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Mr Trump, una bugia per capello

Il nuovo Presidente degli Stati Uniti: la vera sfida con la Clinton è stata a chi la sparava più grossa

Ven 25 Nov 2016 | di Francesco Buda | Attualità
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Dopo gli affari con l'industria dell'azzardo e i casinò, Mr Trump ha vinto la sua scommessa ed ora è il capo della Casa Bianca, contro quasi tutte le previsioni, e può andare a ciuffo alto, fiero della sua vittoria. Quel che veramente farà o non farà è tutto da vedere. Certi numeri però parlano chiaro: 4%. È questa la percentuale delle sue dichiarazioni risultate completamente vere alla meticolosa verifica di PolitiFact, osservatorio politico on line, insignito del prestigioso premio giornalistico Pulitzer. Mentre la percentuale di bugie spudorate è oltre il quadruplo delle affermazioni vere: il 17%. Solo 14 su 331. In confronto, con 72 affermazioni vere su 293, appare come una santarellina la sfidante Hillary Rodham Clinton, che totalizza un tasso di dichiarazioni senza macchia pari al 25%. Ma tutte le altre di Hillary - cioè 3 su 4 - contengono ombre e germi menzogneri in diversa misura. 

CAPELLI FINTI? NO, DICHIARAZIONI FALSE
Anche il duello delle bugie lo vince dunque Donald Trump. In Tv, alla CNN, ha disinvoltamente spiegato che «ci possono essere state affermazioni controverse, ma alla fine non lo sono più quando la gente comincia a dire “sai, Trump ha proprio ragione”». Il giorno della sua elezione se n'è uscito così: «Migliaia di persone ad un raduno di Manhattan per Donald Trump cantavano “Noi odiamo i musulmani, odiamo i neri, rivogliamo indietro il nostro grande paese”». L'esternazione è stata subito bollata come “pants of fire”: così gli americani indicano una spudorata menzogna meritevole delle fiamme infernali. Sparata di analoga inconsistenza l'ha lanciata un paio di giorni prima dell'election day, chiudendo un comizio a Raleigh, nel North Carolina, vantando più fan di celebrità come la cantante Beyoncé e il rapper Jay Z: «Mi piacciono... Io ho folle più grandi. È vero. Ottengo folle molto più grandi». Complessivamente, il “veritometro” del sito PolitiFact ha registrato per Trump 57 “pants of fire”, cioè il 17% di tutte le sue dichiarazioni analizzate. La classifica è nel riquadro in alto a destra, nella pagina seguente.

CI RICORDA QUALCUNO?
Spaccone, chioma controversa, passione per le donne-bambola, imprenditore ricco sfondato che “si è fatto da sé”, difensore della famiglia tanto da essersi sposato più volte, piombato all'improvviso sulla scena istituzionale come outsider  estraneo ai partiti e alla politica, uomo del reality show (ne ha prodotto e condotto uno), che promette di fare gli interessi della gente dopo decenni di magna-magna dei politicanti. Dice di aver stipulato un «contratto rivoluzionario con gli elettori». Non vi ricorda qualche governante italiano?
Molti sono rimasti sorpresi che sia andato lui alla Casa Bianca. Ma qualcuno lo aveva immaginato. «Questo miserabile, ignorante, pericoloso pagliaccio part-time e sociopatico a tempo pieno, sarà il nostro prossimo presidente». Così il regista Michael Moore lo scorso luglio aveva descritto la vittoria di Donald Trump, dopo aver già previsto che avrebbe vinto lui le primarie dei Repubblicani.  

