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Bufale: e tu sai come riconoscerle?

Le false notizie fanno parte dei grandi rischi globali dai quali bisogna imparare a difendersi: come?

Gio 26 Gen 2017 | di Barbara Savodini | Attualitą
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Da dove nascono, perché, come si sviluppano e che effetti possono avere sulla società la miriade di bufale che da qualche anno affollano la rete?
Il caso era già di grande attualità. Ma dopo l'ennesima raffica di notizie palesemente infondate, il presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella ha invitato i Paesi dell'Ue a dotarsi di una rete di agenzie pubbliche per combattere la diffusione di vere e proprie leggende metropolitane, spiegando come questa lotta possa essere più efficace se svolta dagli Stati anziché dai social media, il caso è letteralmente esploso. L'idea di creare un'agenzia, coordinata da Bruxelles, in grado di rilevare le bufale e di imporne la rimozione, sanzionando chi le ha messe in giro, ha infatti scatenato la reazione di chi sostiene che il web, il canale di informazione libero per eccellenza, debba rimanere tale ad ogni costo. Anche se ciò vuol dire incentivare chi, dietro il falso mito della libertà, confeziona a regola d'arte clamorose bugie, che solo un quarto della popolazione riesce a individuare senza difficoltà. 

CHI RICONOSCE LE FALSE NOTIZIE?
Gli italiani che sanno riconoscere le false notizie sono un'esigua minoranza, si parla di circa il 25%, e a dimostrarlo non è uno studio, ma diverse indagini comparate. 
L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), per esempio, ha realizzato una ricerca sulle capacità degli adulti fra i 16 e i 65 anni di 22 Paesi, partendo da un'analisi molto più ampia sull'alfabetizzazione delle persone chiamate in causa. Ebbene è emerso che il 42% degli italiani è sotto la media dell'Ue che a sua volta non raggiunge i livelli di sufficienza necessari per riconoscere a primo acchito una bufala. 
Ma non è tutto, perché anche una disamina del World Economic Forum ha evidenziato come metà della popolazione del nostro Paese non sia in grado “di analizzare e riflettere pienamente sulle informazioni in cui è entrata in contatto”. C'è infine lo studio del professor Tullio De Mauro, scomparso all'inizio di quest'anno, secondo il quale non più del 20% degli italiani ha le competenze minime per orientarsi e risolvere situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana (“Leggere e sapere: la scuola degli italiani”). Insomma, un problema c'è ed è anche bello grosso. Non ammetterne l'esistenza vuol dire alimentare il business delle bufale. 

Chi ci guadagna? 
C'è chi cerca popolarità e chi ne trae vantaggio in termini di click (più un sito è frequentato  e più è ambìto in termini di pubblicità e più costano le inserzioni), chi cerca di annientare un avversario e chi, semplicemente, mette in circolazione una bufala per far abboccare e, quindi, screditare, il politico di turno. L'esercito dei seminatori virtuali di false notizie non è completo senza i cosiddetti hater, che seminano odio e si compiacciono se altri sposano la causa. Insomma, le motivazioni possono essere moltissime, ma le conseguenze spesso finiscono per sfuggire di mano soprattutto perché a rilanciare queste false notizie molte volte sono politici e personaggi influenti come cantanti, attori famosi o calciatori. 

RecentI casI eclatantI  
La storia e l'attualità ci raccontano di casi innocui e addirittura divertenti, come quando l'allora Sindaco di Milano Letizia Moratti rispose alla provocazione di un utente su Twitter “Il quartiere Sucate dice no alla moschea abusiva in via Giandomenico Puppa! Sindaco rispondi” con un “Nessuna tolleranza per le moschee abusive”, non fermandosi neppure a riflettere sulla singolarità dei nomi di fantasia “Sucate” e “Puppa”. Vi sono poi episodi ben più preoccupanti come quello celeberrimo delle matite indelebili per votare: qualcuno lanciò la notizia fasulla che in alcuni seggi erano cancellabili, con moltissime schede annullate. Recentissima anche lo “scoop”, divenuto virale in pochi minuti, del crollo di un ponte sulla Salerno-Reggio Calabria il giorno dopo la sua inaugurazione. Bufala firmata tg24.live che ha tratto in inganno moltissimi utenti proprio per la somiglianza, nei colori come nella grafica, alla pagina Facebook di Sky TG24. I creduloni, purtroppo, popolano la società e i partiti politici in maniera trasversale: se Maurizio Gasparri ha rilanciato, senza esitare, la notizia secondo la quale Greta Ramelli e Vanessa  Marzullo avevano fatto sesso consenziente con i guerriglieri durante il rapimento in Siria, in un momento in cui il dibattito sui riscatti era più acceso che mai, l'attuale Sindaco di Roma Virginia Raggi è riuscita a confondere il profilo del candidato Alfio Marchini con quello falso di Arfio, personaggio seguitissimo e ironico tra gli utenti Facebook della Capitale. 

