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Timothy il contadino

Una storia vera di un uomo malato di Aids, che riesce a ritrovarsi e cambiare vita

Mer 04 Gen 2017 | di Giacomo Meingati | Attualità
Foto di 3

Tu chiamami pure Timothy.

Scrivo al tuo cuore come farebbe un vecchio bluesman, seduto sulla soglia della sua casa, suonando riff di vita, terra e speranza. 

Vengo dalla riva del fiume Tana, in Kenya. Bambino sensibile, impaurito da una violenza che non volevo, ma c’era, con le lacrime serbate nel cuore quando vedevo soffrire mia madre.
Un giorno da ragazzo andai a pescare con gli altri e un coccodrillo mi attaccò.
Fortunatamente riuscii a farla franca con una ferita da poco, ma gli anziani del villaggio mi dissero che ora i coccodrilli sapevano chi fossi e che avrei dovuto ucciderne uno, perché avessero paura di me e non mi attaccassero più. E così ho fatto.
Ho ucciso un coccodrillo a 16 anni, ero pieno di energie, di vita. Mi sono innamorato di una ragazza che sono riuscito a conquistare e sposare.
 
Nel molle giro di un sorriso
Ci sentiamo legare da un turbine
Di germogli di desiderio

Ci vendemmia il sole
 
Chiudiamo gli occhi
Per vedere nuotare in un lago
Infinite promesse
 
Ci rinveniamo a marcare la terra
Con questo corpo
Che ora troppo ci pesa
 
(Giuseppe Ungaretti “Fase d’Oriente”)
 
Infinte promesse… Come quelle che feci a lei. 
A quella ragazza promisi giustizia, amore, calore, stabilità, stelle, eternità, ma caro mio, e forse tu ne sai qualcosa, mi ritrovai col fango sulla guancia, sbattuto fuori dall’ennesimo pub, dopo l’ennesima sbronza.
Io sono un cacciatore, sono un Pokomo, i Pokomo sono cacciatori di coccodrilli, pescatori. Non li so fare questi lavori occidentali in ufficio, non è il mio mondo quello che ci hanno portato, chiamandolo “libertà, progresso, civiltà”; non è il mio mondo, il mio progresso, la mia civiltà, la mia libertà.
Tutto questo mi colpiva, mi colpisce, come forse accade anche a te. 
L’alcol mi serviva per scacciare i demoni che mi ronzavano intorno, ma non capivo, non vedevo che ogni birra era un demone che mi bevevo e scolpivo dentro lo Spirito, che mangiava la luce nei miei occhi.
E fu così che tradii le mie promesse a suon di botte, lacrime, e mia moglie andò via da me, portandosi dietro i nostri figli.
Quando non hai nulla, non hai più nulla da perdere, anche se non crederesti mai di poter andare ancora più in basso di così.
Ma come mi sentii lettore amico, quando mi dissero che una di quelle donnine con cui cercavo di scacciare i demoni mi aveva attaccato l’Aids; non lo chiedere, io non lo scriverò. Perché ogni parlare sarebbe troppo poco, non renderebbe il gelo nel mio cuore.
Mi ritrovai solo, con l’Aids nelle viscere, i demoni ovunque in me e fuori, ma fu allora che un sacerdote mi invitò a un incontro e mi regalò un libro.
P. Steven Ndegwa è un eroe tra i Pokomo, perché nonostante la povertà, le guerre, i terroristi, è rimasto tra la nostra gente e ci ha portato una cultura di vita che parla del valore e la meraviglia che sono io, che sei te, che siamo tutti, e di come concretamente può viversi tutto ciò, come si può davvero amare.
“Questo libro ci vuole aiutare a raggiungere tutte le vere ricchezze di vita. Vuole aiutarci a non rassegnarci a vagare più o meno costantemente nella nebbia. La soluzione per una vita piena è sempre alla nostra portata. È necessario trovare un giusto cammino personale, libero e fiducioso, che porti ogni forza della vita alla pienezza, fino ad arrivare all’amore.
Innanzi a qualsiasi difficoltà, mai lasciamoci indurre a compromessi o scoraggiamenti. Mai desistere o dire: “Abbiamo fatto il massimo, di più non si poteva fare”. Credo proprio che la vita di ogni persona contenga tutte le forze non solo per non essere ridotta e ingannata, ma anche per essere sempre capace di uscire da ogni condizionamento e inganno” (“Uscire da ogni inganno”, P. Angelo Benolli). 
P. Ndegwa e questi libri proponevano una vita, parlavano di un valore mio, parlano del valore di ogni essere umano. Ho voluto fare questo cammino, ho guardato in faccia l’Aids e ho sputato per terra, come farebbe ogni buon guerriero prima della battaglia.
L’Aids è come un coccodrillo, sa chi sei e verrà a prenderti, l’unico modo per sconfiggerlo è non tremare e non abbassare gli occhi, mai. 
Oggi sono Timothy il contadino, il padre dei figli che sono tornati, marito di una moglie che, vedendomi impegnato, non m’ha abbandonato, ed è tornata con me. Sono uno degli attivisti più influenti nel mio paese nel combattere l’Aids, che affligge tantissime famiglie in Kenya e tanti, troppi, bambini.
Su quei libri e quella proposta di vita che hanno aiutato me, sto sostenendo la mia gente, perché ci sia più vita, più libertà, più indipendenza.
Ti scrivo colmo di gioia, perché oggi, nonostante sia solo un contadino malato di Aids, ho voluto io stesso personalmente adottare un bambino a distanza in India, pagandolo e sostenendolo col mio lavoro.
Possano i tuoi passi essere benedetti con la vita amico mio, benedetti con la vita.
Con fiducia e stima
Timothy il contadino.  

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