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Alzheimer: mantenete il cervello ‘vivo’

Secondo un recente studio, vivere in luoghi molto inquinati potrebbe favorirne la comparsa. Ma č l’attivitŕ mentale e lo stile di vita a fare la differenza

Ven 28 Ott 2016 | di Francesco Macŕro | Salute
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Ferro e altri metalli contenuti nei gas di scarico delle automobili, se respirati, possono raggiungere il cervello: è quanto scoperto in uno studio dell'Università di Lancaster, pubblicato dalla rivista Pnas. Nei campioni esaminati si troverebbero le stesse particelle che alcuni studi legano alla comparsa della temibile patologia chiamata morbo di Alzheimer. Di solito, anche se scientificamente non è corretto, vi si ricomprendono tutte le demenze, mentre l’Alzheimer ne copre circa la metà. Ma quanto c’è di realmente preoccupante? E quali sono gli ultimi sviluppi per una cura? Lo abbiamo chiesto al Professore Paolo Maria Rossini, Ordinario di Neurologia presso il Policlinico Agostino Gemelli di Roma.

Professore, che cosa pensa di questa scoperta?
«È una notizia poco significativa, perché altrimenti dovremmo trovare differenze epidemiologiche tra chi abita in città con lo smog, chi in città pulite e chi in campagna. Al contrario, ci sono dati legati non all’ambiente, ma al livello di educazione, che mostrano come chi vive in ambienti agresti ed è mediamente meno scolarizzato ha un’incidenza maggiore di sviluppare questa patologia rispetto ai ‘cittadini».

Perché?
«Chi fa lavori manuali, con basso livello di scolarizzazione, usa meno il cervello rispetto a chi si trova in città e fa lavori intellettuali, magari con un livello scolare più elevato».

Volendo allargare la questione Alzheimer, qual è la situazione oggi nel nostro Paese?
«In Italia abbiamo 1-1,2 milioni di pazienti noti; probabilmente ce ne sono altrettanti in procinto di diventarlo. Perché questa è una malattia con un periodo pre-clinico che può durare addirittura decenni. Ma il cervello, essendo plastico, cioè avendo ‘truppe’ di neuroni di riserva che possono sostituire quelli distrutti, resiste per un po’. È come se avessimo una squadra di calcio con, seduti in panchina, alcuni milioni di neuroni pronti a subentrare a quelli non più attivi: quando i sostituti finiscono, la panchina resta vuota e iniziano a manifestarsi le prime avvisaglie del problema».

I fattori predisponenti?
«Sono vari: alcuni non limitabili, come l’età. Tutti speriamo di diventare vecchi, ma l’anzianità aumenta progressivamente il rischio di avere a che fare con il problema; poi c’è il sesso e anche su questo possiamo fare poco: sembrerebbe che le donne siano più predisposte; il terzo fattore, anche questo non comprimibile, è una certa predisposizione genetica. Non sto parlando delle forme ereditarie, ma del fatto che qualcuno della nostra famiglia incappa nella patologia e poi, se concorrono anche altri fattori di rischio, legati al tipo di vita, il problema potrebbe riguardare alcune generazioni di quella famiglia. Non sono fattori ereditari ‘tout court’, ma predisponenti».

Gli stili di vita possono influire?
«Certamente. Ma su questi possiamo agire. L’utilizzo del cervello nel corso della vita – l’attività intellettuale – fa la differenza. Se è viva, avremo un fattore protettivo, altrimenti aumenta il rischio di Alzheimer. Chi mette il cervello ‘in frigorifero’ dopo la terza media e inizia a lavorare solo con le mani ha una probabilità teorica maggiore di ammalarsi. Poi bisogna considerare i traumi cranici gravi, che comportino uno stato di coma o perdita di coscienza prolungata. Torno all’esempio di prima: tutti abbiamo una riserva di neuroni. Se però una parte di questi ‘panchinari’ ce li giochiamo, perché magari battendo la testa ne perdiamo qualche milione, oppure anche facendo cinque o più anestesie generali ne viene meno qualche altro milione, dopo i 50 anni finiamo per avere una ‘panchina molto corta’. Attenzione: è normale, facendo un’anestesia generale, perdere qualche cellula nervosa. Basta non essere predisposti».

Come ci si può predisporre?
«Bevendo litri di whisky o birra per tutta la vita, iniettandosi sostanze stupefacenti, avendo una dieta ricca di grassi e di sostanze ossidanti: tutti elementi che aggrediscono il cervello e, magari, per un giorno o una settimana non fanno nulla, ma mese dopo mese, anno dopo anno, ci tolgono quel gruppo di neuroni che potrebbe tornarci utile al momento opportuno».

