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Giovani sempre più poveri

4 milioni e mezzo di persone vivono in condizioni di povertà estrema. Uno su 10 è minorenne

Ven 25 Nov 2016 | di Roberto Lessio | Attualità
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Il volto fragile dell’Italia è mutato. Sembra ieri che i ragazzi, forti delle loro braccia e gambe nel pieno della salute, aiutavano nonni e zii anziani in difficoltà fisica ed economica. Non che le pensioni siano lievitate, l’età del meritato riposo si allontana sempre più e i risparmi si sono assottigliati in questi ultimi nove anni di grave crisi, eppure ad avere bisogno di aiuto oggi sono soprattutto i giovani.
È quanto emerge dal dossier Caritas che ha messo assieme, in un mastodontico studio, i dati relativi al 2015 di tutti i centri interparrocchiali d’Italia. Per la prima volta dal dopoguerra, il ciclo demografico del nonno bisognoso ha lasciato il passo ad un nuovo modello di povero, il nipote, economicamente ancora più fragile e, soprattutto, privo degli strumenti adeguati per rialzarsi.
Il fenomeno, che si è gravemente accentuato negli ultimi tre anni, racconta la storia drammatica di un’Italia in cui, con sacrifici enormi, i nonni rinunciano a tutto pur di mantenere famiglie allargate, costrette ad abitare sotto un unico tetto. L’ascensore sociale all’improvviso si è bloccato e, per moltissimi nuclei, l’unica entrata fissa su cui contare è rimasta l’esigua pensione dei nonni. 


SOS RAGAZZINI 
A parlare, come sempre, sono i dati: secondo la Caritas nel nostro Paese oggi vivono in condizioni di assoluta povertà un milione e mezzo di famiglie per un totale di 4 milioni e mezzo di individui. I più colpiti? Non più gli anziani, che rappresentano appena il 4% del totale, ma i giovanissimi. La fascia di poveri più popolosa è infatti diventata quella degli under 17 che rappresentano il 10,9% dei richiedenti aiuto; a seguire (9,9%) ci sono coloro che hanno raggiunto da poco la maggior età e cercano di introdursi nel mondo del lavoro (18-34). 
Da Aosta a Lampedusa, lo studio ha incrociato ed elaborato i dati Caritas individuando la causa di una tale drammatica situazione nella mancanza di opportunità lavorative per i ragazzi con età compresa tra i 18 e i 30 anni. Per molti studiare è quasi impossibile, ma chi, ancora prima della maturità, cerca un impiego, si scontra solo con proposte non remunerative, come stage, tirocini formativi e lavori saltuari, retribuiti poco e in nero o tramite voucher. 

A chiedere aiuto non sono solo i disoccupati
Un aspetto inedito per le Caritas è inoltre il fatto che a chiedere aiuto ai volontari non sono più soltanto i disoccupati (che comunque ad oggi rappresentano ancora il 60% del totale), ma anche gli occupati. 
Le condizioni lavorative, in molti casi, sono diventante talmente sfavorevoli e gli stipendi così bassi che, spesso, anche chi ha un impiego part-time è costretto a chiedere viveri e vestiti. Molti, al contrario, lavorano a tempo pieno, ma avendo meno di 29 anni vengono occupati con contratti svantaggiosi, da tirocinanti o apprendisti, con i quali non riescono più a mantenere le proprie famiglie. 
Ai problemi economici degli italiani e degli immigrati, negli ultimi anni, si sono sommati anche quelli dei richiedenti asilo: soltanto nel 2015 la Caritas ha contato 7.770 nuovi accessi, anche se, ad occuparsene, dovrebbero essere i centri d’accoglienza. Mancanza di cibo nutriente, specialmente per i neonati o di denaro per le spese minime, tuttavia, non sono gli unici problemi riscontrati dai vari distretti. Il livello di studio, che nel  22% dei casi non supera la licenza media e un tasso di analfabetismo del 26%, hanno infatti spinto la Caritas a diversificare il tipo di aiuto offerto. 
Insomma, con una simile situazione, ricollocare i bisognosi come inserire nel mondo del lavoro i giovani non abbienti è diventata un’impresa davvero ardua.
 



Al sud più poveri italiani che stranieri

Geograficamente parlando, la povertà non è equamente distribuita in tutte le regioni: al Sud e al Centro la situazione è più grave rispetto al Nord, ma, soprattutto, nelle zone del Mezzogiorno ad essere in difficoltà sono soprattutto le persone del posto. Emblematico il rapporto: il 66% del totale è rappresentato da italiani mentre i richiedenti aiuto stranieri superano di poco il 33%. Insomma, si tratta di una situazione diametralmente opposta rispetto al Settentrione dove, invece, i poverissimi sono perlopiù immigrati. Ed è sempre nella parte bassa dello Stivale che ha cominciato a fare la sua comparsa anche a un’altra sacca di povertà, quella relativa ai quarantenni, i quali, una volta licenziati, non sono più riusciti a ricollocarsi. È così che un numero sempre maggiore di pensionati si è trovato prima ad aiutare i nipoti in difficoltà e, poi, a mantenere anche i figli che avevano da poco conquistato l’indipendenza economica. 
 



È il 2007 l’annus horribilis 

L’inversione di tendenza non è stata lenta e irregolare, ma, anzi, è possibile individuare un momento ben preciso. Il 2007, in fondo considerato l’annus horribilis anche sotto altri aspetti, ha visto decrescere all’improvviso la povertà tra gli ultrasessantenni e schizzare alle stelle quella dei giovanissimi. «Gli anziani – si legge nel dossier  Caritas – sono coloro che mediamente sembrano aver risposto meglio a questi anni difficili. 
Il tutto, probabilmente, è ascrivibile sia alle tutele del sistema pensionistico che al bene “casa”, visto che l’80% degli over 65 vive in palazzi o abitazioni di proprietà». 
Se anagraficamente il fenomeno si è completamente capovolto, le disuguaglianze di sesso si sono appianate. Fino a prima del 2007 erano infatti le donne a chiedere assistenza ai centri di ascolto e di aiuto, mentre, negli ultimi anni, a bussare alla porta della Caritas sono stati indistintamente ragazzi e ragazze, madri e padri.   

 

 


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