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Italiani, popolo di mammoni

Vive ancora con i genitori il 67,3% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni. Le ragazze? Cercano di rendersi indipendenti prima

Ven 25 Nov 2016 | di Barbara Savodini | Attualità
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Motivazioni per restare a casa con mamma e papà? Rientrare dal lavoro e trovare la cena pronta, non dover fare le pulizie, risparmiare il costo di un mutuo o di un affitto, utilizzare il proprio tempo libero esclusivamente per se stessi…  Le ragioni possono essere davvero tante e, a giudicare dai dati relativi al 2015, gli italiani under 35 le conoscono molto bene. Secondo quanto rilevato da Eurostat, infatti, vivono ancora a casa con i propri genitori il 67,3 % dei ragazzi con età compresa tra i 18 e i 34 anni. Colpa della crisi? A quanto pare non soltanto, visto che appena il 20% di questa percentuale si è detto disoccupato, mentre il 25% ha riferito di avere addirittura un lavoro a tempo indeterminato. Pur potendo contare su un discreto stipendio, peraltro sicuro, in mancanza di una fidanzata o di un promesso sposo, perché mai i giovani dovrebbero rinunciare a tutti questi comfort? L’italiano medio, insomma, si conferma un supermammone che all’affetto della madre e agli aiuti del padre proprio non sa rinunciare.

Gli slovacchi ci battono
Che gli italiani, in particolare i meridionali, fossero mammoni non è certo una novità, ma in Europa c’è addirittura un Paese che ci batte. Incredibile ma vero, al primo posto sul podio del “bamboccioni” c’è la Slovacchia, dove quasi il 70% degli under 35 vive ancora con mamma e papà. Il bello, per modo di dire, è che se si vanno ad analizzare i dati europei la situazione italiana e slovacca diventano ancora più inverosimili. Sì, perché nelle altre nazioni del vecchio continente la media dei ragazzi che restano a casa con i genitori è di appena il 47,9%. Insomma, rinunciano all’indipendenza coloro che hanno avuto problemi nel completare gli studi o che hanno scelto un percorso particolarmente ostico, che hanno magari problemi di salute o che vivono in enormi residenze, dove, in fondo, c’è moltissimo posto. Ma tutti gli altri fanno le valigie non appena posssono. Assestando leggermente il tiro, ovvero prendendo in considerazione non la fascia di età 18-34, ma la più ristretta 25-34, la situazione non cambia di molto. L’Italia, con la percentuale del 50,6, conserva la sua medaglia d’argento, scavalcata dalla Grecia, dove il 53,4% dei giovani nati tra il 1981 e il 1990 vive ancora con i genitori.  
Se l’istruzione diventa un freno
A giocare un ruolo fondamentale, spesso, non è soltanto la difficoltà nel trovare lavoro (abbiamo visto che il 25% dei giovani resta a casa pur avendo un impiego a tempo indeterminato) quanto la lunghezza del percorso scolastico. Insomma, chi decide di frequentare l’università per garantire a se stesso e alla sua famiglia un futuro migliore, pur essendo uno studente eccellente, non sarà un uomo o una donna in carriera prima dei 30 anni. Poi, bisogna mettere da parte qualche soldino, cercare casa, chiedere e ottenere un mutuo ed ecco che si arriva, quasi senza accorgersene, ai 35 anni. Del resto, dopo una vita di sacrifici o dopo aver sostenuto decine di esami, rinunciando a molte estati per laurearsi in tempi da record, chi non vorrebbe concedersi una pausa dalle responsabilità? Ecco che rimanere a casa con mamma e papà diventa una soluzione semplice, comoda e vantaggiosa, per raggranellare ancora qualche risparmio in vista dell’incerto futuro. 