L’attività fisica?
«È scientificamente dimostrato che l’attività fisica quotidiana, con 40-45 minuti di camminata veloce ogni giorno – non soltanto una partita di calcetto settimanale – lungo l’intero arco della vita favorisce l’ossigenazione del sangue, il battito cardiaco e l’eliminazione delle tossine: tutti fattori che proteggono dal rischio Alzheimer. A questo va aggiunta una dieta alimentare appropriata, per evitare di riempire il sangue di tossine, che possono danneggiare il cervello».

Ci sono particolari rischi per gli ‘over-60’?
«Con la terza età arrivano altri fattori di rischio: la pressione, il diabete, le malattie della tiroide e altre patologie che possono ostacolare il normale livello di nutrizione del cervello e i normali processi di rimozione dei ‘cataboliti’, le sostanze di scarto prodotte dall’attività cerebrale, che vanno eliminate. Poi, ovviamente, nessuno è venuto al mondo con una tessera su cui c’è scritto il numero dei neuroni di riserva. Dipende dal tipo di vita che abbiamo fatto nel ventre materno, da come nostra madre si è comportata in gravidanza. C’è chi si ammala a 60-65 anni, chi a 80-85».

L’utilizzo di videogiochi o smartphone è utile o no?
«Non esistono ad oggi dati scientifici consolidati. Possiamo dire che l’eccesso di tutto fa male. Se, ad esempio, giochiamo ai videogames per trascorrere qualche ora di tempo, questo fa funzionare le reti nervose e mantiene giovane il cervello. Ma se facciamo solo quello nelle nostre giornate e se, per di più, magari approcciamo questi passatempo mettendoci dei soldi, con livelli di stress psicologici altissimi, questo fa male. Perché l’eccesso di stress aumenta la pressione e manda in circolo una serie di sostanze che aggrediscono il cervello. Quanto al cellulare, sappiamo per studi della mia équipe che tenerlo a lungo in prossimità del lobo temporale, dove peraltro sono concentrate alcune importanti ‘centraline’ della memoria, aumenta l’eccitabilità delle strutture nervose impattate dall’emissione elettromagnetica. Se questo aumento, alla lunga, indica anche un maggior rischio di sviluppare delle patologie non è chiaro. Personalmente, mi preoccupa molto più vedere l’utilizzo di questi apparecchi per lunghi periodi in persone in via di sviluppo: penso ai bambini e agli adolescenti».

Perché?
«Parliamo di un organo in fase di maturazione e, quindi, la presenza di qualcosa che ne aumenta l’eccitabilità in modo non specifico, può farlo anche per cellule con caratteristiche tumorali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, alcuni anni fa, inviò un ‘warning’, annunciando che chi utilizza per più di 40 minuti al giorno e per 10 anni consecutivi il cellulare ha un rischio aumentato di sviluppare alcuni tumori del cervello. Ma per l’Alzheimer non ci sono evidenze scientifiche».

Il sonno fa bene al cervello?
«Certamente. E non è un periodo in cui il nostro cervello stacca la spina, ma un tempo in cui ricarica le proprie ‘batterie’, si ripulisce di sostanze di deposito deteriorate e consolida le memorie del giorno precedente. Per cui, se ad esempio si è studiato un capitolo di qualche materia e la notte successiva si dorme bene, quei contenuti saranno ricordati a lungo; se invece si fa baldoria o non si dorme anche se per studiare altro, tutto volerà via molto rapidamente».

Quindi è un fattore protettivo anche per l’Alzheimer?
«Non abbiamo dati che indichino che chi, per tutta la vita, soffre d’insonnia ha un rischio più alto di sviluppare l’Alzheimer. Ma è un filone di studio interessante: sappiamo, per esempio, che chi ha l’Alzheimer dorme in modo diverso, perché l’alternanza di sonno leggero, sonno profondo e cicli di sogno sono sballati rispetto a quelli di un soggetto sano. Se però ciò sia una causa o un effetto, è ancora da approfondire».

Negli ultimi anni il numero di persone affette da questa patologia è in crescita?
«C’è stato un lungo periodo in cui il loro numero cresceva, probabilmente per due fattori: l’età media che si allungava e, quindi, le persone diventavano sempre più vecchie; la capacità di diagnosi che è migliorata molto. Oggi, però, le cose stanno cambiando».

