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Il regista dell’anima

Giacomo Campiotti: lo sguardo intenso del regista di “Braccialetti Rossi”

Ven 25 Nov 2016 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
Foto di 7

Uno sguardo intenso e appassionato, lo stesso che ritroviamo nei suoi film. Parole pacate e mai banali, come nei dialoghi delle sue opere cinematografiche. Dall’incontro con Giacomo Campiotti non può nascere un’intervista, ma un profondo scambio di anime.

Complimenti per il grande successo dei “Braccialetti Rossi”!
«Grazie, sono soprattutto i nostri giovani attori a meritare tanti riconoscimenti. Fin dall’inizio sapevo che sarebbe stato un lavoro molto impegnativo, ma l’ho affrontato con grande entusiasmo, perché desideravo fare una fiction vitale che parlasse della vita». 

Quanto è difficile realizzare una serie tv che parla di dolore e malattia nei più giovani?
«Non è facile ambientare una storia in un ospedale tra ragazzi malati, ma la loro condizione gli permette di sperimentare le stesse situazioni dei loro coetanei in modo più intenso e profondo. Il dolore è presente nell’esistenza di ognuno, non bisogna vergognarsene e se ne può parlare senza essere retorici. Molti si chiudono, si arrabbiano o diventano tristi, però, andando negli ospedali, abbiamo incontrato tante persone che affrontano la sofferenza in modo positivo, sostenendo anche gli altri, familiari, amici, personale medico e malati. Chi è in difficoltà deve essere aiutato a mantenere la propria dignità: in questa fiction gli eroi non sono tronisti, calciatori o escort, ma dei ragazzi malati pieni di vita. Nonostante vediamo decine di cadaveri ogni giorno in tv o nei videogames, molti ragazzi sono impreparati di fronte ad una cosa naturale come la morte: nei “Braccialetti Rossi” non ne facciamo uno spettacolo, ma la affrontiamo con i sentimenti e senza censura».

Ti sorprende il grande affetto dimostratovi dal pubblico più giovane?
«Mi fa molto piacere, ma non mi stupisce. I ragazzi sono più forti e profondi degli adulti. Con “Braccialetti Rossi” affrontiamo temi ai quali spesso genitori e educatori non sanno rispondere. Purtroppo la nostra generazione è preda di un cinismo che non ci fa apprezzare le cose vere e belle dell’esistenza, con il rischio di non saper trasmettere speranza».

Perché nei tuoi film ti rivolgi spesso agli adolescenti?
«I giovani sono migliori di come sono dipinti: si coinvolgono subito se ricevono messaggi e stimoli profondi. I nostri figli hanno bisogno di essere ascoltati e valorizzati. Come uomo, padre e comunicatore sento il dovere e la responsabilità di offrire dei contenuti all’altezza delle loro anime. Non credo di poter cambiare il mondo con le mie opere, ma ho la certezza che attraverso di esse tanti ragazzi, anche tra gli attori stessi dei miei film, sono cambiati e hanno un’esistenza più felice. La drammatizzazione, il cinema e il teatro, proponendo valori positivi, possono avere un grande ruolo “terapeutico”».

Sei soddisfatto della tua carriera?
«Ringrazio Dio per tutti i doni che finora ho ricevuto: una moglie, dei figli e una professione che va di pari passo con la mia ricerca personale. Ogni film che faccio nasce sempre da una mia domanda interiore: mi sono sempre chiesto perché siamo al mondo, cercando di comprendere il significato dell’esistenza. Al di là di tutto quello che quotidianamente facciamo, degli avvenimenti che ci accadono e di tutti i piccoli compromessi che accettiamo».

