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Black Mirror: ecco dove ci porterà la tecnologia

Il thriller psicologico che sta facendo riflettere giovani e adulti sui catastrofici effetti dei social e del progresso

Mer 04 Gen 2017 | di Barbara Savodini | TV/Cinema
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 Pubblicazione di ogni frammento della nostra vita online, smartphone sempre in mano anche mentre si è al volante, misurazione della rilevanza di una persona nella società tramite il numero di like, mediatizzazione dei grandi casi di cronaca, comunicazione di massa ai tempi di Youtube, videogame e realtà aumentata: dove ci porterà la tecnologia? Hanno provato a dare risposte critiche, ma costruttive, i registi di “Black Mirror”, serie tv di produzione britannica che sta spopolando soprattutto tra i giovani. Sì, perché le nuove tecnologie sono affascinanti, travolgenti sotto certi aspetti, ma anche tanto pericolose e i primi ad accorgersene sono proprio coloro che hanno vissuto la grande trasformazione: da quando non c'erano neppure i cellulari alla totale tecnologizzazione di ogni nostra attività. “Black Mirror” è infatti lo schermo nero di ogni televisore, monitor o smartphone, ma, metaforicamente, è anche il riflesso cupo di una società che, guardandosi allo specchio in un futuro vicino o lontano a seconda delle puntate, scopre di essere vittima dell'invenzione del momento. L'idea, geniale, sta proprio in questo: raccontare tramite uno dei generi più amati dai giovani, sempre più repellenti a libri, riviste e quotidiani, i rischi a cui sta andando incontro una società stravolta in una manciata di anni dalla tecnologia. L'effetto è stato strabiliante, tant'è che, dopo le prime due serie trasmesse da Sky e una terza stagione passata a Netflix, a breve saranno fruibili sei nuovi episodi. Anche per la quarta stagione la regola resterà immutata: stile diverso per ogni puntata e alla regia non mancheranno star del grande schermo come Jodie Foster.
 
Nessun lieto fine e tanti spunti di riflessione
Nessuna delle puntate ha un vero lieto fine, perché - sembra essere il messaggio del produttore e dei registi - se non ci diamo una svegliata faremo tutti una brutta fine. Ed è proprio questo l'aspetto più spaventoso, ma a quanto pare anche più efficace perché, dopo aver preso visione di ogni puntata, nessuno può far a meno di riflettere. Un suggestivo mix tra horror e thriller psicologico, che desta lo spettatore dall'assopimento sociale in cui, anche se non è consapevole, è sprofondato. Tra le peculiarità della serie, il fatto che sia di tipo antologico, ovvero ogni episodio è slegato dall'altro, e si può saltellare dall'una all'altra stagione a seconda dei temi di interesse, oppure vederli tutti d'un fiato nell'ordine con cui sono stati concepiti e trasmessi. Alcuni hanno la durata di un lungometraggio, altri sembrano dei veri e propri film, ma tutti al termine della visione portano lo spettatore allo stesso martellante pensiero: “Quella cosa l'ho fatta anche io almeno una volta, è questa la fine che sto per fare?”.

Ricchezza e status sociale ai tempi dei like
C'è la dolce Lacie, per esempio, è bionda, solare e tutti nel quartiere sembrano volerle bene, perché lei, pur di avere un voto positivo, dispensa favori e sorrisi a tutto il vicinato. Nel mondo di Lacie, del resto, non conta il denaro, ma il gradimento conquistato sui social. Un mix tra Badoo, Facebook e Instagram in salsa futuristica, in cui non si fa nulla senza postarlo, perché ciò che conta è ottenere un voto positivo per migliorare il proprio rango sociale. Realtà scostante da quella in cui viviamo? Nemmeno più di tanto, se pensiamo a quante persone al mondo hanno utilizzato gli hashtag #likeforlike e #follow4follow: 184 milioni. No, non è uno scherzo, vuol dire che l'intera popolazione di una nazione, grande quasi quanto il Brasile, ha postato una foto o una frase solo per ricevere in cambio un like e sentirsi gratificata. Del resto non è quello che facciamo ogni giorno? Postare in maniera narcisistica qualcosa di noi stessi per vedere quanto piacciamo? Senza spoilerare il finale, al termine della puntata Lacie non fa una bella fine, ma lo spettatore acquisisce inconsapevolmente gli strumenti per riflettere su se stesso e sul controverso mondo in cui, forse, non si era ancora accorto di vivere.  
 
