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Enrico Capuano: ho sognato la donna di cui oggi ho il cuore

Il cantantautore romano che da 35 anni suona e canta con la Tammuriata Rock, si racconta dopo il trapianto di cuore

Ven 28 Ott 2016 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Ha cantato e suonato immobile sul palco per non mettere troppo sotto sforzo il suo cuore, mentre intorno i suoi musicisti ballavano e la gente si scatenava al ritmo della Tammuriatarock. Ha osato oltre se stesso e i suoi limiti fisici, perché per lui la musica e il palco hanno sempre ragione.
Quando ha saputo che avrebbe dovuto subire il trapianto del cuore, ha chiesto una sola cosa al medico, di continuare a suonare: «Rinuncio a guidare, non mi sforzo, evito di aiutare i ragazzi sul palco, mi riposerò molto quando sarò a casa, eviterò di saltare, ma lasciatemi salire sul palco». Enrico Capuano è così. Per chi lo conosce da tanto tempo nessuno stupore: prima viene la musica, il palco, il pubblico e poi tutto il resto. Anche la vita. Perché è quella la sua vita.
«è cominciato tutto con il bypass. Poi, più di un anno fa, durante un concerto, mi sono sentito male. Sono svenuto. Anzi no: sono morto. Mi hanno detto che prima di accasciarmi ho fatto due cose: mi sono allontanato dai bambini che ballavano sul palco, per evitare di fargli male, poi ho appoggiato la chitarra al suolo delicatamente e sono caduto. Alcuni giornali scrissero che ero morto. È lì che ho saputo che non avevo molto da vivere. I medici mi dissero che o affrontavo l’idea del trapianto o per me non ci sarebbe stato molto tempo ancora. Mi hanno dato consigli, cosa fare, come comportarmi, come vivere i mesi in attesa dell’arrivo di un cuore. Ma io ho chiesto solo una cosa: tornare a suonare».

Quando è arrivata la telefonata per il cuore cosa è successo?

«Credo che se non fosse arrivata quella telefonata sarei vissuto pochi mesi. Anzi ne sono certo. Facevo davvero tanta fatica e dopo i concerti avevo bisogno di riposare tanto, soprattutto dopo le piazze piene, le sere umide sul palco, i locali chiusi e pieni di fan! Quando è squillato il telefono, ho sentito un groppo nello stomaco. Paura, forse. Emozione, ansia, tensione, voglia di andare subito, ma anche di scappare e rimanere lì. Lo aspetti quel cuore, lo aspetti tanto e poi quando arriva sei come pietrificato da ciò che ti aspetta. Dal dolore incontro al quale vai, dalle incognite, perché lo sai che non necessariamente ti sveglierai da quella operazione. E se dovessi tornare a vivere, ciò che avrai in petto sarà qualcosa di nuovo, di sconosciuto con cui tornare ad avere confidenza. Come batterà? Come reagirà? Avrò le stesse emozioni di prima? Cambieranno le emozioni? Risiederanno lì o altrove in qualcosa di impalpabile oltre noi stessi?».

Ma poi hai preso la valigia, che era già pronta, e hai affrontato quel viaggio verso il San Camillo di Roma.

«Ho preso coraggio e mi sono mosso. Sono arrivato al San Camillo, ho fatto tutto ciò che dovevo. Tutte le analisi e tutta la preparazione. Non ricordo molto: ero in trans. Ricordo solo che prima di addormentarmi ho pensato al palco. Ho pensato: “Ce la devi fare per il palco”. Poi buio. L’operazione è durata circa 5 ore. Poi c’è stato il risveglio. Io non mi sono mai fumato neanche una canna, quindi l’anestesia mi ha sballato completamente! Tanto che il primo risveglio lo ricordo come un incubo: sentivo una musica nella testa, mi sembrava che il lenzuolo si spostasse da solo… Poi c’è stato il risveglio vero. Ed è stato bellissimo. Mi sono arrivati migliaia di messaggi anche da persone che politicamente sono sempre stati da un’altra parte rispetto a me. Ho ricevuto chiamate e gli amici, ancora una volta, hanno dimostrato di esserci! Ma devo ringraziare tanto anche i medici: stando a stretto contatto con loro in questi mesi ho capito che sono straordinari e con i pochi mezzi che hanno fanno miracoli!».

