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Guardami, occidentale

I Turkana vivono fieri in un vero inferno terrestre dove noi non sopravviveremmo 24 ore

Ven 25 Nov 2016 | di Testo e foto di Roberta Cappelli | Attualità
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C'è un angolo di terra nell'estremo nord del Kenya, dove il tempo sembra essersi fermato. A dirla tutta, quest'angolo è un quarto della superficie dell'Italia, nonché il distretto più grande del Kenya, e la terra non è proprio terra, ma sabbia, che, a ridosso di alcuni rilievi, diventa roccia.

C'è un lago enorme, incastonato a nord-est di questa terra, il più grande lago alcalino al mondo in zona desertica, conosciuto anche come il Mare di Giada, per l'ampiezza dei suoi confini e per il colore delle sue acque. Quasi una beffa, per una delle zone più aride al mondo, avere 6400 km quadri di lago, ma dover continuare a soffrire la sete, perché acqua è salata.

Per non parlare dell'enorme concentrazione, in quelle stesse acque, di voraci coccodrilli del Nilo, una delle tante cause di morte in una terra che non si fa davvero mancare nulla, in quanto a pericoli. Le distese apparentemente immobili di sabbia finissima, nascondono le tane di alcuni tra i più velenosi serpenti al mondo: mamba nero, cobra, vipera verde, vipera soffiante. Il loro morso lascia alla malcapitata vittima solo 20 minuti di vita. Anche gli scorpioni rendono difficile l'esistenza in questi luoghi, causando con la loro puntura paralisi e a volte anche la morte. Ma l'abitante più insidioso di questi territori è una temibile specie di ragno, il ragno cacciatore: giallo e della consistenza di uno scorpione, velocissimo, con esemplari che raggiungono e talvolta superano i 20 cm di lunghezza, con il suo morso non lascia scampo, la morte è istantanea.

In questa terra la vegetazione è quella tipica di un'area che conosce periodi di siccità lunghi anche 3 o 4 anni: acacie, piene di spine più che di foglie, e piccoli cespugli secchi, spinosi, ma con qualche fiorellino, che spuntano dalla sabbia. Dettaglio da non sottovalutare: tutte queste spine sono velenose per l'uomo.

Benvenuti nel Turkana!

Siamo a Kalokol, in pieno deserto del Turkana, sulle sponde dell'omonimo lago. Uno dei luoghi più inospitali della terra, dove una mente di media intelligenza riterrebbe inutile addentrarsi in cerca di ulteriori forme di vita. Ho conosciuto molti deserti nei miei precedenti viaggi in terra africana: deserti patinati, da cartolina, in cui la vita si era già arresa e l'unica cosa che se ne poteva ammirare era la superficie. A Kalokol è diverso.

Il clima è tra i più assurdi del pianeta. La temperatura è elevata, da far mancare il respiro. L'aria è secca e opprimente, da togliere le forze nei tessuti interni. Si suda anche solo a stare fermi e ci si sente evaporare. La gola si secca e si fa fatica a muoversi. Anche la notte è difficile riposare, perché il calore sembra soffocarti, i polmoni sembrano non farcela, e ti attendi che il cuore, da un momento all'altro, si fermi, per mancanza di ossigeno... E non vedi l'ora che si faccia giorno, per uscire da quel terribile forno a microonde, che ti cuoce da dentro, ma... anche fuori la situazione non cambia. Non c'è soluzione di continuità tra il giorno e la notte a Kalokol: la vita va vissuta e lottata ogni istante, per 24 ore al giorno. O sei morto!

All'inizio mi sono chiesta come faccia la gente a vivere qui, dove sembra impossibile sopravvivere anche un solo giorno. E mi ci sono voluti gli incontri con circa 50 famiglie al giorno, per una settimana, per cominciare a capire.