Boom di mammoni
Il dato è parecchio peggiorato rispetto al 2011, quando, con il 61,8%, gli italiani erano già tra i più mammoni d’Europa. L’incremento di giovani che opta per l’università e la crisi sono stati probabilmente i fattori che hanno inciso maggiormente. Più il corso di studi è snello e veloce più i ragazzi sono protesi verso l’indipendenza; lo stesso vale per l’occupazione, anche se, come detto, il Bel Paese fa eccezione. I più autonomi? Secondo l’indagine di Eurostat sono i danesi: se si considera la fascia di età 18-34 anni, vivono con i genitori il 19,7% dei giovani, ma se si restringe anagraficamente il campo (25-34), la percentuale si riduce fino al 3,7%. 

Indipendenza rosa 
Ragazzi e ragazze si comportano allo stesso modo? Assolutamente no, le giovani donne italiane sono molto più indipendenti dei loro coetanei. Fino ai 25 anni molte fanno il sacrificio di restare a casa con i genitori per completare gli studi, ma, ottenuto il titolo, si danno da fare per rendersi autonome. Purtroppo tante si scontrano con la crisi e con progetti come Garanzia Giovani, che impiegano personale a 400 euro al mese fino ai 29 anni. Ma chi riesce fa le valigie e va a vivere da sola. I dati al proposito sono molto significativi: la fascia 25-34 anni racconta infatti che vivono con i genitori il 59,3% dei maschietti e appena il 41,7% delle femminucce. Del resto in Italia la suddivisione dei compiti è ancora molto marcata e, pur restando a casa con mamma e papà e lavorando al contempo, alle giovani donne tocca comunque anche rassettare, cambiare il letto, fare il bucato e passare l’aspirapolvere. 
Per le ragazze, inoltre, conta molto anche l’orologio biologico o il fattore partner, che, a volte, ha magari cinque o sei anni in più.  
Il fenomeno, nel complesso, sta ritardando, in generale, non soltanto l’indipendenza, ma anche il matrimonio e la procreazione. E almeno in Italia, la mancanza di servizi per l’infanzia e l’incertezza lavorativa non sono d’aiuto. Basti pensare che il 27% delle donne, dopo tanti sacrifici per conquistare una certa indipendenza, si licenzia dopo il primo figlio. 

 



Stranieri, meno liceo… più lavoro

Gli stranieri, spinti probabilmente dalla necessità di lavorare, cercano prevalentemente studi professionali o tecnici (il 74%), mentre gli italiani preferiscono il liceo (43%). Grazie a questa scelta più focalizzata sugli sbocchi occupazionali, gli stranieri trovano di più un lavoro: 74% contro 65%. A quattro anni dal diploma appena, uno su cinque tra i ragazzi ‘stranieri d’Italia’ si dedica esclusivamente allo studio (uno su tre tra gli italiani) e uno su due lavora (il 43% tra gli italiani).

 



Sfiducia record

Molti giovani sfiduciati, una bassa quota di laureati, una forte disoccupazione e una scarsa occupazione. Tutti indicatori che finiscono per ripercuotersi sulla possibilità di uscire di casa e di costruirsi un futuro autonomo. A rilevarlo è una ricerca della Fondazione Leone Moressa sulla situazione formativa, lavorativa e di studio a 4 anni dal diploma dei ragazzi nel nostro Paese di origine italiana e straniera. Tra i 15 Paesi europei analizzati, abbiamo il record dei “Neet”, sigla inglese che indica i giovani che non cercano lavoro e non vanno a scuola, né fanno formazione o aggiornamento professionale: si stima che stiano così un quarto dei figli di italiani e uno su tre gli stranieri nella fascia 15-29 anni. In media negli altri Paesi sono rispettivamente il 13 e il 23%. 

 



Film e realtà

All’inizio del film “Quo Vado”, Checco Zalone sente di aver coronato il sogno della sua vita: avere un posto fisso e vivere con mamma e papà per evitare una costosa indipendenza. Poi la riforma del governo della pubblica amministrazione cambia tutto. Checco conosce Valeria e iniziano i problemi. La morale del film? Avere un posto fisso e vivere con i genitori per sempre è comodo, ma la vita è tutta un’altra storia.  

 



Buttiamo il biberon! 

Un genitore italiano su due non ritiene il figlio in grado di scegliersi l’università

Da quasi 10 anni c'è la crisi, l'economia e il mondo del lavoro non rispettano i talenti e il valore della persona, istituzioni e burocrazia remano contro. D'accordo, tutto questo non aiuta.

