acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Gli U2 compiono 40 anni

I 40 anni di carriera degli U2: il saper rinascere dalle crisi, traendovi un’energia sempre nuova. Il saper essere più forti di ogni limite o paura

Ven 28 Ott 2016 | di Giacomo Meingati | Attualità
Foto di 7

Un cielo grigio si specchia nelle pozzanghere, andando a sfiorare i muri rosso bordò del nord est di Dublino.
Rosso bordò con mattonelle rettangolari, i cui bordi sono rifiniti dalla grezza calce grigia.
I passi dei 4 sedicenni calpestano pioggia, cemento e fanghiglia di strade non sicure, hanno deciso che sono pronti, che il materiale c’è, che è giunto il momento di andare.
In una Dublino bellissima quanto spaventata, dolcissima quanto spigolosa, il giovane cantante dagli occhi azzurri gonfia il petto, deve essere il primo ad arrivare, il primo a mettersi in luce, perché sa che lui non potrebbe mai cantare senza gli altri 3, ma loro non avrebbero mai la forza di spaccare live, se non ci fosse lui.

Lui infatti, quella forza, sa di averla, ha dovuto, è stato costretto dalla vita a tirarla fuori.
Arrivati in una delle vie strette del centro, i 4 adolescenti si sistemano davanti ad un hotel ed iniziano a suonare. Il suono che esce dalla povera amplificazione è indefinito, acerbo, ma già rabbioso e pieno di energia, le prime canzoni sono cover degli Stones e degli altri idoli con cui questi ragazzi alimentano il loro sogno.
Qualcuno si ferma, l’atmosfera è magica, i 4 ragazzi sentono che stanno dando il massimo, stanno vincendo le loro paure, sono emozionatissimi, finalmente è il loro giorno, e il giovanissimo front-man si scalda come se fosse a Wembley!
Finché il vecchio proprietario dell’hotel, con occhi pieni di tenerezza mista ad emozione li guarda, ha visto crescere quei ragazzi e ora vederli lottare per qualcosa lo coinvolge profondamente fino al punto da costringerlo a uscire, guardarli fissi e gridare: «Hewson, maledizione! Smettila di fare questa musica di merda e soprattutto smettila di farla davanti al mio hotel, se non vuoi farmi scappare tutti i clienti, lestofante!».

I pochi che si erano fermati, più divertiti che altro, ad ascoltare la band ora ridono innocentemente di quelle risate che si fanno non consapevoli di arrecare un duro colpo a chi le subisce: all’apparenza innocenti per chi le fa, sono devastanti per chi le riceve.
Il colpo è duro come l’asfalto crepato della periferia di Dublino e i giovani lo accusano, lo accusano tutto. Smettono all’istante di suonare, perché la loro musica, come gli è stato detto, fa al massimo ridere. Sono questi i momenti in cui, nella vita di un artista e non solo, si gioca tutto, perché se moltissimi sono quelli che nutrono sogni di gloria chiusi nella cameretta dell’adolescenza, se molti di questi trovano il coraggio di passare al pratico e mettere su qualcosa di concreto, e se ancora molti sono quelli che superano le resistenze interiori e hanno il coraggio di esporsi al pubblico, quelli che si rialzano dalle sberle che arrivano necessariamente quando si fa arte sono molto pochi.

è proprio su questo punto che si gioca tutta la differenza tra chi molla e chi invece riesce, forse proprio in virtù dell’essere caduto, a rendere reale quello che sente dentro.
Ma questo il giovane cantante lo sa già, la vita glielo aveva già detto, quando la sua amata mamma, Iris, era morta e lui era ancora un bambino.
Ed è con questa consapevolezza che il cantante della band, che fa al massimo ridere, ora sa che deve dare un segnale ai suoi, sa che non può limitarsi a tacere, ma che deve scuotere i suoi compagni, deve sollevarli, ed è per questo che il ragazzo gonfia il petto, cammina verso il proprietario dell’hotel a passo fermo, a mento alto e, stando attento a farsi sentire da tutti, esclama: «Oggi gli U2 vanno via da questa strada sconfitti, ma un giorno ritorneranno. Un giorno io entrerò nel tuo hotel e lo comprerò, e tu lavorerai per me».
Così è stato.

E forse lo è stato realmente proprio perché, oggi, che gli U2 hanno appena festeggiato 40 anni di carriera, se devo trovare un nucleo cruciale della loro vicenda e della loro musica, mi pare proprio quello espresso da questa storia vera.
La capacità di rinascere dalle crisi, traendo da esse le note più belle della loro musica, le parole più belle della loro lirica.
Questo risorgere, a mio modestissimo e insufficiente modo di vedere, sono gli U2.
E così, di fronte alla loro terra dilaniata da conflitti interni, terrorismo, lotte fratricide, loro rispondono con “War”, riuscendo ad essere un tuono fragoroso, che, ancora oggi, grida alle coscienze del mondo: “How long? How long we sing this song?”.

E così, di fronte ad una profonda crisi di identità, dovuta ad una fama colossale che cambia le loro vite, una notte Bono si apre con la moglie, la ragazza di cui si è innamorato ancora quindicenne e che, nonostante un’enormità di difficoltà, non ha mai lasciato, dicendogli che è dilaniato da un grande conflitto tra la voglia di libertà, di vita, di viaggiare, di essere una rock star e l’amore per lei, per una famiglia, per la stabilità e che non sa che strada prendere. Ma nel calore di quel momento, di quell’abbraccio, proprio mentre si apre comprende che forse le due vocazioni non solo non si annullano a vicenda, ma lottare per viverle entrambe, armonizzandole, le consolida, le matura e le rinforza!

E così, per Ali, la sua ragazza, ma in verità per tutte le persone del mondo, ma forse ancora prima per se stesso, decide di fissare questa fondamentale verità, che ha compreso, ed è per questo che scriverà “With or without you”, forse la più bella delle sue canzoni, per fare memoria e non dimenticare.
E così, davanti allo scioglimento della band, sempre più concreto e possibile per via di una crisi enorme tra due anime del gruppo apparentemente inconciliabili, all’inizio degli anni ’90, proprio questa stessa lacerazione, queste due anime inconciliabili e questa esigenza di unità diventeranno Uno, “One”.
Un inno all’armonia degli opposti, all’amore concreto che si fa strada tra la cruda realtà del sangue delle ferite e dei conflitti che necessariamente la vita e le relazioni umane comportano.
Per finire, certamente nei 40 anni di carriera degli U2 non ci sono solo luci, ma anche, come in tutte le cose, ombre.

Ma è con la consapevolezza che se ci allontanassimo da tutte le cose e le persone che hanno un’ombra probabilmente resteremmo piuttosto soli; che oggi più che mai, con un loro tour e nuovo album imminenti nel 2017, io mi sento, molto modestamente, di chiudere questo stralcio di suggestione sugli U2 azzardandomi a dire che oggi più che mai il mondo ha bisogno di loro, di quello che loro hanno dimostrato di saper fare: cioè trasmettere ad un mondo in ginocchio, ferito e logoro, spaventato dal terrorismo e da mille altri spettri, la fierezza e il coraggio di percepirsi e di osarsi vivi e più forti di tali paure.


Condividi su:
Galleria Immagini