MURI PER LE PERSONE...
Tra le cose che più colpiscono nel suo programma c'è l'accanita ostilità verso gli immigrati. L'Europa e quasi tutto il pianeta il 9 novembre celebrano la caduta del muro di Berlino, la vergognosa barriera che divideva in due la Germania, il vecchio continente e il mondo stesso. Ironia della storia, in quella data l'uomo che promette di realizzare un muro al confine Usa – Messico ha vinto le elezioni presidenziali americane. La propaganda trumpista ha fatto molto leva sulla paura dell'invasione di poveri, in una società multietnica come quella a stelle e strisce nata proprio da popoli emigrati, spingendosi fino a proporre il divieto di ingresso ai musulmani e restrizioni sui visti d'ingresso e quindi sulla possibilità di lavorare nel Paese delle opportunità per tutti.
Trump ha promesso di espellere «oltre 2 milioni di migranti criminali e annullare i visti di Paesi stranieri che li raccoglieranno», di attivare «controlli estremi alle frontiere», di «sospendere gli ingressi dai Paesi inclini al terrore» e «prigione per almeno due anni contro i clandestini espulsi che rientrano negli Usa».

 ... E BARRIERE COMMERCIALI
Trump si è impegnato a bloccare il TTIP, il trattato commerciale per la liberalizzazione degli scambi con l'Unione europea. Accordo elaborato in gran segreto e che preoccupa moltissimo ambientalisti e persone di buonsenso, visto che vorrebbe rifilarci a tutto spiano cibo e prodotti made in Usa, magari con meno controlli e senza adeguate informazioni sulla loro qualità e provenienza, inclusi gli Ogm, con tutto lo strapotere delle lobby che vi stanno dietro. Ma potrebbe significare pure maggiori restrizioni doganali per il nostro export negli Usa. Per favorire la aziende statunitensi, Trump dice anche di voler rivedere altri trattati commerciali già operativi, per esempio con il Messico e il Canada, il North American Free Trade Agreement (NAFTA) di Bill Clinton e il Trans Pacific Partnership (TPP) con Giappone, Malesia, Singapore e Vietnam. E poi il “nemico” cinese: il Donald minaccia di appioppare una tassa del 45% sui prodotti made in China. 

MENO TASSE E PIÙ DIFESA
La ricetta annunciata dal nuovo Mr President in campagna elettorale prevede grossi tagli alle tasse, specialmente alle grandi companies, e una gigantesca deregulation, con l'eliminazione di circa il 70% delle norme, per facilitare il business, dall’ambiente alla finanza. Tutto ciò – dice lui - farebbe raddoppiare la crescita del PIL  americano dal 2 al 4%. Peccato che, secondo le stime del Tax Policy Center, tagli fiscali così drastici comporteranno 7.200 miliardi di dollari in meno di entrate per le casse pubbliche in 10 anni e 21mila miliardi negli anni successivi, con il rischio che il deficit pubblico s’impenni o di dover tagliare su istruzione, ricerca e servizi socio-sanitari. 
E poi, raddoppio della spesa militare, divieto di abortire, manica larga con le multinazionali in fatto di ambiente e inquinamento. Scettico sui cambiamenti climatici, ha detto di voler annullare i già magri contributi per contrastarli. 
Trump promette pure lotta dura alla corruzione: contro il viziaccio delle “porte girevoli”, il passaggio da ruoli pubblici di controllore a quelli di privato controllato, ha detto che vieterà a dipendenti ed eletti della Casa Bianca e parlamentari di fare i lobbisti nei 5 anni dopo aver lasciato l'incarico statale. E ancora: promette 25 milioni di nuovi posti di lavoro in 10 anni e 1.000 miliardi di dollari (923 mld di euro) investiti per le infrastrutture pubbliche. 
Tirando le somme, tra le principali obiezioni alle sue promesse per “rendere di nuovo grande l'America”, c'è il fatto che non ha spiegato finora come intende realizzare in concreto il suo programma. Su quasi nulla ha fornito i dettagli operativi, il pettinatissimo Presidente. Quando si dice che uno non sta a guardare il capello!

 



Le promesse per i primi 100 giorni

1) Revocare le “executive actions” di Obama contro le “armi facili” e quelle sull'immigrazione dirette ad evitare l'espulsione di 5 milioni di irregolari (almeno 740mila bambini). Muro tra Messico e Usa.

2) Abolire la riforma sanitaria di Obama, che prevede cure minime per tutti, favorendo sconti fiscali sulle assicurazioni sanitarie private.