La maggior parte dei genitori in Italia - il 52% - ritiene che i figli non siano capaci di scegliere da soli la facoltà universitaria e spesso gliela scelgono mamma e papà. Lo mostra una recente indagine dell'Università Bicocca di Milano con gli atenei di Sassari, Pavia e Padova. Un'altra ricerca di Linkedin, nota rete internazionale di contatti professionali via internet, afferma che soltanto il 48% delle famiglie italiane lascia ai propri figli piena libertà nella scelta del lavoro. 

La media globale è del 60%, in Germania e in Giappone arriva al 70%. Allora, il fatto su cui posare l'attenzione è un altro: la miopia sulle potenzialità dei ragazzi. E la paura. Dopo il boom degli anni ’60, lo slancio per ricostruire il Paese, il lavoro per tutti e poi l'Italia quinta potenza mondiale (che viveva però al di sopra delle proprie possibilità), eccoci qui, tra le macerie di un terremoto umano, sociale, prima che economico. Dove sono i pilastri interiori? 

Non è questione di soldi e cose. Anzi, come dice la ricerca citata nel servizio sui giocattoli in questo numero, dare tante cose ai figli può persino renderli più insicuri e superficiali, minandone lo spirito. Così spiega la prof Elisabetta Camussi, coordinatrice della ricerca della Bicocca: «In media, non sono le variabili socio-anagrafiche come il reddito, il titolo di studio e l'etnia di appartenenza a favorire o meno la capacità positiva di pensare al proprio futuro in termini progettuali, quanto caratteristiche meno immediatamente evidenti, quali la soddisfazione per la propria vita e la resilienza: quelle capacità con cui le persone fanno fronte agli eventi della propria vita personale e professionale e riescono a dare senso alle esperienze, talora anche negative che la caratterizzano, senza rimanerne annichiliti».  Il vero successo è quello che parte da dentro. 

E per potersi realizzare il successo – appunto – deve succedere, le esperienze devono accadere. 

Ma se siamo i primi noi a non crederci, come possiamo aspettarci che le nuove generazioni sboccino secondo le loro vere ispirazioni ed aspirazioni? Se non vediamo le loro forze, se non li mettiamo in condizione di diventare autonomi, non c'è partita. Facciamo il tifo, sì. Ma l'allenatore non può fare goal al posto del giocatore. È paradossale vedere alle elementari i nostri pargoli gravati dallo zainetto stracarico di materiale didattico, puntualmente portato da mamma o papà. Anche perché rischiano problemi alla schiena. 

È l'icona di certa “educazione”: ti voglio così bene, ho così premura per te, che ti metto pesi addosso che non potrai sostenere... e devo così mettermi al tuo posto. La domanda non è allora quanti posti di lavoro o soldi ci sono, ma quanta indipendenza c'è.

 

Francesco Buda



Rispetto e coraggio

Speranza, ottimismo, adattabilità, resilienza (capacità di volgere a proprio favore le criticità) e coraggio. Sono gli aspetti fondamentali per supportare i ragazzi a costruirsi il futuro. È l'ipotesi di ricerca dell'Università Bicocca di Milano, in corso da anni. «Le attività di ricerca che stiamo realizzando – ha spiegato al Corriere della Sera la coordinatrice del progetto, Elisabetta Camussi - mirano a studiare l’orientamento in un’ottica non solo individuale, ma anche relazionale (come nel caso dei genitori e figli)».
La ricerca si svolge anche mediante incontri coi genitori, ai quali vengono spiegate queste cose: «Alla fine – nota la professoressa Camussi -, tanti volti stupiti del fatto che fossero stati ribaditi valori concreti: non si è più abituati a sentir parlare di rispetto, coraggio, responsabilità, autonomia e scelte non conformiste». Le mamme e i papà con punteggi alti su questi indicatori influenzerebbero positivamente la capacità progettuale dei figli, con un valido sostegno verso scelte non conformiste, ma rispondenti alla loro identità.  

 

 


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