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Il latte materno non passa mai di moda

L’allattamento al seno č fondamentale per la buona salute degli adulti del futuro

Mer 04 Gen 2017 | di Francesco Macāro | Salute
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Per alcuni è ormai un retaggio del passato. Almeno secondo i numeri, che danno in costante discesa il numero di mamme pronte a ‘rovinarsi’ il seno o a farselo mordicchiare dal proprio neonato per dargli il latte. Sembrano ormai sbiadite le immagini delle mammane che ‘surrogavano’ madri provate dal parto o senza nutrimento per il proprio figlio. 
Eppure, secondo gli esperti, il latte materno era e rimane l’alimento decisivo per la buona salute degli adulti del futuro. A confermarlo, uno studio pubblicato recentemente sulla rivista Frontiers in Microbiology del gruppo Nature dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Attraverso l'impiego di piattaforme avanzate di spettrometria di massa, sono stati elaborati enormi volumi di dati, grazie ai quali gli scienziati hanno potuto ricostruire molti aspetti finora non chiari nella genesi e nella maturazione del cosiddetto microbiota intestinale, fin dalle primissime fasi di vita. I dati scientifici hanno confermato che il latte materno resta l’elemento in grado di fare la differenza. Per comprendere meglio i risultati dello studio, abbiamo fatto il punto con il dottor Luca Piretta, Gastroenterologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Il latte materno è davvero così importante per un neonato?
«È fondamentale, per una serie di ragioni. La prima: si è sempre attribuito al latte materno un ruolo essenziale per le componenti nutrizionali che conteneva, come le proteine e la percentuale di grassi, perché è un alimento che va modulandosi con il passare dei giorni dalla nascita in funzione delle esigenze del bimbo. Ad esempio, il primo latte, il colostro, è un latte particolare, ricco di siero, proteine e anticorpi, ma povero di grassi, perché il bambino non sarebbe in grado di tollerarli. Man mano che il neonato cresce, nei giorni successivi alla nascita, il latte materno acquisisce una composizione più idonea alle nuove esigenze, con l’aumento della percentuale di grassi. Questa naturale modulazione è ideale, perché asseconda i bisogni del bambino. È impossibile adeguare allo stesso modo un latte artificiale. Lo studio conferma, inoltre, che la madre ha il pregio di trasferire anticorpi essenziali al figlio, che non essendo mai stato stimolato dal punto di vista anti-igienico, è più soggetto alla comparsa di infezioni. Quindi, ricevendo gli anticorpi materni, si dota di una sorta di maggior protezione anche dal punto di vista immunologico».

Altro pregio?
«Negli ultimi anni si è scoperto che il latte materno è in grado di selezionare un microbiota intestinale più congeniale alla salute del bambino. Probabilmente è la ragione per cui il neonato allattato al seno, statistiche alla mano, si ammala di meno: crea un microbiota intestinale residente buono, che per tutta la vita gli garantirà una sorta di ‘zoccolo duro’ a livello batterico. Il nostro microbiota, infatti, ha due componenti: una è definitiva e rappresenta quasi la ‘carta d’identità’ intestinale di ogni individuo. Si acquisisce fin dalla nascita, anche con il parto. In questo caso, quello naturale favorisce l’insediamento di batteri buoni, mentre con il cesareo è più difficile, perché se l’intestino neonatale, che è sterile, incontra come primi batteri non quelli familiari – presenti nel canale del parto –, ma quelli della sala operatoria – molto più aggressivi e resistenti –, la flora residente del suo intestino può risultare alterata».

A che cosa può andare incontro un bimbo nato con parto cesareo?
«In sostanza a nulla, perché chiunque è venuto al mondo così non incorre per forza in grosse problematiche. Si è visto, però, che questi soggetti tendono ad ammalarsi più spesso. Poiché il microbiota intestinale è uno stimolatore adeguato del sistema immunitario intestinale, la prima barriera nei confronti di tutte le sostanze che assorbiamo, avere nell’intestino un mondo di batteri buoni che s’interfaccia con il sistema immunitario è molto meglio che avere batteri non abituali. In questo secondo caso, possono originarsi malattie del sistema immunitario, obesità o patologie infiammatorie. Quindi, la nascita con parto naturale e l’allattamento al seno restano due elementi fondamentali per sperare in uno stato di salute migliore. Senza considerare l’ambito psicologico: chi si occupa di psiche, infatti, sostiene che il rapporto del neonato con il seno della mamma nell’allattamento crea una sorta di vincolo e gli dà maggior serenità nella maturazione psichica, rispetto a chi non può farne esperienza».