3) Più tasse (25 - 45%) sui beni importati

4) Blocco delle immigrazioni dai Paesi “inclini al terrorismo” e controlli estremi alle frontiere.

5) Rivedere il trattato commerciale NAFTA con Canada e Messico, uscita dal patto commerciale Transpacifico (Paesi asiatici).

6) Meno tasse, specie per i più abbienti, e la pressione massima dal 39,6% al 33%, e dal 35 al 15% per le società di capitali.



Hillary, il guru e i bambini 

La donna che voleva diventare Presidente degli USA, la rivelazione dell’ideologo dell’amoralità e altri retroscena 

Francesco Buda

La 69enne Hillary Rodham Clinton è una donna di potere, non è un mistero. Otto anni alla Casa Bianca con il marito Bill e 4 nella stanza dei bottoni come Segretario di Stato del Presidente Barack Obama. Un posticino ritenuto addirittura più potente della poltrona presidenziale. Una sorta di super-ministro degli esteri, decisivo per la “esportazione della democrazia” a mezzo missili e bombe, per intenderci. 
È noto che nella corsa alla Casa Bianca la pettinatissima candidata del partito democratico, abile avvocato, tosta, glaciale e sorridente, abbia avuto come sfidante un rivale populista: il più pettinato di lei, ma repubblicano Donald Trump. Imbarazzante, scomodo e indigesto per molti dello stesso partito repubblicano. Tv e giornali da mesi abbondano di titoli e articoli sull’impresentabilità di questo caricaturale miliardario e sulle sue sparate. Ma alcune notizie sulla Clinton forse meritano di essere notate. Qui non ci interessa analizzare, né promuovere o bocciare un’ideologia o un partito, Hillary o Donald, un'acconciatura o l'altra. 
La rivista Acqua&Sapone non è legata a nessun partito né movimento politico, non è mai stata interessata a promuovere questo o quel politico né ha mai voluto un centesimo di finanziamento pubblico. Ci daremmo la zappa sui piedi. 

EREDITÀ LUCIFERINA?
Quel che può interessare è altro: colui che negli States è ritenuto il guru politico di Hillary ragazza, Saul Alinsky, era un fan del Diavolo. A dirlo è Alinsky stesso: “Per non dimenticare almeno un riconoscimento, una pacca sulla spalla per il primo radicale della storia, il primo di tutti i nostri miti e leggende (e chi può conoscere il confine tra mito e storia e se è nato prima l’uno o l’altra), il primo vero radicale noto all’uomo, che si ribellò contro il sistema e lo ha fatto in modo così efficace che è riuscito ad instaurare un regno tutto suo – Lucifero”. 
È la dedica stampata sul libro “Rules for Radicals” (regole per i radicali, quelli che diremmo i progressisti), una sorta di “bibbia” ateista del pensiero e dell'azione politica marxista made in Usa, un manuale dell'organizzazione dal basso per conquistare e dare il potere al popolo. Intervistato dalla rivista erotica Playboy nel 1972, Alinsky, ha detto: «Se c’è un aldilà, io senza riserve scelgo di andare all’inferno». Libera scelta, per carità. La sua opera punta – citiamo letteralmente - al “paradiso del comunismo”come “ultima tappa” del processo per abbattere il capitalismo. Ognuno si sceglie la fede e l'eden che crede. 

