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Con il riciclo in Italia vola l’economia circolare

Scelte lungimiranti nel passato hanno prodotto ottimi risultati coi materiali riutilizzabili all’infinito. Riciclare fa bene all’ambiente e al portafogli

Gio 26 Gen 2017 | di Caroline Susan Payne | Ambiente
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Si parla sempre più spesso dell’immane spreco di risorse che sta avvenendo a livello mondiale ed è un bene che se ne parli. Bisogna sapere però che il modello di sviluppo che fin qui ci ha accompagnato, la cosiddetta economia lineare basata sul prelievo indiscriminato delle materie prime dal pianeta e sulla produzione incontrollata di rifiuti, è comunque destinato a scomparire nel prossimo futuro. All'opposto c'è l'economia circolare, che mette al centro la sostenibilità del sistema: niente prodotti di scarto ma materie costantemente riutilizzate. Il Parlamento Europeo in tal senso ha già fatto la sua scelta: d’ora in poi verranno finanziate solo iniziative che tendono all’obiettivo dell’economia circolare e che prevedono il riuso e il riciclo sistematico dei prodotti di consumo, una volta arrivati a fine processo. A ben vedere, infatti, si tratta soprattutto di una scelta di buon senso.
E l'Italia può vantare ottimi risultati in questo àmbito. Pratiche virtuose che hanno consentito e consentono di dare nuova vita ad enormi quantità di materiali, anziché smaltirli coi folli sistemi delle discariche e degli inceneritori. Sistemi, questi ultimi, nocivi per la salute, per l'ambiente e per l'economia.  
Oltre, naturalmente, a ridurre il ricorso a risorse ambientali vergini. Basti pensare all'alluminio, che può essere rigenerato all'infinito: se lo ricicliamo, si deturpano meno montagne per estrarre la materia prima bauxite.
Grazie a lungimiranti scelte politiche fatte, molti anni fa (non nel recente periodo), in particolare per l’istituzione dei consorzi obbligatori di filiera, lungo la strada che porta all’economia circolare, paradossalmente il nostro Paese si trova già a buon punto, con situazioni che sono prossime ormai al traguardo.
Eccone alcuni esempi. 


GLI OLI LUBRIFICANTI USATI
L’acronimo, il COOU, che sta per “Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati” non è proprio di quelli più conosciuti dall’opinione pubblica, anche se il lavoro che svolge è di particolare importanza per l’ambiente. Con il sistema della filiera corta, questo Consorzio oggi ricicla e rigenera oltre il 98% degli oli lubrificanti raccolti presso le imprese utilizzatrici (officine meccaniche, industrie, attività artigianali, etc.).
Un esempio positivo della gestione virtuosa di una società pubblico-privata, dove la parte pubblica è rappresentata da quattro Ministeri (Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare, Sviluppo Economico, Salute, Economia e Finanze) che hanno i poteri di rappresentanza del Consorzio stesso, mentre la responsabilità gestionale è affidata ai privati. 
Nella sostanza il COOU, attraverso 74 aziende sparse su tutto il territorio nazionale, si occupa di raccogliere questo rifiuto speciale, altamente inquinante se smaltito in modo non corretto, ridandogli nuova vita: tra l’altro facendoci anche risparmiare un bel gruzzolo, quantificato in circa 52 milioni di euro l’anno sulle importazioni di greggio. 