Se il pubblico diventa il giudice supremo
Nella seconda stagione c'è invece Victoria, che si sveglia senza ricordare nulla in uno scenario post-apocalittico, in cui una miriade di malintenzionati la perseguitano e vogliono ucciderla. La gente comune si nasconde e, quando compare, è solo per fotografarla o riprenderla; nessuno, tuttavia, risponde alle sue domande e cerca di aiutarla e addirittura scappa se lei cerca di avvicinarsi. Una lezione di vita su chi immortala le catastrofi naturali per pubblicarle senza prestare il suo aiuto? No, signore, o meglio, anche: la vera morale, infatti, è la mediatizzazione dei grandi casi di cronaca con l'opinione pubblica che, comunque vada il processo, assurge a giudice supremo. Alla fine della puntata (allerta spoiler) si apprende infatti che Victoria non è una vittima, ma un'assassina rinchiusa in un parco divertimenti, alla quale viene cancellata la memoria alla fine di ogni giornata. Lo scopo? Far soffrire una donna che ha peccato e soddisfare la sete di vendetta di un pubblico desideroso di assistere allo spettacolo. Non c'è certo bisogno di rievocare esempi tratti dalla nostra realtà e dai palinsesti televisivi per rendersi conto di quanto l'episodio sia drammaticamente attuale.  

Aspettando la quarta stagione
Quelle descritte sono sicuramente le puntate più emblematiche, forse quelle che lo spettatore riesce a sentire come più realistiche, ma la critica è ben più ampia e interessa l'intera società contemporanea. C'è infatti chi muore in un incidente stradale, perché se ne sta giorno e notte sempre con lo smartphone in mano, e chi cerca di rimpiazzare la perdita del proprio amato con un'applicazione in grado di riprodurre virtualmente (e non solo) la persona scomparsa, elaborando tutto il materiale presente in rete (foto, post, video, registrazioni vocali, modo di scrivere, stile, gusti, ecc.). C'è la rappresentazione del più becero dibattito politico dei giorni nostri, neppure così tanto estremizzato, ma anche l'esplosione della realtà aumentata che spopola tra gli amanti dei videogame; ci sono i ricatti alle autorità in un mondo in cui, per destabilizzare un governo, basta pubblicare un video compromettente su Youtube e farlo vedere in pochi minuti a milioni di persone, mutandone, magari in maniera pilotata, il pensiero e l'ideologia. E poi la pornografia online e le trappole degli hacker, il mondo ai tempi dei talent show, in cui in una società spiritualmente morta ciò che conta è solo l'apparenza, e la nanotecnologia, in grado di spiare in un futuro prossimo e con la complicità del governo ogni momento della nostra quotidianità. Su quale aspetto della controversa società in cui viviamo cadrà la scure di “Black Mirror” nella quarta stagione? Massimo riserbo da parte del produttore Charlie Brooker, che però promette altre sei imperdibili puntate all'insegna della riflessione, della distopia e dell'autoanalisi. 

E se la realtà fosse interamente registrabile?
Nella visione futuristica di Black Mirror, durante le discussioni di coppia, sarà più semplice rinfacciarsi frasi dette o atteggiamenti ambigui grazie a particolari dispositivi applicati negli occhi, tramite i quali è possibile registrare ogni istante dell’esistenza umana e riavvolgere all’infinito una scena vissuta. Come in ogni puntata della serie di Brooker, tuttavia, la tecnologia non è mai un’alleata e banali discussioni si amplificano a dismisura fino a distruggere il rapporto di coppia. I ricordi? Svuotati di ogni emotività e romanticismo, diventano come uno dei tanti video fatti per la condivisione immediata; una riproduzione della realtà di cui saremo presto incapaci di apprezzare la straordinaria bellezza.

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