acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

A Ostia il sogno americano

Il football nei campi di Roma: uno stile di vita che tempra il carattere prima del corpo

Mer 04 Gen 2017 | di Testo e foto di Roberta Cappelli | Attualità
Foto di 28

 Ricordo ancora la prima volta in cui misi piede su quel campo da football, ad Ostia, il mare di Roma: il freddo sa essere pungente, nelle sere di febbraio. Pioveva. Ma non una pioggia qualsiasi: valanghe d'acqua cadevano dal cielo con una violenza inaudita, riversandosi su un terreno che l'ultimo filo d'erba doveva averlo visto forse prima dell'estate.

Una recinzione sgangherata delimitava lo spazio su tre lati. Sul quarto un susseguirsi di strappi ed aperture, oltre i quali, tra canne e sterpaglie, spuntava una roulotte di nomadi. 

Sembrava il regno del fango. E in mezzo al fango cominciò a prendere forma quella che, da quel momento, sarebbe diventata la mia seconda famiglia negli anni a venire.
Non avevo mai visto un giocatore di Football Americano. Non dal vivo. Avevo immaginato, come nei film e alla televisione, di trovarmi davanti dei giganti, muscolosi ed aggressivi, armati di casco e paraspalle e programmati per colpirsi e farsi male. Violenti, insomma.
Ma quello che i miei occhi videro, sotto quel diluvio, fu totalmente un'altra cosa.
Poco più di una ventina di ragazzi si muovevano in maniera ordinata su quel campo, letteralmente immersi nel fango. A giudicare da quel poco di pelle che si intravedeva tra le grate nere dei caschi, dovevano essere tutti molto giovani, con dei fisici simili a quelli di una qualsiasi classe di liceali.
La preparazione atletica era molto spartana e faticosa, in grado di temprare il carattere, prima ancora che il corpo: stesi tra le pozzanghere, tra duri esercizi e flessioni, con il fango a ricoprirli interamente e quelle gocce miste a terra sulle guance che non capivo se fossero pioggia o lacrime… 
E poi le azioni di gioco e le tecniche di placcaggio, quel momento in cui ci si trova di fronte un altro uomo e si deve difendere il territorio bloccandolo fisicamente. Ognuno di loro metteva la grinta di un leone in quello che faceva, non importa quanto più grosso di lui fosse l'avversario! Iniziai a supporre che fossero lì per imparare ad affrontare le difficoltà e superare i propri limiti.
Non si udivano grida, niente confusione, solo le istruzioni dei coach, urlate per superare il rumore della pioggia battente. Ebbi la netta sensazione che l'ordine, la disciplina e il silenzio facessero parte di quel mondo che mi stavo apprestando a conoscere .
Per qualche istante mi chiesi il perché di  tutto quello sforzo, di quell'impegno, di quel sacrificio apparentemente inutile, a cui si sottoponevano, magari con una smorfia del viso, ma senza fiatare.
Quel pensiero, però, si dileguò in fretta, perché ci si sarebbe potuti chiedere la stessa cosa di me, che me ne stavo con una macchina fotografica in mano sotto una pioggia torrenziale a cercare di cogliere cosa ci fosse davvero dietro quello sport…
Sono cresciuta, come molti, a pane e calcio: non mi perdevo un album della Panini, né una partita della mia squadra del cuore, ma nemmeno delle altre squadre: la domenica pomeriggio me ne stavo incollata alla radio con le voci di Ciotti e Ameri in "Tutto il calcio minuto per minuto", e dopo alla TV con "Novantesimo  minuto" di Paolo Valenti… E il lunedì divoravo dalla prima all'ultima le pagine di Tuttosport e della Gazzetta! Ma appena il tempo di due grandi Mondiali e poi il calcio cambiò, arrivarono i soldi (tanti) e la passione finì in secondo piano: il calcio divenne per lo più un mestiere.
Quella sera, tra le pozzanghere e il fango, cominciai a riassaporare quel qualcosa di buono dello sport, che riaffiorava dai miei ricordi di bambina…
Iniziai a frequentare quel campo assiduamente. Ed anche i campi di altre due squadre della zona sud di Roma. In pratica, almeno quattro volte a settimana ero con loro. Gli allenamenti si tenevano sempre di sera: il freddo, la pioggia e l'umidità erano la costante di quelle notti gelide e scarsamente illuminate. Ma la passione di quei ragazzi pieni di vita, di entusiasmo, di determinazione a perseguire il sogno di giocare a Football, bastava a scaldare l'anima e ad accendere la luce che dai loro occhi, sotto quei caschi color oro, altrove neri oppure blu, si spandeva tutta intorno. 
Dopo i primi mesi non sapevo nemmeno che faccia avessero, sempre nascosta sotto i caschi, indispensabili per proteggersi durante le azioni di gioco, ma anche per "difendersi" da freddo e pioggia! Anche loro, del resto, non avevano mai visto me, nascosta com'ero sotto il cappuccio della giacca a vento, che lasciava intravedere solo gli occhi. Ma imparai a distinguerli dai loro tratti fisici, dalla loro andatura, dal modo di muoversi in campo o da qualche accessorio nel loro abbigliamento: il colore degli scarpini, dei guanti o una maglietta fuori ordinanza rispetto a quelle bianche o nere, con cui l'attacco e la difesa erano soliti allenarsi. Solo il Quarterback era sempre riconoscibile dalla sua immancabile maglia rossa!