C’è un legame tra la tua ricerca spirituale e la tua professione? 
«Per me la preghiera e il contatto con Dio sono fondamentali e sono felice di poter esprimere, anche attraverso il lavoro, i doni che ricevo nella mia vita spirituale. Conosco i miei limiti e le enormi difficoltà che incontro in questo cammino: per questo sono molto affascinato dagli esempi concreti dei santi e delle grandi individualità che si sono distinti nella giustizia, nella carità e nella verità. Cercare attraverso la preghiera il nostro contatto con Dio è necessario per illuminare ogni aspetto della nostra esistenza, anche quello professionale. Per onorare questa tua rubrica “Precedenza all’anima”, ti confido un esempio molto personale. Qualche anno fa, durante un momento difficile, pregavo il Signore affinché mi donasse la possibilità di lavorare in un film che avesse veramente senso fare. Fui felicissimo quando, dopo qualche giorno, mi arrivò la proposta di dirigere la fiction sulla vita di Giacomo Moscati, un vero medico che univa scienza e fede. È stata una grande soddisfazione permettere a milioni di persone di conoscere meglio la storia di uno scienziato che in ogni persona vedeva il frutto della creazione dell’amore di Dio: aveva intuito che per curare il corpo bisogna prima guarire l’anima». 

Però di santi non ce ne sono molti …
«Ognuno di noi è stato creato libero, forte, sano, a immagine e somiglianza di Dio: quindi siamo tutti potenzialmente santi. Dobbiamo continuamente ricordarci di questo e non abbiamo scuse; troppo comodo dire che i santi sono persone speciali, dotate di qualcosa di eccezionale. Nella misura in cui riusciamo a liberarci dal nostro ego possiamo ritrovare Dio dentro di noi. Magari approfittando di un periodo speciale come il Natale, che ci ricorda che Dio si è fatto bambino per riportarci alla vita».

Come ritrovare la nostra libertà?
«Siamo immersi in questa realtà che è tutta una finzione, un gigantesco film che si proietta su uno schermo sul quale noi vediamo spesso solo luci e ombre. Voglio cambiare prospettiva e rivolgermi alla Sorgente della luce, ma occorrono il contatto con la natura, la meditazione, la preghiera e la cura del rapporto con Dio, che si trova nel silenzio. Non dobbiamo essere schematici, perché la vita è presente in ognuno, al di là della consapevolezza razionale o delle categorie mentali e religiose. Ognuno di noi ha la possibilità di tornare libero: abbiamo un viaggio da fare, un percorso che la nostra anima deve compiere per tornare da dove viene».

Perché nelle tue opere c’è sempre un richiamo all’inconscio dei personaggi?
«È necessario diventare consapevoli di quanto è condizionata la nostra esistenza, soprattutto a livello inconscio. Spesso ci sforziamo di essere buoni senza riuscirci, ma è un inganno, perché non è con la volontà o con il cervello che possiamo amare! Fin da bambini, anzi già prima di nascere, cominciamo ad accumulare condizionamenti che poi ci rendono difficile esprimere la nostra immensa potenzialità. L’identità personale è comunque sempre presente e la libertà è alla portata di tutti: attraverso la meditazione e la preghiera possiamo tornare ad essere ciò che siamo sempre stati». 

Come trovare la strada giusta?
«Naturalmente ci sono molte strade che si possono intraprendere, ma ho sperimentato che è vero quello che Gesù dice di sé: “Io sono la via, la verità e la vita”. Nel rapporto personale con Gesù abbiamo la possibilità di ritrovare la nostra pace e la nostra gioia, acquisendo inoltre la possibilità di comunicare al cuore degli altri. Questo è l’augurio di Natale che faccio alle lettrici e ai lettori di “Acqua&Sapone”».

 



Cinema e tv per educare alla felicità

Giacomo Campiotti, regista e sceneggiatore nato a Varese il l’8 luglio del 1957, si laurea in Pedagogia e inizia la sua formazione cinematografica con Mario Monicelli e Ermanno Olmi. Sale alla ribalta nel 1994, grazie al famoso film “Come due coccodrilli”, interpretato da Giancarlo Giannini, Valeria Golino e Fabrizio Bentivoglio, con la colonna sonora del suo amico fraterno Lucio Dalla. Tra le altre pellicole, spesso incentrate sul tema della formazione e dell’adolescenza, citiamo “Mai + come prima” del 2005 e “Bianca come il latte, rossa come il sangue” tratta dall’omonimo romanzo di Alessandro d'Avenia. Negli ultimi anni hanno ottenuto un notevole successo alcune sue fiction trasmesse da Rai1, tra le quali “Giuseppe Moscati – L’Amore che Guarisce” (2007) con Beppe Fiorello; “Preferisco il Paradiso” (2010) con Gigi Proietti e “Braccialetti Rossi”, giunta ormai alla terza edizione.


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