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La politica spiegata ai bambini

Se ne può parlare con loro in famiglia? O forse se ne parla già troppo?

Ven 25 Nov 2016 | di Lucrezia L. | Genitori&Figli
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Ho sempre pensato che si possa parlare ai bambini di tutto. Dopo l’abbuffata di politica degli ultimi mesi, però, mi sorge un dubbio: se ne può parlare con loro, ma forse è un tema di cui si parla già troppo per farti venir voglia di inserirlo pure nella relazione madre-figlio. La battaglia elettorale sul referendum è stata talmente intensa da non aver risparmiato alcuno spazio, ha invaso ogni ambito delle nostre vite indaffarate. Ci sono state ad esempio polemiche per alcune iniziative nelle università e, se non ne hanno fatte alla scuola materna o alle elementari, potete star tranquilli che il motivo è uno solo: gli alunni non hanno il diritto di voto. Ci sono genitori che portano i figli alle manifestazioni ed è certo che per i ragazzi (ovviamente se si tratta di cortei pacifici) sarà un’esperienza gioiosa, che verrà ricordata anche in futuro. Nonostante questo, e sarà che il mio tasso di fiducia nella capacità della politica di cambiarci la vita è ai minimi, ma io non lo farei. Punti di vista. Lasciando da parte la reazione di saturazione, però, è vero che prima o poi il problema si pone. Alex Corlazzoli, un maestro che scrive su un blog, ha fatto discutere, rivendicando il diritto di parlare di politica e raccontando che se parlava della Grecia antica tutto filava liscio, ma se citava destra e sinistra dell’Italia di oggi immediatamente scattavano le polemiche. E francamente io lo trovo comprensibile: chi vorrebbe affidare alla scuola l’educazione politica del proprio figlio? Sarebbe bello che i ragazzi imparassero per davvero le basi del funzionamento delle istituzioni, ma anche semplicemente il senso del convivere insieme e darsi delle regole per farlo. Strumenti che servono, ma senza farsi illusioni. Perché le emozioni in politica contano. Non servivano gli Oxford Dictionaries per scoprirlo. La prestigiosa istituzione ha incoronato il termine “post truth”, cioè “post verità”, come nuova espressione dell’anno, intendendo che nell’era che viviamo vigono “circostanze in cui fatti oggettivi sono meno influenti nel modellare l’opinione pubblica rispetto ad appelli emotivi e convinzioni personali”. Una lettura figlia evidentemente dell’antica pretesa anglo-sassone di essere al di sopra delle parti, di separare fatti e opinioni maniera oggettiva. Forse a Londra un tempo era così, ma in Italia non lo è mai stato. è chiaro che il concetto di “post verità” si riferisce alla cosiddetta anti-politica, ai tanti movimenti che sul web attuano una propaganda capillare e vincente, spesso diffondendo notizie scarsamente attendibili e un po’ fantasiose. Ma la verità è che la propaganda bugiarda è sempre esistita. Ricordate quella vecchia storiella? La figlia di un militante del partito comunista italiano dice al padre di aver letto che gli asini volano. Il padre le chiede dove aveva letto quella solenne sciocchezza e, quando lei gli dice di averlo letto sull’Unità, il padre cambia espressione e ammette: beh volano… diciamo che svolazzano…

La politica è fatta anche con le emozioni, da sempre. Questo non assolve la moda di mettere in giro bufale un tanto al chilo per sostenere la propria posizione. Ma spiega perché ai genitori faccia paura che i figli vengano introdotti alla politica dalla scuola. Siamo un paese di tifosi e viene difficile credere che perfino le istituzioni riescano a restare neutrali in un campo che investe inevitabilmente il campo delle emozioni.


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