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Possiamo tutti essere Paolo Borsellino

In tv la serie tratta dall'omonimo film di Pif, “La mafia uccide solo d'estate”

Ven 25 Nov 2016 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 7

Il grottesco sgretola ogni cosa senza pericolo di seduzione. Il grottesco sgretola l'immagine dei mafiosi, riducendo le loro azioni in comportamenti incomprensibili, folli, violenti, disumani e le loro parole in affermazioni ridicole e senza senso.
È (anche) questa la ricetta giusta nella battaglia contro le mafie, come ha dimostrato il film di Pif “La mafia uccide solo d'estate” e ora la serie tv, tratta dalla pellicola cinematografica, in onda su RaiUno dallo scorso 21 novembre.
«Riuscire a prenderli in giro e smitizzarli è il massimo. La mafia non ha senso dell'umorismo, perché il mafioso vuole essere riconosciuto come potente. Se tu lo prendi in giro, cogli il lato umano e ridicolo che è in lui, perché hanno anche loro un lato umano, pur essendo delle bestie. Per me è una vittoria. E poterli prendere in giro senza che ti succeda niente, come invece è successo a Peppino Impastato (Peppino Impastato, giornalista, poeta, politico, di Cinisi, ucciso dalla mafia il 9 maggio del 1978 - ndr), è una piccola vittoria in una grande battaglia. Ma noi ci possiamo permettere questo proprio grazie a Peppino».

Dal film è stata tratta la serie tv: perché era necessaria?
«Io non sono il regista della serie. Era giusto un distacco. Anche se sono stato come un falco su chi scriveva e sul regista (Luca Ribuoli - ndr)! Comunque quando ho scritto il film, sognavo di fare la serie, perché in tv si ha più spazio, più tempo, si possono sviluppare molte più storie. Puoi entrare nelle case degli italiani molto più che con il cinema. E poi il fatto che la Rai abbia prodotto una serie usando questo linguaggio credo sia una boccata d'ossigeno. Sono molto fiero che sia stata proprio la Rai. E sono molto fiero perché arriverà anche nella casa dei mafiosi, nella casa di Riina, perché RaiUno la vedono! Sicuramente è una goccia, ma anche questa serie può contribuire a sconfiggere la mafia».
Protagonista della serie una famiglia con le sue difficoltà, con due figli che crescono, ma anche con i problemi che può creare una città come Palermo: dagli omicidi di cui puoi essere testimone oculare all'acqua che a volte c'è e a volte no. 
«Noi, nel nostro Paese, a lungo non abbiamo vissuto, ma abbiamo sopravvissuto. Pensavamo di navigare su un mare liscio e invece era mosso. Pensate che quando pioveva a Palermo non era una tragedia, ma una festa. Mi ricordo che eravamo ad una festa con mia mamma e andammo via perché doveva accendere il motorino dell'acqua, che era importante come la messa la domenica. Mi ricordo la vasca piena d'acqua perché non arrivava sempre. E perché non arrivava? Perché c'era Vito Ciancimino (politico condannato per associazione mafiosa, corruzione, peculato... - ndr)  che gestiva la cosa o gente come lui. E tutti erano rassegnati».

Ma i protagonisti della serie sono anche gli “eroi” che hanno lottato contro la mafia. 
«Li vogliamo raccontare nella loro normalità, perché erano persone normali. Boris Giuliano, il superpoliziotto, per esempio lo raccontiamo al bar, mentre prende un caffè o una pasta di cui va matto». 

Cosa intendi quando dici che sono normali?
«Che fossero persone normali lo capisci anche da come sono morti: Boris Giuliano, per esempio, muore ucciso mentre paga il caffè al bar. Paolo Borsellino stava andando ad accompagnare la mamma dal medico. Rocco Chinnici stava andando al lavoro. Secondo me, raccontare questo aspetto ti fa capire che sono eroi, certamente, ma che sono persone come noi e che non dobbiamo usare il loro eroismo come un alibi». 

In che senso?
«Noi non dobbiamo dire: non sono Paolo Borsellino, non potrò fare quello che ha fatto lui, perché questo diventa un alibi. Tecnicamente e potenzialmente possiamo tutti essere Paolo Borsellino. È un discorso che mi faccio ogni mattina. A cui ne aggiungo un altro: la mafia non è un problema solo del sud Italia ed ormai è evidente. Usa altri linguaggi, magari parla romanaccio o calabrese, ma ha conquistato tutto…».