Come riconoscere una bufala
Nei casi elencati, riconoscere una bufala è davvero un gioco da ragazzi: basta stare attenti al sito o alla pagina che diffonde una notizia sospetta e stare in guardia da hashtag sentinella, come “metti mi piace e condividi”. In molti altri casi, invece, può essere più complesso soprattutto per chi non ha dimestichezza con i social o con il mondo dell'informazione in generale. Il primo consiglio, quando un post eclatante ci incuriosisce, è quello di confrontarlo con altre fonti autorevoli. Se una sola testata pubblica la notizia di un ponte crollato evidentemente c'è qualcosa che non torna. Poi c'è la carta della fotografia. Andando su images.google.com è facile scoprire se quello scatto, di dubbia autenticità, è già stata utilizzato: se risale a uno, due o tre anni fa ci sono buone probabilità che sia un falso storico oppure una bufala. Altri indizi possono arrivare, inoltre, dalla registrazione al Tribunale di una testata (l'informazione se c'è sarà facilmente individuabile spulciando la home page o la pagina “contatti”), dal carattere utilizzato (i veri siti di informazione non scrivono titoli interamente in maiuscolo che invece i confezionatori di bufale utilizzano per attirare l'attenzione), dal tono volutamente aggressivo di determinate affermazioni, che hanno lo scopo di suscitare l'indignazione del lettore o da immagini raccapriccianti che, per legge, non potrebbero essere pubblicate. Un altro trucchetto è quello di cercare su Google i nomi di fantomatici esperti che avvalorano notizie di dubbia veridicità: l'assenza di riscontri equivale, nella maggior parte dei casi, ad aver smascherato un falso. Esistono inoltre una miriade di siti che hanno fatto della lotta alla disinformazione la loro ragione d’essere. Tra i più famosi Butac.it (bufale un tanto al chilo), bufale.net, bufaleedintorni.com e moltissimi altri le cui cronache sono a volte molto divertenti. 

“Misinformation”: Una bussola per orientarsi
Il ghostbuster delle bugie lo chiamano e il suo libro, a pochi mesi dalla pubblicazione per la casa editrice FrancoAngeli, ha già rivoluzionato il settore della disinformazione. Parliamo di Walter Quattrociocchi, coordinatore del Laboratorio di Computational Social Science presso la scuola IMT Alti studi di Lucca e autore di “Misinformation”. 
In meno di 150 pagine, il volumetto svela le più grandi bufale degli ultimi anni, analizzando le dinamiche di contagio sociale con puntuali riferimenti all'attualità. Insomma, il libro può essere una bussola nel controverso mondo dell'informazione contemporanea, di gran lunga più efficace rispetto alle paventate agenzie anti-bufala o di un'improbabile giuria popolare come teorizzato dal Movimento 5 Stelle. 
Del resto, come ammesso dal World Economic Forum e come riportato sul colophon del libro di Quattrociocchi “la disinformazione digitale (casuale o costruita ad arte) fa parte di quei rischi globali capaci di avere risvolti politici, geopolitici e perfino terroristici”. Sanità, vaccini, ambiente, alieni, guerre, politica internazionale: il testo salta da una parte all'altra del globo e della storia, individuando e smascherando, una dopo l'altra, le più rilevanti leggende metropolitane circolanti in rete.

 



Le bufale corrono anche su WhatsApp

Le bufale, purtroppo, non corrono soltanto su Facebook o Twitter, ma hanno investito in maniera massiccia anche l'applicazione di messaggistica istantanea per dispositivi mobili WhatsApp. Sotto forma di catene di Sant'Antonio o di “urgenti richieste di aiuto” i messaggi bufala hanno spesso lo scopo di trascinare chi copia e condivide nelle grinfie di truffatori professionisti. Il più delle volte il passaparola si traduce semplicemente in una banale perdita di tempo ma nel tam tam non manca mai chi contatta il numero indicato nel messaggio o chi clicca un determinato link con il risultato di sottoscrivere, involontariamente, abbonamenti a pagamento. Massima allerta, dunque, non soltanto sui social ma anche e soprattutto su WhatsApp. Come si fa a scovare queste truffe? Spesso valgono le stesse regole già esposte: incrocio delle fonti e ricerca dei nomi delle stesse informazioni che riteniamo sospette su un qualunque motore di ricerca. 

 



Da dove deriva la parola bufala?

Per ironia della sorte non è possibile, almeno per il momento, determinare con certezza l'origine della parola bufala. Certo è che deriva dal latino classico bubălus, il quale a sua volta deriva dal greco antico βούβαλος. Secondo il professor Tullio de Mauro, il lemma ha assunto il significato di “notizia falsa” nel dialetto romanesco e la diffusione nell’italiano standard è avvenuta solamente negli ultimi decenni. Stando alla stessa fonte, la parola “bufalo” si usa anche per indicare una persona “ottusa” e “rozza”. I pastori, un tempo, conducevano infatti i bufali al pascolo tirandoli dall’anello che portavano al naso: coloro che si lasciano “prendere per il naso” sono gli stolti, i creduloni. Una notizia falsa, dunque, potrebbe essere diventata una “bufala” proprio per questo: solo i “bufali”, gli ingenui e gli sciocchi possono crederla vera. 

 



Il Giomale, l’ANZA, Il Fattone, La Nozione...

I loro nomi sono palesemente contraffatti, eppure spesso i più sprovveduti o semplicemente distratti, ci cascano, condividendo clamorose bufale che in pochi minuti diventano virali: parliamo dei siti fake di autentiche testate i cui nomi fanno sorridere soltanto a pronunciarli. Il Giomale, Anza, Il Fattone Quotidiano, La Nozione, il Quotidaino sono soltanto i più famosi e per individuarli basta prestare un minumo di attenzione, eppure, riproducendo stile e grafica dei corrispondenti autentici, riescono a ingannare ogni giorno centinaia di utenti. Tali sono gli effetti del fenomeno che non a caso si parla di terrorismo intellettuale. 

 



IL FILTRO ANTI BUFALE SU FB

Il social network di Mark Zuckerberg lancerà in Germania il suo nuovo filtro contro le notizie false. Come funziona il filtro contro le bufale? Tutte le notizie che gli utenti segnaleranno come possibili bufale saranno inviate al Correctiv, un'organizzazione senza scopo di lucro che ha sede a Berlino. Nel caso in cui la notizia risulterà davvero falsa, sarà contrassegnata come tale e il social network avviserà gli utenti. Come se non bastasse, gli articoli bufala perderanno anche visibilità, sparendo lentamente dalle bacheche.


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