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“King Dave”

Uno scorcio di vissuto quotidiano di uno dei tanti campi per rifugiati in Italia ed il racconto del viaggio disperato di un ragazzo nigeriano in Italia attraverso l’inferno

Gio 29 Set 2016 | di Giacomo Meingati | Attualità
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Insomma, questo si era fissato col fottuto deserto. 

Girava tra i rifugiati in quella giornata, snervante e bollente, e a tutti diceva di essere uno scrittore. 

Chiedeva a tutti di raccontare la storia di come erano arrivati fino al campo, fino all’Italia, dalla loro terra. Quelli partivano a raccontare, anche aprendosi su sofferenze inaudite e micidiali e quello lì, ogni due parole, li fermava e insisteva nel chiedergli: « Sì, sì, ok, ma tu hai viaggiato nel deserto, no? Raccontami il viaggio nel deserto». E così il malcapitato di turno, che magari aveva appena parlato di cose profondissime e personali, ricominciava la storia e parlava del deserto, finché non cambiava posto, argomento e quel genio gli metteva una mano sul braccio e diceva: «Ma come avete viaggiato nel deserto?». 

Questo si era fissato col deserto. Era andato al campo rifugiati perché voleva farsi raccontare le traversate che questa gente aveva affrontato, chi dalla Nigeria, chi dal Sudan, chi dal Darfur, lui voleva proprio che gli raccontassero questa storia del deserto. Ma il punto è che in realtà lui quelle storie non le ascoltava, non le godeva. 

Lui era andato al campo avendo dentro di sé già una sua storia da scrivere, che era quella che voleva sentirsi raccontare, di tutto il resto non gli importava. 

Avrebbe potuto scriverla senza andare al campo, la sua storia, sarebbe stato uguale, forse meglio. 

Un vecchio saggio una volta disse che per ascoltare una storia non basta sentirla raccontare: bisogna alzare la saracinesca costruita dall’ego per farsi scendere il racconto nell’anima.

 

Invece questo fenomeno andava in giro a chiedere la storia che voleva sentirsi dire per tutto il campo rifugiati; e gli andò anche piuttosto bene finché non chiese al re. 

Ho sempre avuto fortuna con i soprannomi, non so perché, e spesso un soprannome che mi viene spontaneo poi diventa di uso comune, e così, la prima volta che sono arrivato al campo e ho visto questo ragazzo nigeriano che mi aveva detto di chiamarsi David, io gli ho detto che aveva il nome di un re, e lui, pensandoci qualche secondo, mi aveva risposto: «Ah, ma è chiaro, io sono il re qui!».

Da quel momento, per tutti, era diventato “King Dave”. Re Davide. 

 

Quando un africano capisce che il suo interlocutore bianco - e succede piuttosto spesso soprattutto nelle missioni umanitarie - gli sta chiedendo delle cose solo per sentirsi dire quello che vuole lui, allora di solito l’africano lo prende per il culo. 

Sono pochi i fortunati che trovano gli africani che invece di prenderti in giro velatamente, ti rispondono in modo diretto senza farti perdere tempo. 

 

Lo scrittore quel giorno fu fortunato ad incontrare Re Davide. 

 

«Ciao, io sono uno scrittore», gli disse e il re rispose: «Sono molto felice per te che tu lo sia fratello!»

«Ti va di raccontarmi – continuò il fenomeno – come sei arrivato qui?».

David lo guardò, un po’ imbronciato come solo un africano, anzi, solo un nigeriano può e sa fare, e gli disse: «Io, vengo da un posto molto lontano e non avrei dovuto neanche essere qui».

Neanche aveva finito di dirlo, che quello lo prese per un braccio e fece: «Senti, ma tu sei passato dal deserto, vero?». David tolse il braccio da sotto la sua mano, pronunciò ancora di più, esasperandola, la smorfia sul viso e riprese: «Io, vengo da un posto molto lontano e non avrei dovuto neanche essere qui».

Allora il nostro fenomeno si superò, tirò fuori una cartina colorata dell’Africa e lo interrupe ancora dicendo: «Ma da dove sei passato tu, era deserto no?». 