Che cos’è il microbiota intestinale?
«Il termine ha sostituito quella che veniva chiamata flora batterica intestinale, ovvero l’insieme dei batteri che abitano normalmente l’intestino. Di microbioti ne abbiamo tanti: c’è anche quello epidermico, costituito dai batteri che ‘abitano’ la nostra pelle. Di solito, comunque, la parola è riferita a quello intestinale, il più abbondante».

Il microbiota intestinale si forma tutto alla nascita?
«Una parte sì. Ma c’è una quantità importantissima di batteri dell’intestino che, invece, viene modulato e regolato da fattori ambientali: il più importante è l’alimentazione. Quindi, se mangiamo un certo tipo di alimenti, favoriremo il proliferare di alcuni batteri, perché essi si nutrono, come le nostre cellule, di ciò che gli diamo. Se mangiamo frutta, verdura e cereali, avremo più abbondanza di bifidobatteri e di lattobacilli, batteri buoni».

Qual è il rapporto tra il microbiota generato alla nascita e quello che modifichiamo nel corso della vita? È possibile ripristinarlo?
«Sì, a patto che l’attenzione alimentare sia continuativa. Il microbiota si può modificare anche nel giro di pochi giorni. Un esempio classico sono gli antibiotici: la loro assunzione implica una sua alterazione, perché nell’uccidere i batteri cattivi, gli antibiotici uccidono anche moltissimi batteri buoni dell’intestino».

Il consiglio primario da dare alle mamme con un bimbo piccolo?
«Alimentate bene vostro figlio, insegnategli l’educazione alimentare. Perché l’alimentazione è il primo fattore ambientale in grado di modificare, in bene o in male, la sua salute. Che non vuol dire solo scegliere gli alimenti giusti, ma anche i momenti, i tempi e i modi di una corretta alimentazione: non fargli saltare la prima colazione, non fargli fare pasti abbondanti, non farlo mangiare di notte».

E poi?
«Quando il bimbo ha qualche malattia, bisogna, d’intesa con il medico, verificare se è davvero imprescindibile dargli gli antibiotici e quando, invece, è possibile evitarli. Mai, comunque, abusarne: spesso vengono dati con eccessiva facilità, quando il bimbo ha appena un po’ di febbre. E se non dovrebbe succedere mai neppure con gli adulti, vale soprattutto nei bambini molto piccoli, perché il grosso del loro microbiota è ancora in fase di formazione».

La soluzione per le mamme che non possono allattare al seno?
«Innanzitutto, bisogna essere sicuri di avere di fronte una mamma che non può alimentare il bambino con il suo latte. Certo, se l’impossibilità dell’allattamento è reale, non si può che ricorrere ai latti artificiali, specie nel primo mese di vita. Non sono certamente veleno, anzi, meno male che esistono. In questo caso, occorre cercare, sempre d’accordo con il pediatra, di studiarne la formulazione più idonea per ogni bambino a seconda dell’età. Mai, comunque, scoraggiarsi se si vede che c’è poco latte e mai rinunciarvi del tutto. Piuttosto, si dà al bimbo il poco latte che c’è e poi lo si integra con quello artificiale. Perché il latte materno, anche se poco, fa la differenza».                                      

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DOTTOR LUCA PIRETTA

Nato a Torino nel 1961, laureato in Medicina e Chirurgia, specialista in Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva, ha ottenuto una Laurea magistrale in Scienza della Nutrizione Umana. Attualmente è docente di Allergie e Intolleranze Alimentari presso l’Università Campus Biomedico di Roma e medico di Medicina Generale.
È autore di capitoli di libri scientifici e di numerose pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali, relative alle sue ricerche in campo gastroenterologico e nutrizionale. 

 


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