A cosa pensi da quando sei tornato a vivere?

«Penso a chi mi ha donato il cuore. Sono sicuro che è il cuore di una donna. Ho origliato una conversazione. Per la privacy non si può sapere. Ma quando l’ho sentito, mi sono ricordato di un sogno che avevo raccontato alla cantante del nostro gruppo, Dunia Molina. Le due notti precedenti la chiamata avevo sognato una donna bionda, di cui ricordo perfettamente i lineamenti, che mi veniva incontro e mi abbracciava. Per me è lei che mi ha regalato il cuore. La penso spesso, mi fa piangere l’idea che dietro la mia vita ci sia la morte di qualcun altro. Ma sono contento di avere il cuore di una donna: è più forte di quello degli uomini e io ho bisogno di forza…».

Ora sarai costretto all’inattività per mesi.
«Questa cosa mi distrugge, non solo psicologicamente, ma anche economicamente. Dico la verità: quando ho saputo del trapianto non ho avuto paura di dirlo pubblicamente, ho registrato un video per salutare tutti e l’ho postato su Facebook. Molti si vergognano della malattia e di una malattia così. Per un artista potrebbe essere la fine da un punto di vista lavorativo. Io invece non mi vergogno. Anzi, penso che parlarne possa essere un modo per sensibilizzare alla donazione. Non si dona molto in Italia. I tempi di attesa sono lunghissimi, oltre ai rischi legati al rigetto. Quindi donate, donate, donate!».

E' un mondo difficile quello della musica, eppure ti vogliono tutti bene, tanto che alcuni cantanti stanno organizzando un concerto per raccogliere fondi per te.

«Questa cosa mi sta commuovendo: degli amici cantanti avrebbero deciso di dar vita ad uno spettacolo a dicembre, a Roma, per aiutarmi. Sarà un evento bellissimo, ne sono certo. Io non penso che potrò esserci. Ma ci sarà la mia band ed è come se ci fossi io. La Tammuriata Rock, infatti, sta continuando i concerti in giro per il mondo».

Cosa ti sta dando questa esperienza?

«Ragazzi, la vita è un soffio, è un battito di ali. Solo quando muori lo capisci. Non so niente di ciò che accadrà domani e cosa deciderà di fare questo cuore: se vorrà collaborare, se vorrà suonare sul palco con me, se vorrà far sentire la sua energia. Ma so che io ho voglia di vivere. Perché la vita è in mano ad un interruttore. Ho solo 51 anni e davanti a me vedo la musica per i prossimi (almeno) 20 anni. Amatevi, siate liberi. Respirate, abbracciatevi, come ha fatto quella donna bionda del mio sogno e come fa ogni giorno regalandomi battiti preziosi con il suo cuore».

 



Capuano, il capostipite del Folk-rock italiano

Enrico Capuano è dal 1982 il capostipite del nuovo Folk-rock italiano. Negli anni Ottanta e Novanta inizia a vivere a fondo il proprio impegno come cantautore. Nel 1993 pubblica il primo cd dal titolo “Fai la cosa giusta”, seguito da “Onda d'urto” del 1996 prodotto da Il Manifesto. Nel 2001 nasce la Blond Records la sua etichetta discografica, che vuole promuovere buona musica fuori dall’omologazione. Nel 2002 con il cd dal titolo “Tammuriatarock” Enrico Capuano inizia ad avere una buona popolarità, tanto da calcare spesso, insieme al suo gruppo, la Tammuriata rock, il palco del concerto del 1º maggio a Piazza San Giovanni a Roma. Nel 2004 pubblica “Lascia che sia” che venderà oltre diecimila copie in Italia. Nel 2008 pubblica il cd dal titolo “Fuori dalla Stanza” prodotto da Fermenti vivi di Franz di Cioccio. Con il suo gruppo ha suonato a: Cuba, Paesi Bassi, Germania, Lussemburgo, Portogallo, Iraq, Canada, Svizzera e USA.
Info: www.enricocapuano.com


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