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Il 2017 parte di slancio

Da Scorsese agli estraterrestri: niente male come inizio d’anno

Mer 04 Gen 2017 | TV/Cinema
Foto di 8

Scorsese, il pagliaccio di McDonald’s, un padre che fa il pagliaccio, due innamorati che sanno farti volare, ma rischiano di precipitare, persino gli extraterrestri. Niente male come inizio d’anno.
 
Silence
Martin Scorsese, nonostante abbia esplorato i gorghi del vizio, del crimine e dell’annientamento dei valori, ha sempre avuto - come d’altronde un altro grande come Abel Ferrara, che come lui li ha percorsi anche di persona oltre che sullo schermo - una forte, salda spiritualità. E non ha mai rinunciato a esprimerla, raccontarla, non di rado a vederne anche i suoi corrispettivi nella secolarità. Qui, però, segue due padri gesuiti in Giappone, nella loro opera di evangelizzazione che diventa presto martirio, follia, repressione. Uno dei temi più dibattuti e nascosti dell’Occidente - i martiri cristiani, non di rado strumentalizzati o sottovalutati da troppi - diventa materia per un film potente, riflessivo, doloroso, ovviamente violento e immaginifico di uno dei più grandi registi che il cinema ci abbia regalato. Ma anche controverso e duro. Nel personaggio di Andrew Garfield (ci sono, tra i ruoli principali anche Adam Driver e Liam Neeson) c’è anche un’analisi scarnificante della figura del martire, della sua vanità nel dolore, della sua egocentrica ricerca di misticismo, del suo rapporto morboso con la propria battaglia. Il che rende tutto più ambiguo: ha ragione Scorsese? Chissà, forse no, forse esagera. Ma un occhio come il suo è fondamentale e lacerante, e non possiamo farne a meno.

The Founder
Sapete chi è Ray Kroc? Probabilmente no. è un uomo che nel deserto della California, affamato, si imbatte in un chiosco che vende hamburger. Nessuno sa, forse neanche lui, che quella sarà la scintilla per la nascita di uno degli imperi economici più potenti della modernità oltre che di un marchio e di un modo di “vivere” che è entrato a gamba tesa nel nostro immaginario: McDonald’s. Intendiamoci, qui non si fa filosofia, è “solo” la straordinaria epopea, firmata da John Lee Hancock, di un self made man tenace e caparbio, capace di avere una grande idea come quella del fast food e di crederci sempre e comunque. Quella faccia, quel carattere li incarna alla perfezione Michael Keaton, premio Oscar e perfetta espressione del sogno americano con quel sorriso rassicurante e allo stesso tempo preoccupante. C’è qualcosa di affascinante in questa storia di formazione e di successo che però ha derive alla Wilde (Oscar), in cui il Big Mac è una sorta di specchio deformante del mondo e in cui il pagliaccio mascotte e araldo della catena è anche, in fondo, il ritratto di Dorian Gray di questo straordinario immigrato ceco. Un’opera apparentemente semplice e lineare, innervata da sottotesti interessanti per chi avesse voglia di leggerli.


Vi presento Toni Erdmann
Cinque nomination, cinque Oscar europei, i famosi EFA (uno è andato anche al “Fuocoammare” del nostro Rosi). Quindi è un capolavoro? No, è un abbaglio, di quelli ben riusciti, perché ci sono registi bravi e cineasti bravi solo a sembrarlo. Maren Ade, Orso d’Argento a Berlino nel 2009 per Alle Anderen, quello notevole e invece inedito in Italia, prende una storia affascinante e intelligente e decide di trattarla senza equilibrio, senza attenzione, sgrossando con l’arma dell’ironia temi duri e particolari e non capendo mai quando sia ora di togliere il disturbo con la macchina da presa, con un personaggio, con una sottotrama. Tutto è troppo qua: la differenza tra padre estroverso e gioviale, ma sensibile, e la figlia carrierista e anaffettiva; la Bucarest dei palazzi moderni da capitale e la grande provincia morale; persino Toni Erdmann che pur bravissimo, si accontenta di fare il Brachetti piuttosto che di mostrare quanto possa realmente colpirci. E alla fine questa parabola moralista ci lascia con l’amaro in bocca. Perché davvero poteva diventare qualcosa di bellissimo.