L'aria che si respirava su quel campo era qualcosa che ti faceva dimenticare tutti i problemi della giornata, proiettandoti in un mondo parallelo, dove i valori dello sport, dell'amicizia, della fratellanza e la sensazione profonda di essere una famiglia ti ripagavano di tutti gli sforzi, dei sacrifici, delle condizioni atmosferiche spesso proibitive, del gelo che ti stringeva il corpo come in una morsa o dell'acqua che speravi ti si asciugasse addosso, ma in realtà ti accompagnava dal primo all'ultimo minuto di quelle serate cariche di vita!
Imparai a conoscere questo mondo lentamente e gradualmente. Non volevo che la mia presenza distogliesse gli atleti dai loro allenamenti. Esserci, a volte, significa anche farsi trasparenti; presenti ma discreti. Ed è stato forse questo rispetto dei tempi e dei modi a far sì che a poco a poco io non fossi più "la fotografa", ma una di loro, una della squadra. Nelle partite in casa o in trasferta, dopo la vittoria o in seguito ad una sconfitta, sotto la neve o al sole cocente delle estati siciliane, mi hanno permesso di vivere il loro mondo, il loro amore incondizionato per il Football Americano, la loro lealtà, la correttezza e la profonda umiltà, la loro filosofia che non fa distinzioni tra il football e la vita! Mi hanno insegnato cosa sia uno sport di squadra vero, in cui ognuno è pronto a combattere per il compagno al suo fianco, perché, a differenza di altri sport dove spesso il singolo può fare la differenza, nel football i centimetri di campo si guadagnano o si difendono solo tutti insieme.  Spesso li ho visti implorare gli arbitri di lasciarli sul terreno di gioco anche quando il regolamento imponeva di farli star fuori per un'azione dopo un infortunio. Non temono il dolore fisico, sono pronti a lottare in ogni situazione, a combattere per ogni centimetro, perché, come Al Pacino nei panni del Coach Tony D'Amato - nel film più bello di sempre sullo sport e sul Football Americano "Any Given Sunday (Ogni Maledetta Domenica)" - dice ai suoi negli spogliatoi prima di una partita importante, in uno dei monologhi più intensi della storia del cinema: "…in questo gioco è in palio qualcosa che conta più della vittoria: qui tu fai parte di qualcosa, di un gruppo!".
I ragazzi del Football Americano qui in Italia sono davvero speciali: non è uno sport che si pratica a livello agonistico, le squadre si devono autofinanziare per giocare, gli sponsor sono difficili da trovare, essendo l'attenzione tutta focalizzata sul calcio. Ma loro sono testardi, tenaci, ostinati, pieni di passione e con una forza di volontà incrollabile, disposti a fare qualsiasi cosa per praticare quello che, per loro, non è solo uno sport, ma uno stile di vita! 
Del resto a guidare questi ragazzi ci sono delle persone altrettanto decise e caparbie, la vecchia guardia del Football Americano in Italia, quelli che hanno giocato per primi con la palla ovale nella nostra penisola agli inizi degli anni '80. Quelli che il Football se lo sono sudato e, spesso, inventato. Quelli che non avevano né spogliatoi né campi dove allenarsi, che al posto delle protezioni sulle gambe mettevano le copie di Topolino (il fumetto della Disney molto gettonato in quegli anni), che si facevano 25 ore di treno per andare a giocare a Palermo e scendevano già vestiti per entrare in campo. Quelli che i loro ricordi sono solo su piccoli ritagli stropicciati di qualche giornale improbabile, ma che conservano come reliquie… Quelli che si ritengono fortunati a non aver avuto niente, perché altrimenti non avrebbero capito il senso di questo sport. Quelli che conoscono l'importanza dei valori umani e li trasmettono con il loro esempio ai ragazzi che allenano, consapevoli che la tecnica, da sola, non ti prepara ad affrontare le  partite e neanche la vita! Quelli che sono cresciuti ispirandosi al grande Vince Lombardi, nipote di emigrati dal Sud Italia negli USA, coach dei mitici Green Bay Packers negli anni '60, considerato il miglior allenatore di Football Americano di ogni epoca, per il quale “il prezzo del successo è il lavoro duro, la dedizione al compito che abbiamo davanti e la certezza che, sia che vinciamo sia che perdiamo, abbiamo dato il meglio di noi stessi”. 
E questi ragazzi, nella solitudine del loro sport ancora troppo trascurato in Italia, me lo hanno insegnato e me lo ricordano continuamente, come Tony D'Amato al QB Willie Beamen in Any Given Sunday: «Ogni maledetta domenica si vince o si perde, resta da vedere se si vince o si perde da uomini».                         

Condividi su:
Galleria Immagini