DOPO LA FRITTURA, IL BIODIESEL
Anche per la rigenerazione delle sostanze oleose che normalmente usiamo in cucina siamo a buon punto nel loro riutilizzo. Anche qui la percentuale di recupero è costantemente in crescita: nel 2015 le tonnellate riavviate all’utilizzo sono state 62mila. Rispetto alle 280mila immesse sul mercato lo stesso anno, possono sembrare poche, ma in realtà è una quantità quasi cinque volte maggiore rispetto a soli dieci anni fa. Di tutto l’olio esausto recuperato, la quota rigenerata dalle aziende che aderiscono all’apposito consorzio (il CONOE, Consorzio nazionale di raccolta e trattamento degli oli e dei grassi vegetali ed animali esausti) è stata dell’85%: viene reimmesso in commercio, soprattutto sotto forma di biodiesel. Si tratta di un “combustibile vegetale non tossico e completamente biodegradabile” – precisa il sito internet del consorzio – “che può essere utilizzato come carburante per autotrazione o miscelazione di carburanti di origine fossile, riducendo il contributo di emissioni di CO2  (anidride carbonica) nel settore dei traporti”. In pratica, questo combustibile da riciclo viene mischiato con il gasolio tradizionale di origine petrolifera. Si stima che, grazie a questo tipo di biodiesel, il risparmio nelle importazioni di prodotti petroliferi nel 2015 sia stato di circa 17 milioni di euro: se tutti gli oli vegetali esausti immessi in commercio ogni anno in Italia fossero rigenerati come biodiesel, ai costi attuali del greggio, il risparmio annuo potrebbe essere di 75 milioni di euro. 


VETRO: NUOVA VITA ALL’INFINITO
Anche il CoReVe (Consorzio Recupero Vetro) ormai può vantare cifre molto significative. Sempre nel 2015 sono state riciclate più di 1 milione e 660mila tonnellate, raggiungendo un tasso di riciclo del 70,9% rispetto a tutto il vetro immesso nel mercato in quell’anno; l’ipotesi di lavoro di quest’altro consorzio è arrivare all’85% entro il 2030. Qui però c’è un dato “stonato” che segnala lo stesso Ente. Riguarda il fatto che sono comunque finite in discarica altre 164mila tonnellate di vetro, perché il materiale è stato “conferito in modo improprio”. Si è riscontrato un eccesso di materiali incongrui (soprattutto ceramiche e contenitori termoresistenti), che impropriamente vengono smaltiti con il vetro e che rendono molto più difficile la fusione e più costoso l’intero riprocessamento di questo materiale. Significa che si è fatta male la sua raccolta differenziata e che invece di diventare una nuova risorsa (anche questo materiale può essere rigenerato all’infinito), si è trasformato in un costo di smaltimento. 
Problema risolvibile con il frutto di alcune ricerche italiane (vedi riquadro basso a pag. 28). Comunque sia, l’attuale livello dell’economia circolare legata al vetro consente al nostro Paese di risparmiare il consumo di quasi 320milioni di metri cubi di gas metano all’anno, con una mancata emissione di CO2 pari a 1,9 milioni di tonnellate annue. 
Questo risparmio si traduce in 67,7 milioni di euro di ricavi incassati dalle amministrazioni comunali per la vendita del materiale riciclato e quasi 300milioni annui sotto forma di risparmio complessivo per l'Italia: risparmio di energia, mancate emissioni, risparmio sulle materie prime, mancati costi di discarica, etc. 
Numeri sui quali bisognerà cominciare a riflettere prima o poi anche a livello politico.

 



Vetro: occhio alle pirofile!

Le pirofile, vista la loro funzione e malgrado l’apparenza, sono il classico esempio di ciò che non deve essere smaltito come vetro. Essendo costruite con materiale tecnologico altamente resistente al calore, una volta finite nel materiale vetroso da riciclare ne ostacolano i processi di fusione e di trasformazione, rendendo più costoso il processo di riciclaggio.



Il biodiesel made in Aprilia

Ad Aprilia, in Provincia di Latina, recentemente è stato realizzato un impianto dalla società DP Lubrificanti che utilizza mix di oli esausti di frittura recuperati, oleine vegetali, sottoprodotti della raffinazione degli oli stessi e altri grassi animali. Da questo processo la ditta ottiene biodiesel e glicerina. Attualmente è l’unica azienda in Italia che produce biodiesel di seconda generazione, utilizzando esclusivamente rifiuti e prodotti di scarto.