Arrival
Denis Villeneuve è uno bravo. E Arrival è di quei film che fa figo dire che son belli. E francamente sono anche vere entrambe le cose. Ma. Sì, c’è un ma, bello grosso. Che qui tutto è al posto giusto: Amy Adams, perché lei lo è sempre. Fantascienza, filosofia, intuizioni. Eppure. Eppure Arrival, come tutto il film di Villeneuve, ti lascia un’incompiutezza dentro, come se quel suo cercare vette alte, visive e narrative, fosse un modo per nascondersi e allo stesso tempo mostrarsi. Non accettare la sfida di un film completo, perché tutti noi, così, possiamo concentrarci su di lui e sul suo talento. La linguista protagonista che decifra un linguaggio alieno, quella scrittura circolare e quel pensiero circolare, con tutte le metafore che si porta dietro, la riflessione sul mondo che sostituisce l’azione dello sci-fi, tutto sembra un bluff giocato benissimo. E il regista canadese la mano la vince pure. Ma a vincere così, alla fine, si perde male.


LA LA LAND
Like a Rolling (Emma) Stone. Emma Stone è una delle migliori giovani attrici su piazza, già Birdman l’aveva consacrata e poi quel viso strano e potente che è entrato nell’immaginario di tutti noi, utile per copertine, sogni e pure grandi film. Ryan Gosling ha una sola espressione, ma è sempre quella giusta. Dove lo metti sta. Chazelle sa come far muovere e suonare una macchina da presa, e non è poco. Il resto è un’opera solida, ma allo stesso tempo libera e jazz, classica, ma con un montaggio moderno, una favola musicale che però ci ricorda che la cosa pericolosa dei sogni è che a volte si realizzano. E l’unico vero grande sogno, l’amore, va protetto e reso unico. C’è della magia nei volteggi, negli arpeggi, negli sguardi di questo film. Nei suoi colori. Ma, lasciatecelo ripetere, soprattutto in Emma Stone.                            

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I magnifici 7 (in sala)

Silence: il martirio cristiano, il cinema di Scorsese che recupera un film che nasce nella mente del maestro 30 anni fa. Un film duro, nel senso più ampio del termine, ma anche potentissimo.

Smetto quando voglio Masterclass: è tornata la banda dei precari laureati. Questa volta per combatterlo, il crimine, ma sempre a modo loro. Le risate, amare e psichedeliche, sono assicurate.

The Founder: succede solo da Mc Donald’s. La storia di chi ha creato un’impero dal nulla. Un self made man che ha conquistato il mondo, un pagliaccio mascotte che è un ritratto di Dorian Gray.

Beata ignoranza: ormai la nuova comunicazione - smartphone, social e affini - ha aperto nuove frontiere alla commedia. Dopo Genovese e Leo, è Max Bruno a dire la sua: si ride e si riflette.

LA LA Land: Ryan Gosling e Emma Stone nell’american dream canterino e ballerino per eccellenza. Chazelle che dirige da par suo. Gioia, malinconia, ritmo: in questo film c’è tutto.

Arrival: Denis Villeneuve è uno che ci sa fare: ha talento, visione e intuizioni. L’impressione, però, è che non sia tanto interessato a fare bei film quanto a mostrarci quanto sia bravo. Incompiuto.

Vi presento Toni Erdmann: ha vinto 5 oscar europei, i famosi EFA. Ma vedendo questa favola familiare, buffa e un po’ triste, sembra piuttosto che ci troviamo di fronte a un bluff. Giocato bene.

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I fantastici 4 (in dvd)

Paradise Beach: Blake Lively che fa surf è già un ottimo motivo per comprare questo dvd. La sua battaglia mentale con uno squalo bianco rende il thriller davvero interessante. Extra grandiosi.

Jason Bourne: il 5° capitolo di una saga che i suoi protagonisti prevedono molto lunga ha rivitalizzato storia e (anti)eroe. Nel dvd oltre a un ottimo film trovate contenuti extra di alto livello.
 
La grande bellezza - versione integrale: difficile non avere sui propri scaffali uno degli Oscar italiani. Soprattutto se qui vi trovate mezz’ora inedita di girato. Per (ri)scoprire un capolavoro.

Suicide Squad - Extended Cut: il film più discusso dell’ultima stagione. Strano, discontinuo, a tratti estremo. La critica l’ha bocciato, il pubblico si è diviso, ma gli incassi hanno volato. Qui trovate una versione più lunga e anche la colonna sonora.

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