusto ritorno, visto che chi prende le cave in concessione è tenuto a versare oboli ridicoli alle casse pubbliche. 

OTTIMI MATERIALI, RISPARMI, LAVORO E AMBIENTE
Non c'è più motivo né scuse per non utilizzare questi prodotti anziché quelli vergini in edilizia: hanno ottime prestazioni, danno adeguata sicurezza… e costano meno. In tal modo si può porre un freno all'assalto continuo che subiscono ogni santo giorno fiumi e montagne e alle tantissime discariche abusive di calcinacci ed altri scarti da costruzione e demolizione. Lo ribadisce nuovamente Legambiente nel suo rapporto “Recycle – La sfida nel settore costruzioni”. Si tratta di realizzare quanto previsto dal lontano 1998 dall'Unione Europea – recepita dall'Italia nel 2010 - e la nostra normativa nazionale fino al nuovo Codice degli appalti italiano. Significa aprire le porte alla buona economia: più lavoro, più imprese, minore sfruttamento del territorio e più bellezza, visto che si evita di distruggere il paesaggio. Mettendo in pratica l'obiettivo del 70% di rifiuti da costruzione o demolizione entro il 2020, come impone l'Europa, si produrrebbero oltre 23 milioni di materiali, che consentirebbero la chiusura di 100 cave di sabbia e ghiaia per un anno. Anche l'inquinamento diminuirebbe: basterebbe raddoppiare la quantità di vecchi pneumatici riciclandoli in edilizia e si potrebbero riasfaltare 26mila km di strade. Quasi 4 volte l'intera rete autostradale italiana. Risparmiando tante emissioni inquinanti quante ne sprigiona una città come Reggio Emilia (225mila tonnellate di anidride carbonica, tra i principali resposansabili degli stravolgimenti climatici in corso). Basterebbe che Governo e Regioni indicassero obiettivi precisi e norme ben fatte, con precisi obblighi che impongano di utilizzare, senza scappatoie, materiali riciclati fino ad arrivare al 70% nel 2020. 

BASTA APPLICARE LA LEGGE
Ciò accade già in altri Paesi più civili in questo àmbito, ma pure nel Belpaese: la Provincia autonoma di Trento ha imposto l'obbligo di utilizzare almeno il 30% di materiali di recupero, indicando le necessarie specifiche tecniche che fugano ogni dubbio. Ottimi esempi li offre anche il Veneto, dove si riutilizza più dell'80% degli oltre 5 milioni e mezzo di tonnellate all’anno di rifiuti da costruzione e demolizione. Per attuare la svolta, basterebbe quindi applicare la direttiva europea 2008/98, la quale prevede il 70% entro il 2020. Una speranza arriva dal nuovo Codice degli appalti arrivato quest'anno, ma ancora non ci siamo.  

A guardare certi dati ufficiali dell'Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, il nostro Paese avrebbe già raggiunto e superato questo obiettivo. “Un dato che dovrebbe far ben sperare, ma che invece è parziale e inattendibile, poiché in molte Regioni non esiste alcun controllo o filiera organizzata del recupero e non si conteggia lo smaltimento illegale”, spiegano da Legambiente. Del resto quelle percentuali sono calcolate in base alle informazioni contenute nel Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud)”, che però è obbligatorio solo per chi effettua operazioni di recupero e smaltimento degli inerti, mentre le imprese di costruzione sono esentate. Lo stesso Ministero dell'Ambiente ammette che la metodologia di calcolo comporta una serie di criticità derivanti dal reperimento dei dati.

 


 

Mattoni con spazzatura dell’Oceano

Dalla plastica che si accumula negli Oceani tirano fuori mattoni dalle grandi proprietà isolanti. È l'idea di un ingengere neozelandese sposata da una giovane azienda americana. La ditta assicura che i loro blocchetti danno ottimo isolamente da freddo e calore e dai rumori, ma sono meno resistenti del cemento. Consentono di evitare il 95% di anidride carbonica rispetto ai blocchi in calcestruzzo. Può essere una concreta risposta al problema dell'incessante formazione di isole di immondizia negli Oceani, come il Pacific Trahs Vortex, che si stima abbia dimensioni dai 700.000 fino a più di 10 milioni di km² (più degli Usa). Entro il 2050 le acque marine avranno più rifiuti plastici che pesci, secondo la Ellen MacArthur Foundation. 

 


 

Codice degli Appalti: nuovo, ma zeppo di errori

Tragicommedia in salsa burocratica: troppi strafalcioni nel testo del tanto atteso decreto sulle costruzioni, pubblicato ad aprile scorso sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.
Ben 181 errori e sviste in 526 righe di testo del nuovo Codice degli appalti. E così, a luglio, sulla Gazzetta, hanno pubblicato una sfilza di correzioni. 

 


 

Leggi all’italiana

Il decreto del Ministro dell'ambiente n. 203 del 2003 prevedeva per le società a prevalente capitale pubblico, l'obbligo di coprire il 30% del proprio fabbisogno annuo di beni e manufatti con prodotti da materiale riciclato. Peccato che governo e parlamento non hanno mai specificato come procedere in concreto. E così in nessun cantiere pubblico questi obiettivi sono stati realizzati. Non è mai arrivato il previsto elenco di imprese abilitate e nel 2009 è stato anche cancellato l'Osservatorio nazionale rifiuti che se ne doveva occupare. In Italia, poi, per poter riutilizzare nei propri cantieri molto spesso (anche negli appalti pubblici) nemmeno si richiede il marchio CE sui prodotti da riciclare, tanto nessuno controlla. Eppure si tratta di un obbligo imposto da una direttiva 1989, recepita in Italia nel 2007… 

 


 

Mattoni vecchi, spazzolati e riusati

In Danimarca funziona il progettto Rebrick: i mattoni di edifici demoliti vengono ripuliti da un macchinario, mediante raspatura vibrazionale e riutilizzati per nuove costruzioni, tra cui asili e scuole. In tal modo si evitano grosse emissioni di anidride carbonica e alti consumi energetici e di risorse ambientali. Questo sistema potrebbe essere ottimo ad esempio per riciclare i mattoni in terracotta delle purtroppo tante case distrutte dal recente terremoto nel centro Italia. 

 


 

Strade più sicure con le gomme riciclate

Gomme e pneumatici possono trovare nuova vita sottoforma di asfalto. Con diversi vantaggi  rispetto a quello tradizionale: le strade realizzate con questi materiali riciclati sono più resistenti e più sicure (non si creano pozze d'acqua e riducono lo spazio di frenata), durano in media anche tre volte di più e sono meno rumorose. In Italia sono 250 i km di strade fatte utillizzando gomme riciclate. Per un km di strada, come la Circonvallazione di Venaria e Borgaro, vicino Torino, bastano gli pneumatici di 2.000 auto. Ottime prestazioni si sono riscontrate anche sulle autostrade, come ad es. la Roma – Teramo (foto in alto), sulla quale lo spazio di arresto dei veicoli anche sul bagnato è del 25% inferiore rispetto alla pavimentazione tradizionale.


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