 


 


Plastica, in Italia novità unica al mondo 

Il riciclaggio della plastica fino ad oggi è avvenuto trasformando i polimeri recuperati in prodotti diversi da quelli originari. Questo fatto non determina una rigenerazione della materia prima usata. Per cui, ad esempio, con le bottiglie si fa il tessuto sintetico pile, ma non altre bottiglie. La sfida qui è di riuscire a produrre nuove bottiglie con i polimeri ricavati da quelle usate. Una grossa sferzata a questo problema arriva dall'Italia. ECOPLEN Srl Innovazioni Sostenibili, con il suo stabilimento a Matera, è la prima azienda al mondo ad utilizzare non meno del 70% di polietilene rigenerato da rifiuto post-consumo per la fabbricazione dei suoi prodotti, soprattutto taniche in plastica. 

 



Olio: mai nel lavandino!

Benché di origine naturale, gli oli vegetali danneggiano l'ambiente se gettati nel lavandino o nel wc: interferiscono con i depuratori, rischiando di comprometterne l'efficacia, e, se dispersi nel suolo, possono impedire alle piante l’assunzione delle sostanze nutritive. Versato in uno specchio d’acqua un solo litro può formare una pellicola grande quanto un campo da calcio e di rendere non potabile un milione di litri d’acqua (pari a circa la quantità consumata da un individuo in 14 anni). Perciò è fondamentale che ogni Comune offra il servizio di raccolta differenziata anche per questi rifiuti. Alcuni lo fanno a domicilio, con il porta a porta, altri con appositi raccoglitori pubblici. 

 



Ricerca italiana al top

Un gruppo di giovani ricercatori dell'Università di Latina ha realizzato studi e metodi che possono rivoluzionare il riciclo dei materiali, rendendolo ancora più conveniente. Hanno messo a punto modelli matematici per rendere più veloce, più efficace e più redditizia la raccolta differenziata, con le tecnologie di analisi d'immagine iperspettrale (HSI). Ciò consente di vagliare in automatico i materiali con speciali sensori e di controllarne e certificarne la qualità. Una risposta al grosso problema di dover avere materiali uguali ben separati. Ossia non mischiati con altri quando si rivendono ai riciclatori, ma pure quando finiscono negli antieconomici e nocivi inceneritori. Ad esempio, le plastiche si assomigliano tutte, ma sono molto diverse tra loro. Poterne fare un rapido identikit è un progresso enorme. «Possiamo stimare in qualche decina di punti percentuali l'aumento del riciclo ottenibile con le nostre tecniche – spiega ad Acqua & Sapone la professoressa Silvia Serranti, coordinatrice del team di ricerca, ma l'aspetto più importante riguarda la migliore qualificazione dei prodotti ricavati, a costi di gran lunga inferiori rispetto a quanto si potrebbe fare oggi con altre metodologie per raggiungere gli stessi risultati». 

 



In Italia il 1° impianto al mondo per riciclare i pannolini

Si trova in Italia il primo impianto al mondo di riciclaggio di pannolini per bebè, pannoloni ed assorbenti per donna, di solito interrati in discarica (65%) o bruciati negli inceneritori (35%). Da una tonnellata di rifiuti può ottenere 350 kg di cellulosa e 150 kg di plastica. Cioè si evita di dover interrare o bruciare la metà del materiale. I  materiali recuperati diventano panchine, fioriere, interi parchi-gioco, ma anche cartone, cartonato e compost. L'impianto si trova a Lovadina di Spresiano, in Veneto, e può trattare 1.500 tonnellate di rifiuti. Lo ha avviato dalla Contarina Spa, società totalmente pubblica, che gestisce i rifiuti di 50 Comuni: dà lavoro a 686 persone, con una fatturato di 82,5 milioni di euro nel 2015, servendo 554mila abitanti. Il tutto, applicando la tariffa puntuale: si paga in base ai kg effettivamente prodotti. L'impianto è stato realizzato dalla Fater, multinazionale proprietaria di marchi famosi. È una sperimentazione al livello industriale che fa un riciclaggio vero, non l'incenerimento che è invece una pratica nociva e antieconomica. Non tutto ciò che in Italia viene raccolto in modo differenziato, trova poi la strada del riciclo. E con la tecnologia avviata in Veneto si dà una concreta risposta al problema. Con buona pace di chi ancora preme per fare altri inceneritori con la scusa che non tutto può essere rigenerato.  

 


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