I Turkana sono una tribù di pastori nomadi di origini nilotiche, definiti dai primi colonialisti come "i migliori guerrieri dell'Africa orientale", che nella loro discesa a sud si sono dovuti contendere le nuove terre con altre tribù "cugine": i Pokhot ebbero la meglio e si scelsero le rigogliose foreste sulle montagne del West Pokhot, i Masai si spinsero sugli altipiani dell'estremo sud del Kenya, dove l'acqua non è davvero un problema, i Karimojon dovettero sconfinare nella vicina Uganda e ai Turkana rimase la zona più settentrionale del Paese, con un immenso lago salato e tanta sabbia. Questo, almeno, stando alle leggende che si tramandano tra loro e che raccontano anche ai loro amici "bianchi": magari nella realtà non sarà andata precisamente così, forse gli stanziamenti saranno stati casuali e, quasi certamente, queste tribù non saranno neanche scese tutte insieme! Comunque, qualunque ne sia il motivo, i Turkana sono abituati a vivere in questo "inferno" di sabbia, dove ogni giorno fanno i conti con le mille insidie dell'ambiente che li circonda.

Si cresce presto in Turkana. Ogni persona che ho incontrato mi ha raccontato di sé, della sua infanzia, delle sue fughe di casa (capanna di paglia e rami, costruita rigorosamente dalla donna) in cerca di "frutti" selvatici nel bush: bambini che a 3-4 anni vagano tra la sabbia e gli arbusti, da soli, in balia di mille pericoli, per sfuggire a situazioni familiari pesanti o a carestie che procurano loro atroci mal di testa.

Ho avuto l'onore di conoscere questi uomini e queste donne Turkana, di vivere con loro per lunghi periodi nel corso degli ultimi 6 anni, di danzare e cantare con loro, di ascoltare la storia delle loro vite: quello che mi hanno trasmesso è la forza che traspare dai loro occhi, la dignità che promana dalla loro postura, la fierezza stampata sui loro abiti tradizionali.

Questo popolo mi ha mostrato cosa sia il coraggio, cosa significhi svegliarsi ogni mattina e combattere per conquistarsi un'altra chance di esistere, in un ambiente che si oppone costantemente ad ogni forma di vita.

Questa tribù, dall'identità cosi spiccata e dalla ostinata determinazione a farcela con le proprie forze, mi ha confermato che quell'immaginario collettivo, alimentato da una visione estremamente parziale e presuntuosa che vede nell'Africa "povera" il continente da salvare e nell'Occidente "evoluto" l'unico portatore di salvezza, è da sfatare. Nel Turkana sono tantissime le organizzazioni umanitarie che fanno assistenza, distribuendo cibo a lunghe file di persone in attesa per ore sotto il sole del deserto, dopo essersi "registrate". Un'anziana donna un giorno mi ha detto: "Loro (le Ong) vengono qui, si fermano per un periodo, non parlano con noi, non ci hanno mai chiesto come stiamo, ci danno un po' di cibo, sì, ma poi, sai cosa succede quando loro finiscono il loro progetto e se ne vanno? Che noi rimaniamo poveri!". Si guarda a questi popoli esattamente come alle foto che per lo più ce li rappresentano e si tende a trattarli esattamente come quelle immagini ci chiedono: affamati, sofferenti e bisognosi della nostra assistenza materiale, quasi che la loro identità si esaurisse in una richiesta d'aiuto. Atteggiamento, questo, che a lungo andare, mina anche le certezze delle personalità più forti, portando le persone a non credere più in se stesse e nelle proprie, enormi possibilità.

Ma la grandezza di questa gente è nella sua cultura e nelle sue tradizioni, nel suo stile di vita semplice, ma dignitoso, nella capacità che hanno, se visti, rispettati e sostenuti come persone (e ci sono dei volontari di una onlus, Italia Solidale, che lo stanno facendo!) di prendere in mano la propria vita, di creare (e mai parola fu più appropriata in tale deserto!) dal nulla attività indipendenti e con il frutto del proprio lavoro prendersi cura completamente delle proprie famiglie, senza doversi ridurre ad elemosinare qualche briciola, per una sopravvivenza che non rende giustizia alla loro natura orgogliosa e guerriera.

La nobiltà di questi fieri e impavidi pastori è negli sguardi, che ti mettono a nudo e ti trafiggono l'anima, e nei sorrisi, a cui si lasciano andare quando ti hanno conosciuto nel profondo e si fidano di te.

Per questo ho scelto di ritrarre le persone così come sono, senza set e senza improbabili pose da occidentali, che ne avrebbero sminuito l'identità e la bellezza, magari con una luce non proprio "giusta" per la fotografia, ma giusta per la relazione che si era instaurata tra noi in ore passate insieme a parlare e a scambiarci esperienze. La foto come ricordo per un'amica che prima o poi riparte, anche se poi dice che il prossimo anno tornerà.


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