I racconti della mafia a Palermo della fine degli anni Settanta sono utili a capire la mafia oggi?
«Credo che per capire la mafia di oggi devi partire dalle origini. E quella storia non l'abbiamo mai raccontata veramente. Nel passato ci sono stati dei capolavori, come “I cento passi” (film del 2000 di Marco Tullio Giordana - ndr) film nel quale ero assistente volontario schiavo! Ma di solito i film di mafia finiscono con la morte del protagonista, in quel caso di Impastato. Quello che abbiamo fatto con il mio film e la serie tv è provare a mostrare che reazione ha la città dopo la morte dell'eroe, che reazione ha la borghesia, che reazione ha chi ha gli strumenti per capire e non capisce. E che reazione ha chi non solo fa finta di non aver capito ma fa gli affari con Stefano Bontade (criminale ucciso nel 1981 - ndr). Perché lo sanno tutti che la Palermo bene andava a giocare a carte da Michele Greco (criminale soprannominato “il papa” - ndr) e non è che non si sapesse chi fosse! Bisogna arrivarci a raccontare quel mondo e per farlo devi fare un passo indietro e osservare come le persone si rapportano al potere: da quel punto di vista tra il 1979 e il 2016 non c'è nessuna differenza!».

Cosa ha significato crescere a Palermo?
«Quando sono andato a vivere a Milano la gente mi diceva “sei di Palermo, avrai qualche amico mafioso”. E io dicevo: “Ho avuto un’adolescenza normale”. Questo perché quell'atteggiamento di distacco, quel vivere in una bolla, ci ha protetti. Ci eravamo autoconvinti che la mafia non ci riguardava. Non abbiamo mai negato la presenza della mafia, ma il principio era che se non li disturbi non ti disturbano. Io ero il giornalista di punta del giornale della mia classe e non sai quanti morti ammazzati ritagliati dai giornali ho collezionato!  Insomma, gli onesti avevano l'atteggiamento giusto per sopravvivere. La borghesia alta, invece, faceva affari con Stefano Bontade. Poi ci siamo svegliati con una sberla pazzesca con le stragi del 1992... (quelle che portarono alla morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - ndr)».

Si dice che basta guardare la Sicilia per vedere cosa accadrà nel resto d'Italia. 
«La Sicilia anticipa nel bene e nel male il resto d'Italia… Dal punto di vista politico potrebbero esserci dei terremoti. Un po' lo spero, sopratutto a livello regionale!».

Ultimamente il termine antimafia sembra diventato scomodo. Tu sei visto come un regista antimafia… 
«Il problema è che ti etichettano come regista antimafia. Ma se io sono un regista antimafia, Luca Ribuoli non lo è, poiché non viene definito così? In realtà, bisogna far cambiare il ragionamento: ognuno deve sentirsi nel suo piccolo contro la mafia, dal benzinaio, al giornalista, al regista, all'ufficio stampa… se uno dice il prete antimafia e l'altro? Il giudice antimafia e l'altro non lo è se non viene etichettato? Poi certo quando vai nelle scuole e viene un ragazzino che ti guarda come modello ti fa piacere. Ma io posso essere uno stimolo: non voglio essere il leader, voglio partecipare alla lotta». 

Quando vai nelle scuole ti sorprendono i bambini?
«A volte ti fanno delle domande complesse e tu pensavi che te ne facessero di più stupide. Ma la vera difficoltà è quando ti domandano “a che è servita la morte di queste persone?”. Ed è difficile rispondere, perché la verità è che sono storie di persone che sono dei perdenti. Ma siamo noi che ricordiamo e raccontiamo ad essere determinanti e a poterletrasformare in storie vincenti. Per esempio per Peppino Impastato, noi possiamo dire che se lui non ci fosse stato noi non saremmo ora qui a prendere in giro i mafiosi senza paura!».

 



In arte pif

Figlio del regista Maurizio Diliberto e della maestra di scuola elementare Mariolina Caruso, dopo aver frequentato il liceo scientifico, decide di non iscriversi all'università, ma si sposta a Londra dove partecipa ad alcuni corsi di Media Practice. Assiste Franco Zeffirelli in “Un tè con Mussolini” (1999) e Marco Tullio Giordana ne “I cento passi” (2000). Nel 2001 comincia un ruolo come autore di “Candid & Video Show”, su Italia 1, e poi più attivamente - prima come autore poi come inviato - del programma “Le Iene”. Nel 2007 dà vita al suo primo programma individuale, “Il testimone”, sempre su MTV. Il 2011 lo vede impegnato con “Il testimone Vip”. Ha debuttato alla regia cinematografica dirigendo il film, prodotto dalla Wildside e ambientato a Palermo, dal titolo “La mafia uccide solo d'estate”. Dal settembre 2014 conduce su Radio 2 il programma”I provinciali”, con Michele Astori. Nel 2016 realizza il suo secondo lungometraggio “In guerra per amore”. Dal 21 novembre è voce narrante della serie “La mafia uccide solo d’estate”, tratta dal suo film. 

 


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