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La rivoluzione solare delle donne

L’economia della “sorellanza” che rispetta l’ambiente e combatte la povertà

Mer 04 Gen 2017 | di Caroline Susan Payne | Attualità
Foto di 9

Anche se non sembra dal suo aspetto, Hilaria è una donna d’affari: ci tiene molto a sottolinearlo. È una contadina della Tanzania che, per integrare il suo reddito, va in giro a vendere i suoi canestri e nuova tecnologia solare (lampade, carica-batterie per cellulari, forni solari, etc.) con la sua bicicletta malmessa. Ha deciso di intraprendere questa attività dopo aver visto molti agricoltori locali, produttori di cotone soprattutto, perdere tutto a causa degli incendi provocati dal kerosene che erano costretti ad usare per illuminare con le lanterne le loro povere abitazioni. 
Il suo primo cliente è stato suo marito, che poi è diventato il suo primo ambasciatore. Hilaria ha molti anni di esperienza e sa come superare le sfide tra gli alti e bassi del suo “business”. Lo scorso anno ha dovuto attingere ai suoi risparmi e al modesto capitale aziendale per vincere la sua sfida più grande: prendersi cura di suo figlio malato. Molti bambini della zona si ammalano per il fatto che sono costretti a respirare i fumi del kerosene. Per accudire suo figlio, però, non le restava abbastanza tempo da dedicare alla sua seconda attività. È stato così che le altre donne della sua associazione, la Solar Sister (sorella solare) hanno pensato di girare un video su di lei, che poi è stato caricato su YouTube. Subito le sono arrivate molte ordinazioni: oggi la sua attività ha ripreso vigore, suo figlio è guarito ed ha anche i soldi per pagargli le tasse scolastiche. 

STORIE DI VITA 
Harriet Nabukwasi, invece, vive con i suoi tre figli e sua madre nel villaggio di Mudokori, nell’Uganda orientale. Avendo visto i suoi vicini contadini allontanati dalle terre che coltivavano, perché altri ne erano diventati proprietari, si era convinta che l’unico modo per garantire un futuro alla sua famiglia era quello di registrare a suo nome la terra che coltivava. Per far questo però doveva acquisire il titolo e non aveva abbastanza soldi per pagare i geometri. Harriet si è quindi messa in contatto a sua volta con le Solar Sister ed ha iniziato a vendere tecnologia solare tra i contadini del suo villaggio. Ancora oggi in Uganda solo il 20% della popolazione ha accesso all'elettricità, mentre oltre il 50% delle famiglie rurali deve contare sulle lampade a kerosene. 
Si tratta di vecchie lanterne che oltre ai rischi di incendio, emettono fumi tossici ed incidono pesantemente sui magri bilanci familiari: spesso donne e bambini devono percorrere a piedi decine di chilometri al giorno per andare a comperare il carburante con cui sono alimentate. 
Lo ha dimostrato una recente ricerca dell’Organizzazione per lo Sviluppo Industriale delle Nazioni Unite, dove è stato evidenziato anche il fatto che sono proprio le donne e i bambini ad avere problemi di salute causati dall’inalazione dei fumi velenosi respirati in casa, mentre ancora oggi una quantità imprecisata di partorienti è costretta a far nascere i loro bambini al buio. Oltre ad aver acquisito la terra, adesso Harriet ha la sua casa illuminata con lampade che si ricaricano da sé, sua madre può cucinare con una stufa solare e i suoi figli non hanno più fretta di finire i compiti prima del tramonto: tutto grazie all’energia del sole. 

STOP ALLA POVERTÀ ENERGETICA
Queste sono solo due delle migliaia di storie che dal 2010 contraddistinguono l’associazione Solar Sister: un movimento che sta diffondendo nei Paesi africani la tecnologia legata all’energia fotovoltaica a prezzi accessibili anche per i poveri. L’obiettivo dichiarato de movimento è quello di eradicare la povertà energetica delle popolazioni rurali africane, principale causa della povertà economica, puntando all'emancipazione sociale delle donne: un’emancipazione che può essere raggiunta grazie alle nuove opportunità economiche fornite dalle energie pulite, anche nelle comunità più remote del continente. 
In pratica, l’associazione convoca periodicamente degli incontri di “sorellanza” (ovvio l’accostamento al concetto di “fratellanza”) attraverso la creazione di gruppi, nei quali le imprenditrici hanno la possibilità di connettersi con le colleghe su questioni personali e professionali, ordinare l'inventario dei prodotti da vendere e di altre forniture, rafforzare le competenze e costruire la fiducia in se stesse e verso gli altri. L’esperienza ha dimostrato che queste interazioni, inizialmente formali, portano sempre a interazioni informali e ad amicizie molto strette e durature nel tempo. 

NIENTE ASSISTENZIALISMO
Non c’è alcun tipo di assistenzialismo in questa iniziativa, perché si tratta a tutti gli effetti di un’impresa sociale: tutto è basato sull’autostima che anche le persone povere possono mettere in campo per riscattare la loro esistenza. Le donne pagano i prodotti che rivendono, ottenendone una percentuale sulle commissioni di vendita: tra il 10 e il 20% del prezzo del prodotto. Le risorse economiche vengono ricavate dal reddito che ottengono da altre imprese (soprattutto agricole legate alla coltivazione del cotone), oppure con appositi pacchetti di finanziamento messi a disposizione dalla stessa organizzazione. Quello che conta è la consapevolezza di potercela fare ad ottenere la propria indipendenza economia, malgrado le barriere culturali ancora resistenti: il conservatorismo sociale nelle comunità rurali, la mancanza di accesso ai finanziamenti e l'assenza di istruzione. L’organizzazione recluta anche gli uomini, ma degli oltre duemila imprenditori totali coinvolti, tre quarti sono ancora oggi donne. Il motivo è semplice: le iniziative delle Solar Sister non solo hanno migliorato la loro vita, ma hanno anche aumentato il loro reddito e reso le loro comunità più sicure.                                                 



UN POPOLO SENZA CORRENTE
Secondo Lighting Africa, un programma della Banca Mondiale che cerca di aumentare l'accesso alle fonti pulite di energia per l'illuminazione, l'Africa ha più di 590 milioni di persone che ancora oggi vivono senza elettricità e sono esposti ai pericoli dei carburanti fossili per illuminare le abitazioni. 

PROGETTI ANCHE IN INDIA
Anche in India si sta sviluppando un’organizzazione che aiuta le comunità rurali nei Paesi meno sviluppati a costruire la resilienza – cioè la capacità di reagire in modo positivo in situazioni difficili - e l'autosufficienza, cercando di colmare il divario delle competenze oggi a discapito dei poveri. Si chiama Barefoot College ed ha già aiutato 784 donne in 80 paesi ad acquisire le conoscenze per diventare ingegneri solari, insegnanti e sostenitori dell’energia pulita. I laureati hanno aiutato 550.000 persone ad accedere illuminazione pulita, sostituendo 520 milioni di litri di kerosene.

I NUMERI
Dal 2010 ad oggi le Solar Sister hanno aiutato circa 2.000 donne in Tanzania, Uganda e Nigeria a diventare imprenditrici: la vendita di tecnologia solare nelle zone rurali ha già coinvolto più di 300mila persone. 

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