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Addio agli animali?

Il Wwf pubblica il Living Planet Report 2016: entro il 2020 crollo del 67% delle specie animali e vegetali

Mer 04 Gen 2017 | di Angela Iantosca | Ambiente
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 Il Living Planet Report 2016, report biennale pubblicato dal Wwf sullo stato di salute della Terra, ci informa che entro il 2020 la popolazione globale di specie animali e vegetali potrebbe crollare del 67%. Una notizia allarmante che deve spingerci ad attuare immediatamente delle buone pratiche, perché questo non accada. 

Per approfondire, abbiamo sentito il Dottor Antonio Romano, ricercatore del CNR, consulente per l'Italia della IUCN (International Union for the Conservation of Nature) e socio di Sempre Verde Pro Natura di Latina.

«Vi racconto una brevissima storia di mare, di viaggi. E di naufragi. Una nave va, nel suo lento muoversi. Lo scafo è enorme e possente. C’è voluto molto tempo per assemblarlo, per avvitare tutti quei bulloni e tenerlo stretto senza imbarcare acqua e senza farlo aprire. Timoniere, capitano, equipaggio, tutti preoccupati a lustrare, avvistare, cucinare. Nessuno si preoccupa di quei bulloni che tengono saldo lo scafo, la chiglia. Cominciano a saltare, spezzarsi. Così. Uno alla volta. Nessuno se ne cura… All’inizio ne saltava qualcuno ogni tanto, poi sempre più spesso. Ma si sa: là dove non c’è più un bullone lo sforzo di tenere unito il pezzo grava sugli altri. E così un giorno i bulloni cominciano a saltare e schizzare a vista d’occhio. Equipaggio in allarme, ma timoniere e capitano guardano lontano, non ai piccoli bulloni. Lo scafo cede, si apre, entra acqua. Troppo tardi. Mare aperto. Fine. Ecco, così riassumerei quanto sta avvenendo su questa enorme nave su cui tutti siamo imbarcati, chi più regolare, chi più clandestino. Questa nave chiamata Terra». 

“Rischio e resilienza in una nuova era”, questo il titolo del Living Planet. Che cosa è la resilienza?
«Se per molti lettrici e lettori è forse intuitivo il concetto di rischio, forse non lo è altrettanto quello di resilienza. Essa esprime la capacità e la rapidità con cui un ecosistema torna alle condizioni iniziali, dopo avere subito una perturbazione. Più alta è la biodiversità più la resilienza è buona, perché le varie specie sono in grado di “tamponare” le funzioni svolte da un’altra componente che scompare».

Ma che succede se a livello globale questa ricchezza in specie crolla? Se insomma saltano troppi bulloni?
«Il rischio è ora intuitivo: il collasso del sistema nel suo complesso. La nuova era, quella dell’uomo che stiamo vivendo, è testimone di un tasso di estinzione delle specie mai osservato in precedenza, nemmeno nei periodi più drammatici della storia della vita sul nostro pianeta. Il rapporto del WWF – anche se apparentemente allarmista e anche se si ammette possa sovrastimare tale tasso - utilizza uno strumento affidabile, il Planet Index Living (PLI), fornito dalla Società Zoologica di Londra, per monitorare le tendenze delle popolazioni di fauna e dunque, se si può discutere sulla percentuale esatta del tasso di estinzione non si può farlo sulla dimensione di questa tendenza nel suo complesso. Il trend è infatti davvero preoccupante. Negli ultimi decenni moltissime specie sono scomparse e molte altre stanno subendo un decremento demograficamente drammatico. Più a rischio di tutte, le specie acquatiche». 

Ci sono speranze? 
«Solo a seguito di radicali, oserei dire rivoluzionari, cambiamenti almeno nei sistemi alimentari ed energetici. Donald Trump permettendo».                



COSA È L’LPI
L’LPI è l'Indice del pianeta vivente che misura lo stato della biodiversità, attraverso i dati sulle popolazioni di varie specie di vertebrati, e calcolando una variazione media dell'abbondanza delle specie nel corso del tempo. L'LPI globale si basa su dati scientifici ottenuti da 14.152 popolazioni monitorate di 3706 specie di vertebrati provenienti da tutto il mondo.

LE MINACCE
Da dove arrivano le minacce? Dal degrado dell'habitat. Le cause più comuni di questo degrado sono:  l'agricoltura non sostenibile, il disboscamento, il trasporto, lo sviluppo residenziale o commerciale, la produzione di energia e lo sfruttamento minerario. Per gli habitat di acque dolci, le minacce comuni sono la frammentazione di fiumi e dei corsi d'acqua e la sottrazione di acqua. 
Ma le minacce derivano anche dallo sfruttamento eccessivo, legato per esempio alla caccia non sostenibile e al bracconaggio, oppure alla cattura involontaria o accidentale di specie animali; dall'inquinamento, dalle specie invasive o dalle malattie (a volte anche gli uomini portano una malattia da un luogo all'altro del pianeta) oppure dal cambiamento climatico, che possono alterare i segnali che arrivano. Eventi stagionali come la migrazione e la riproduzione, portando tali eventi ad accadere nel momento sbagliato. Le minacce più comuni sono il degrado degli habitat (48%).
Il declino registrato nelle popolazioni delle specie, dunque, è inestricabilmente legato allo stato degli ecosistemi che le sostengono. E la distruzione di questi ecosistemi rappresenta un rischio non solo per le piante e la fauna selvatica residenti, ma anche per gli esseri umani, perché gli ecosistemi ci forniscono acqua, aria pulita, cibo, energia, rimedi medicinali. 
Questo capitale naturale fornisce un flusso di benefici per le persone sia a livello locale che globale. Tuttavia questo patrimonio si sta riducendo ad un ritmo più veloce del ritmo necessario per il reintegro a causa della pressione umana. 

MENO CIBO E ALTRI DISASTRI
Cosa determinerà questo nel corso del tempo? Un aumento dell'insicurezza alimentare ed idrica, un aumento dei prezzi di molte materie prime ed un aumento delle competizioni per le risorse territoriale ed idriche: cosa che inasprirà inevitabilmente i conflitti e le migrazioni, i cambiamenti climatici e la vulnerabilità ai disastri naturali, come inondazioni e siccità. Ci sarà anche un calo della salute fisica e mentale e del benessere, portando ad ulteriori conflitti e migrazioni. 
La popolazione, infatti, è cresciuta da circa 1,6 miliardi di persone nel 1900 all'odierna cifra di 7,3 miliardi. Le attività umane e l'uso ad esse associato delle risorse sono cresciuti in modo così drammatico, soprattutto a partire dalla metà del XX secolo, che le condizioni ambientali che hanno favorito il nostro sviluppo stanno cominciando a deteriorarsi. 

GIRAFFE A RISCHIO
La chiamano l'estinzione silenziosa ed è quella delle giraffe, il cui numero negli ultimi 30 anni è calato del 40%. L'allarme è stato lanciato dalla International Union for Conservation of Nature (IUCN). Secondo gli ultimi dati, la popolazione del mammifero che vive in Africa è passata dai 157mila del 1985 ai 97mila del 2015, a causa del degrado del loro habitat. Le giraffe sono ormai quattro volte più rare degli elefanti ed è la prima volta che la giraffa finisce nella lista rossa, in quanto era considerata l'animale a minor rischio di estinzione. 

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