Come si fa diagnosi?
«Il pilastro restano i test neuropsicologici. Ne esistono di due tipi: uno molto rapido e facile, chiamato ‘Minimental’, che dura 10-15 minuti. Serve come ‘filtro’ per scremare rapidamente chi non ha problemi da coloro che ne hanno. A questo punto, viene somministrata una batteria ampia di test per esplorare le funzioni cognitive in modo specifico: i vari tipi di memoria, le prassie, ovvero la capacità di manipolare gli oggetti, quindi il linguaggio, il calcolo, la capacità di orientarsi in uno spazio, di collocare un ricordo nel tempo. Poi ci sono gli esami strumentali, che mirano, da una parte, a misurare alcune strutture del cervello: penso alla risonanza magnetica volumetrica, che permette di confrontare i volumi di alcune aree del cervello di un paziente con quelle di soggetti sani. Perché quando una struttura perde neuroni si atrofizza e il suo volume si riduce. Inoltre, abbiamo la possibilità con SPECT e PET di misurare il flusso di sangue e soprattutto la quantità di ossigeno e zucchero utilizzate dal cervello: un indice diretto di quanti neuroni ci sono e di quanto lavorano, perché più consumano, più funzionano. Ancora più a fondo, tra i ‘killer’ più accreditati di neuroni c’è la beta-amiloide, una sostanza che si accumula in placche e si deposita nel cervello. È un po’ come mettere un chewing gum nei circuiti di un computer: con uno non succede nulla, con mille tutto va in tilt. Per misurarne la presenza oggi è sufficiente sottoporre il paziente a PET, iniettando in vena un radiofarmaco. Oppure, indirettamente, con una puntura lombare che dosa i metaboliti della beta-amiloide nel liquido
 estratto dal paziente».

Ci sono altre minacce per valutare il rischio di Alzheimer?
«C’è la proteina Tau, che si misura prevalentemente con la puntura lombare».

E a livello diagnostico?
«Stiamo lavorando sull’elettroencefalogramma: riteniamo che all’interno del segnale che il cervello produce ci sia già un eventuale messaggio di alterazione, anche anni prima della manifestazione della patologia. Attualmente l’EEG non è accreditato come strumento diagnostico. Però costa molto meno di una PET, è meno invasivo di una puntura lombare e ampiamente disponibile su tutto il territorio nazionale. Il futuro della diagnostica sostenibile per i grandi numeri è questo».

Quanto alle possibilità di cura farmacologica?
«È un discorso di cui si sta discutendo a livello globale: se, come auspichiamo, presto arriveranno farmaci curativi, a chi potremo darli? Su quali basi? Qual è la lista della spesa da consigliare ai sistemi sanitari del mondo quando avremo i primi farmaci efficaci?».

Lei si è fatto un’idea?
«Ne parleremo con il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità, ma credo che dovremmo mettere a punto una griglia a maglie sempre più fitte: nella prima ‘rete’ rientrano tutte le persone potenzialmente a rischio, magari gli over-50; per poi, man mano che restano soggetti a rischio crescente, applicare loro tecnologie crescenti. Al primo livello i test e l’EEG con alcuni esami di sangue; al secondo, la risonanza magnetica volumetrica; al terzo, la PET e la puntura lombare».

E i farmaci?
«Andrebbero concentrati sulle persone più a rischio».

Ha parlato di farmaci. Dunque esiste una cura?
«Sono usciti quest’anno due contributi con un farmaco anti-Tau e un altro anti-beta-amiloide: per la prima volta in oltre 50 sperimentazioni effettuate negli ultimi vent’anni e tutte fallite, nel follow-up la malattia è progredita meno rapidamente».

Si tratta di rallentare la patologia, quindi…
«Non lo sappiamo. Probabilmente non esisterà un unico farmaco in grado di bloccare la malattia. Essendo legata a più fattori, servirà un ‘cocktail’ di farmaci. Le prime cure efficaci saranno sul mercato entro 3-5 anni. Per risolvere il problema, però, parliamo di tempi più lunghi».

Ad oggi?
«Abbiamo solo farmaci sintomatici: rallentano o migliorano alcuni sintomi per un certo periodo e su una certa quota di pazienti. Ma nel contempo la malattia procede, per cui passati 12, 18, al massimo 24 mesi la malattia torna a bussare e presenta il conto».

E a quel punto?
«Quando l’ospedale non è più utile serve la famiglia e un’organizzazione sociale di supporto che sappia sostituirsi ai pazienti, man mano che perdono le loro autonomie. Per consentirgli – possibilmente a casa loro – di fare una vita dignitosa».

C’è un suggerimento per quanti percepiscono che un loro caro inizia a perdere colpi a livello cerebrale?
«Non avere un atteggiamento fatalistico, ma rivolgersi a centri esperti per avere una diagnosi prima possibile. Sperare che al più presto arrivino le nuove opportunità farmacologiche. E poi tenere gli occhi aperti, perché se ci sono state esperienze di Alzheimer in famiglia, non vanno sottovalutate anche le eventuali piccole defaillances».


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