“AMORALITÀ E GIOCARE A FARE DIO”
Ad ogni buon conto, in “Rules for Radicals”, l'intellettuale considerato tra i padri nobili dei democrats, osannato da Hillary in gioventù, che scrisse la sua tesi di laurea su di lui, elogia Mosè come un “buon organizzatore”. Ma per ogni buon organizzatore della rivoluzione, tra le sue “Regole” Alinsky pone l'imperativo di “non aver una verità fissa, tutto è per lui relativo”. E poi: deve avere “l'ego, per raggiungere il livello più alto che l'uomo può raggiungere, per creare, per essere un grande creatore, giocare a fare Dio”; per l'organizzatore “nulla è sacro, detesta il dogma, sfugge ad ogni definizione finita della morale”. Insomma, tutto è lecito e va usato se serve per “bruciare il sistema fino alle fondamenta”. Rules for Radicals è stato un libro cult per la generazione di Hillary, come pure per quella di Barack Obama, il capo uscente della Casa Bianca. Il manuale alinskiano non è dedicato – come detto - ai diseredati e ai proletari, agli ultimi, ai metalmeccanici o alle donne sottomesse. A queste ultime è dedicato invece un forte impegno di Hillary Clinton.
Per la loro “salute riproduttiva” e per le loro famiglie, lei propugna il partial-birth abortion, l'aborto del feto vivo, di solito eseguito tra il quarto e il sesto mese di gravidanza, ma anche oltre: il chirurgo inverte il corpo del bambino nel grembo in posizione podalica, cioè coi piedi verso l'utero, e provoca il parto tirandolo fuori dai piedini. Lascia dentro solo la testolina. 
Gli perfora quindi il cranio e gli succhia via il cervello con un catetere, così da fare implodere la testa, che quindi tira fuori a completamento del servizio. 

LA PROFEZIA CHE SI AVVERA
C'è chi dice che Mrs Clinton abbia preso le distanze dal 'guru' luciferino anticapitalista. Del resto il grosso di Wall Street, petrolieri, banche, compagnie assicurative e finanza speculativa, l'hanno appoggiata. Non si dice, poi, che Hillary spinge a favore degli Ogm, gli organismi geneticamente modificati, che annichiliscono la normale capacità riproduttiva delle piante e costringono a ricomprare dalla solita lobby i semi e montagne di pesticidi, con gravi controindicazioni per i sistemi naturali e per la biodiversità. Secondo il Washington Post, i gruppi di Wall Street e dintorni avrebbero donato per la campagna elettorale di Hillary almeno 44,1 milioni di dollari. E sui dollari, si sa, c'è scritto “In God We trust”, noi crediamo in Dio. 
Quale dio? Il dio denaro, il potere, le bombe, la finanza, le nascite soppresse? Che si creda o no a Lucifero, ad Alinsky o a Dio, tra le sparate di Donald Trump e la potente Hillary Rodham Clinton, l'America al voto ha avuto un grosso dilemma. Che non è superato con la vittoria del miliardario Trump. Saul Alinsky, tra le sue regole, alla voce “Come costruire uno stato socialista”, scrive: “Aumentare il livello di povertà, aumentare angosce ed insicurezze: la gente povera si controlla più facilmente e si accontenterà di ciò che gli dà lo Stato; aumentare i debiti ad un livello insostenibile, con l’aumento continuo di tasse; eliminare Dio e la religione dalle scuole e dal governo, imporre l’ateismo; aumentare sempre di più il dislivello tra poveri e ricchi, così i poveri saranno sempre più sdegnati, si solleverà il livello di violenza e lo Stato avrà il consenso delle masse”.
Un programma che somiglia terribilmente a quanto già accaduto negli Stati Uniti d'America e non solo.
 


Quando i democrats erano schiavisti

Oggi il partito democratico statunitense rappresenta i progressisti, più o meno definibili di sinistra. Mentre i repubblicani sono conservatori. All'origine, nell'800, non era così: tra i democratici spiccavano molti conservatori, esponenenti dell'alta borghesia e grossi proprietari terrieri che utilizzavano schiavi e gli schiavisti, ma era votato pure da operai e cattolici. Il partito repubblicano era invece vicino agli industriali e ai grossi gruppi finanziari. Dopo 15 Presidenti democratici, ci volle Abramo Lincoln, primo presidente del partito repubblicano, per abolire la schiavitù nel 1865. Il suo partito fino ai primi anni '50 del '900 era ritenuto più liberal-progressista di quello democratico. Poi arrivò la guerra fredda: la paura dei bolscevichi e dell'invasione russa fecero spuntare e ingigantire l'anticomunismo nei repubblicani. E ci volle il 2000 per vedere alla Casa Bianca il primo Presidente di colore, Barack Hussein Obama. 

 


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