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Paolo Sorrentino: Premio Oscar made in Italy

Disincantato, dissacrante e irriverente: il Premio Oscar Paolo Sorrentino continua a sorprendere. E non solo al cinema, ma anche in tv con “The Young Pope”, il gioiellino seriale con Jude Law

Ven 25 Nov 2016 | di Alessandra De Tommasi | Interviste Esclusive
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Si scompone raramente, Paolo Sorrentino. Preferisce rispondere con un sorriso sardonico a chi ne esalta le doti e il talento. Se la ride, insomma, quasi beffardo per quella ossequiosa riverenza che lo circonda da quando un paio d’anni fa ha vinto il Premio Oscar con “La grande bellezza”. Si dice che la consacrazione arrivi con la parodia e lui ha ottenuto anche quella, di recente da Maurizio Crozza. Eppure non si adagia sugli allori, non si crogiola negli applausi e nella fama. Una volta ha detto che tutti ci tengono a farlo passare da intellettuale, ma lui non ci si sente affatto e preferisce qualche virata pop. Proprio come il suo Pontefice trasgressivo in “The Young Pope”, la miniserie con Jude Law che racconta con raro coraggio uno scenario surreale e pericoloso, in cui il successore di Pietro governa la Chiesa cattolica con cinismo e irriverenza. 

Ha mai avuto paura delle critiche?
«Se la serie non piace in Vaticano è un loro problema, non mio perché io non ho mai pensato alla serie come una provocazione isterica, piena d’intolleranza. L’idea è d’indagare con onestà le contraddizioni e le difficoltà del clero, con tutti i suoi lati affascinanti. “The Young Pope” è un lavoro fatto con dedizione e passione».

Cosa l’ha spinta a passare dal cinema alla tv?
«La tv non è affatto una passeggiatina, anzi,  è un medium impegnativo, ma eccitante, perché permette la dilatazione della narrazione e ci si può permettere digressioni che invece di norma gli autori tendono a censurare. Di solito le serie mancano di momenti di sintesi alta come al cinema, ma io ho considerato questo lavoro come un film lungo dieci ore».

Quindi la tv non è più un mezzo di serie B?
«No, televisivo non è più un aggettivo deteriore. Ho fatto il mio lavoro con tutta la libertà e il budget di cui avevo bisogno».

La Chiesa è governata da un Pontefice che non somiglia affatto a quello interpretato da Jude Law. È una coincidenza?
«Il nostro Papa è diametralmente opposto a quello esistente, ma, in un futuro non troppo lontano, potrebbe accadere un’elezione simile, dal momento che la Chiesa ha avviato un cammino verso la liberalità. E con questo voglio dire che i lati positivi di questa istituzione sono tanti».

Ha presentato il progetto a Venezia, un luogo che ricorda nei suoi lavori, perché?
«Su di me Venezia esercita un fascino irresistibile, non ultimo quello visivo. E così sono tornato negli stessi luoghi per migliorare».

È riuscito ad alternare toni comici a situazioni drammatiche, quasi un miracolo.
«In modo inatteso, il Vaticano ha un tasso di comicità alto nelle relazioni, noi abbiamo solo provato a riprodurlo. E poi far ridere è una mia personale fissazione».

Come le è venuta in mente l’idea del Papa che fuma?
«Sapevo che Ratzinger fumava e ho pensato che il mondo dell’orfanotrofio fosse gravido di angosce, al punto d’indurre le persone a darsi al fumo».

Perché ha scelto Jude Law? 
«È il primo nome a cui ho pensato, un attore affascinante e talentuoso. Mai in tutta la mia vita ho visto un attore come lui, senza difetti. Ha reso totalmente verosimile un Pontefice mai esistito nella storia».

Con quali film, invece, è cresciuto?
«Quando mi intervistano mi chiedono sempre di Fellini, ma la verità è che i primi film che ricordo da piccolo sono quelli con Bud Spencer e Terence Hill».

Eppure la sua cifra stilistica è diversa…
«È vero, a volte il mio livello di artificio supera la soglia di Edward mani di forbici».

Qual è il premio che le è più caro?
«La cosa a cui tengo di più in assoluto? La maglia di Maradona, ovviamente».

 



PREMIO OSCAR ITALIANO

Il regista Paolo Sorrentino, classe ’70, è uno dei fiori all’occhiello della cinematografia italiana. Premio Oscar come miglior film straniero nel 2014 per “La grande bellezza”, ha conquistato anche il BAFTA e il Golden Globe, oltre a David di Donatello e Nastri d’argento e al Premio della giuria al Festival di Cannes per “Il divo”. Il suo esordio come scrittore nel 2010 con “Hanno tutti ragione” ha ottenuto il terzo posto al Premio Strega. Il temperamento napoletano e l’ironia intensa lo hanno fatto affermare nel panorama internazionale. Ha diretto Sean Penn in “This must be the place” e Michael Caine in “Youth – La giovinezza”. Ora si è cimentato in tv con “The Young Pope”, la miniserie con Jude Law e Diane Keaton presentata in anteprima alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia tra unanimi consensi. Il suo tocco visionario si è espresso anche in svariati cortometraggi tra cui quello per la Fiat Croma con Jeremy Irons. Ha anche curato l’adattamento tv della commedia “Sabato, domenica e lunedì” di Eduardo De Filippo. Orfano di entrambi i genitori a 17 anni, è sposato con la giornalista Daniela D’Antonio, dalla quale ha due figli, Anna e Carlo.

 


 

L'occasione sprecata 

Grande maestria quella di Sorrentino nella fiction “Young Pope”! Capace, con arte, ingegno e anche furbizia, di tenere sempre alto l'interesse del telespettatore. Almeno di quello capace di superare lo sgambetto di colpi di scena al limite dell’azzardo. Ma continuando a guardare l'evolversi un po' sconclusionato della serie, la domanda dapprima crescente del “ma dove vuole andare a parare?” man mano svanisce nella delusione che probabilmente rimarrà senza convincente risposta. La fiction tocca temi profondi e cruciali per ogni persona: infanzia, (non) rapporto con i genitori, fede, sesso, senso della vita. Li approfondisce anche talvolta in modo non scontato. Ma sembra un girare a vuoto senza speranza di ricavarne un senso. Va bene evidenziare i problemi, ma perché non indagare altrettanto bene anche le soluzioni? Perciò dico che forse è un'occasione sprecata. Sorrentino ci fa innamorare del cinema e in questo caso anche della televisione, per la loro capacità di entrare nella vita e toccarci nelle nostre corde più profonde. Ma non mi sembra rispettoso sfruttare tanti temi finalizzandoli al mero business. Il mondo soffre tanto e mi pare necessario chiedersi per ognuno di noi cosa possiamo fare per aiutarci. Occorre trovare un modo nuovo, autentico... provarci almeno. Perciò, riconoscendo il talento di Sorrentino, avverto la possibilità che possa presto investirlo in modo più proficuo per tutti noi. 

Alberico Cecchini


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