David si alzò lentamente, guardò il pover’uomo e gli disse: «Vedi amico mio, tu sei un piccolo bambino. 

E io non posso permettermi di perdere tempo  parlando coi piccoli bambini, ti rendi conto di questo vero?». 

Lo scrittore non chiese più nulla sul deserto, anzi, non chiese proprio più nulla a nessuno e se ne andò. Poco dopo, David mi chiese se volevo andare a prendere una birra. Non avevo fiatato fino a quel momento, ma fui contento di accettare l’invito del re! 

Fu allora, senza che gli chiedessi nulla, che David aggrottò le ciglia, bevve un sorso vigoroso dalla sua Tennent’s, e, come per incanto, disse: «Io vengo da un posto molto lontano e non avrei dovuto neanche essere qui. 

 

Fui uno di quelli che lasciarono la loro terra fuggendo dai demoni neri, da quelli che si fanno chiamare “Occidente è perdizione”».

«Chi sono?» chiesi io e lui rispose: «Tu li conosci come Boko Haram. Boko, l’Occidente, Haram: è perdizione. 

Fino al confine col Niger, è stato un viaggio abbastanza normale. Arrivati al confine ci hanno fermati, ci hanno chiesto soldi, ci hanno preso tutti i cellulari e ci hanno lasciati andare verso la Libia. 

Quel coglione voleva sapere del deserto, maledizione, attraversando il deserto per arrivare in Libia c’era un sole cocente, la sabbia si alzava, entrava nei finestrini e si infilava ovunque, non ti faceva respirare. Due di noi non ce l’hanno fatta. 

Poi sono arrivati i diavoli. 

Alla frontiera ci hanno fermato, forse erano militari, forse guerriglieri, non lo so: ci hanno fermato, ci hanno fatto scendere dal bus, ci hanno portato dentro un casale. Quelli sono diavoli amico mio, diavoli veri: se non sei musulmano, se non sai l’arabo, per loro sei un grosso problema. 

Hanno spogliato le donne nude e le hanno legate su un reticolato: dicevano che potevano nascondere armi o droga nella vagina e così hanno iniziato a toccarle, a trattarle come vacche. Ne hanno selezionate alcune e le hanno portate in una stanza chiusa: Dio solo sa quello che gli hanno fatto.

Poi hanno preso alcuni di noi, soprattutto ragazzi, e li hanno portati in un’altra stanza. A un certo punto abbiamo iniziato a sentire le grida. Grida disperate. Torturati. 

Forse non saremmo qui se, proprio in quel momento, un altro contingente armato, forse nemico di quello che ci aveva fermato, non fosse stato avvistato dalle loro sentinelle. Per questo i militari si allarmarono e ci lasciarono liberi. Era notte. 

Poi c’è stato il viaggio in mare fino all’Italia: io sono uno dei pochi che ha la fortuna di poterlo raccontare e giuro che quando mi sistemo qui scrivo un libro su quello che ho vissuto. 

Sei la prima persona a cui lo racconto, ora capisci perché dicevo prima che vengo da lontano e non avrei nemmeno dovuto essere qui a raccontartelo?». 

Amo l’Africa. Ci ho vissuto, ci ho lavorato, l’ho respirata, mi ha sporcato, mi ha amato, amo l’Africa e amo gli africani, perché sanno ancora attingere alle loro profondità, sanno ancora cantare e sanno ancora farti sentire questo profondo senso di fratellanza. 

«Grazie, Dave. Grazie di essere sopravvissuto, grazie di essere vivo e grazie di avermelo raccontato. 

A volte la vita sa essere davvero dura». 

David allora tirò fuori uno sguardo luminoso, limpido e disse: «No, amico mio, no. La vita è meravigliosa. 

Io vengo da lontano, non avrei dovuto essere qui, ma ora sono qui per restare e questo è un dono. 

Tutta la mia sofferenza è un dono, perché il modo in cui ti rialzi dai colpi della vita, ti rende l’uomo o la donna che sei. 

È stata la mia sofferenza a farmi scoprire una forza che non avrei mai immaginato di poter avere; è stato il dolore a farmi toccare con mano la mia più profonda identità, a rendermi l’uomo che sono».


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